COMPOSIT Collective, Canopia, 2019, mixed media © the artists and Curate It Yourself

Il giardino nasce da un progetto di riappropriazione dell’ambiente da parte dell’uomo, sempre alla ricerca di una perfetta rappresentazione della natura. Questa immagine utopica si scontra con il territorio selvatico, dove la vegetazione segue le proprie leggi e la necessità biologica di svilupparsi e di espandersi il più possibile, mentre l’impronta antropica cerca di calibrarne, secondo gusti e opportunità, la crescita. La storia dei giardini segue quella di ogni cultura e ci racconta come in epoche e zone geografiche diverse sia stato concepito il rapporto tra uomo e natura. Se per esempio durante il Romanticismo era espressione di un immaginario selvaggio, di un universo senz’ordine ma al tempo stesso armonioso e da contemplare, in epoca rinascimentale prende a modello il neoplatonismo e il concetto vitruviano di architettura, secondo cui l’uomo è il sistema di riferimento di ogni cosa e quindi anche della bellezza. L’idea occidentale di giardino risale ai greci, che a loro volta si sono ispirati agli spazi verdi di epoca egizia, basata sul principio di addomesticazione estetica della natura. Oggi che rapporto si instaura tra uomo, tecnologia e natura? Chi controlla chi?

A partire da queste considerazioni prende vita Canopia, l’installazione site specific del gruppo artistico franco-giapponese COMPOSIT – a cura del collettivo Curate It Yourself – ospitato fino al 25 giugno all’Institut français di Milano. Per la sua prima personale in Italia presenta un ambiente immersivo, in cui elementi sonori e scultorei si mescolano e danno vita ad un luogo di contemplazione e riflessione. L’idea nasce in seguito a una residenza di ricerca svolta dagli artisti a Villa Carlotta (Tremezzina, Como), celebre per le sue collezioni d’arte e il giardino botanico che la circonda. 

COMPOSIT Collective, Canopia, 2019, mixed media © the artists and Curate It Yourself

L’installazione presentata nello spazio milanese si compone di due parti. In fondo alla galleria una grande vasca contiene cinque tronchi d’albero scavati e tagliati a metà dai quali sgorga acqua mischiata a inchiostro di china. Il liquido nero circonda i ceppi e una leggera nebbia rende l’atmosfera ancora più misteriosa e sinistra. Gli alberi hanno perso la propria chioma e l’acqua da fonte vitale diventa linfa nociva in un clima di decadenza e desolazione. Lo spettatore è invitato a riflettere e contemplare l’immagine che si trova di fronte mentre alle sue spalle un rumore di vento tra le fronde rimanda all’invisibile, alla canopia. L’effetto è creato grazie a una serie di cilindri in legno che, posti nel vano di fronte, girano su se stessi e a contatto con tessuti di diversa natura creano rumori differenti. Queste macchine del vento ricordano quelle utilizzate nei teatri dell’Ottocento quando, con la rivoluzione industriale, si determinò il primo connubio tra arte e tecnologia. Mentre nella vasca con i tronchi d’albero l’elemento tecnico è ben nascosto, le strutture automatiche che simulano le correnti d’aria tra le foglie diventano palesi e protagoniste della rappresentazione. La galleria è dotata di una telecamera che permette al collettivo di artisti di controllare il corretto funzionamento dell’intera installazione e di poter risolvere eventuali problemi anche a distanza. La mostra è stata pensata come un sistema autosufficiente che prende vita e si arresta in base agli orari di apertura al pubblico. In questo spettacolo di automazione la tecnologia domina sulla natura spogliata del suo componente protettivo, la canopia, indispensabile riparo per le forme di vita sottostanti e garante di un clima locale equilibrato. È un invito a riflettere sulle conseguenze legate alla possibile scomparsa di un elemento molto importante nella preservazione di ecosistemi diversi e alla necessità di controllo dell’uomo sull’ambiente in cui vive.

COMPOSIT Collective, Canopia (detail), 2019, mixed media © the artists and Curate It Yourself

In occasione della mostra Martina Matteucci ha incontrato i curatori.

Martina Matteucci: Chi siete e come nasce Curate It Yourself?

Curate It Yourself: Curate It Yourself è un collettivo curatoriale fondato nel 2015 a Parigi da Claudia Buizza, Pietro Della Giustina e Jacques Heinrich Toussaint. Compagni di università, ci siamo formati tutti e tre ai master curatoriali dell’Università Sorbona. È infatti durante gli ultimi anni di studi che è maturata la nostra voglia di collaborare attivamente con artisti che, per la maggior parte, stavano studiando a l’Ecole des Beaux-Arts di Parigi e di Cergy Pontoise. La prima mostra è stata organizzata presso la residenza d’artisti Villa Belleville a settembre 2015, e fin da questo progetto l’idea dello spazio di mostra come un’estensione dell’atelier si è affermato come un elemento centrale della nostra visione curatoriale e dell’importanza di dare agli artisti la possibilità e le migliori condizioni per creare nuove opere. Per quanto riguarda le nostre vite extra Curate It Yourself, abbiamo dei profili abbastanza diversi: Jacques prepara una tesi di dottorato sull’arte nello spazio pubblico in Francia e Germania e lavora come assistente curatoriale al Laboratoire artistique del gruppo Bel, Pietro dirige il centro d’arte In extenso a Clermont-Ferrand ed è caporedattore della rivista d’arte contemporanea La belle revue e Claudia si interessa principalmente di pittura contemporanea e al momento è assistente curatore del padiglione Albania rappresentato da Driant Zeneli. Tutti e tre condividiamo l’idea che il ruolo del curatore sia quello di un cooperatore, sostenitore e mediatore dell’artista.

COMPOSIT Collective, Canopia (detail), 2019, mixed media © the artists and Curate It Yourself

MM: Come si configura il vostro approccio curatoriale?

CIY: Curate It Yourself si può tradurre in italiano con «curalo tu» che non è solo una ricerca di anonimato tipica di un’azione collettiva, è anche un modo per sottolineare l’importanza dell’inclusione dello spettatore nella riuscita di una mostra, l’invito a tutti a «prendersi cura», ad appropriarsi di quello che stanno guardando. Consacriamo molto tempo alla ricerca dei finanziamenti (o soluzioni alternative) per poter coprire i costi di produzione, alloggio e trasporto. Se il luogo e i tempi di mostra ce lo consentono organizziamo periodi di residenza di ricerca o di produzione per gli artisti. Essendo un collettivo nomade, esponiamo solo in spazi in cui veniamo invitati o che accettano di ospitarci (la voce «affitto spazio» è bandita dai nostri budget). D’altronde, l’architettura e il contesto storico e geografico dello spazio d’esposizione sono un punto di partenza fondamentale per ogni nostro progetto. Il lavoro in collettivo e l’eterogeneità dei nostri profili ci permettono di non imporre come concetto di mostra un’esigenza individuale né di esplorare e approfondire una singola tematica, due tipi di approccio che, a nostro avviso, si addicono più a un museo o un’istituzione. Considerando i progetti che abbiamo realizzato in questi quattro anni, possiamo identificare tre modus operandi: carta bianca, soprattutto per le mostre personali, in cui il progetto si sviluppa in itinere da una serie di discussioni e incontri; protocollo, ovvero l’idea di mostra che si fonda su alcune regole/linee guida a cui ogni artista è invitato a rispondere e può tradursi in una vera e propria sfida nei confronti della sua pratica; infine attraverso l’autoanalisi, dove la mostra è intesa come uno strumento di indagine autoreferenziale e/o di critica del sistema dell’arte e dei suoi meccanismi economici e gerarchici.

MM: E dopo Canopia?

CIY: Con Canopia di COMPOSIT Collective e Reciprocal Reliance, la mostra ospitata a gennaio scorso dalla galleria di Tokyo SCAI The Bathhouse con gli artisti Anne-Charlotte Finel, Enzo Mianes e Anne-Charlotte Yver, abbiamo voluto mostrare una sensibilità comune agli artisti della nostra generazione e lo sguardo che questi portano sulla natura e l’influenza dell’uomo su quest’ultima. Il suono è stato un elemento fondamentale in entrambe le esposizioni, sia come opera che come apparato scenico, e sarà il punto di partenza di un progetto previsto per l’anno prossimo. Inoltre, in continuità con la nostra ricerca sui dispositivi di presentazione e sul contesto espositivo, stiamo lavorando con il duo d’artisti-poeti Best New Poets (Angelo Careri e Tancrède Rivière) ad un progetto intitolato «Dans le profondeurs de la poésie». Si tratta di una serie di live-streaming diffusi sul nostro canale Facebook e Twitch in cui gli artisti trattano temi di filosofia e poesia contemporanea reagendo alle circostanze del video game a cui giocano in diretta. Il progetto, diviso in diversi capitoli, presenta gli standard di un’emissione radiofonica conforme alle piattaforme social. La dimensione pedagogica e interattiva suscita una riflessione sulle possibilità di diffusione di conoscenza nella relazione tra artista, curatore e pubblico.

Canopia
COMPOSIT Collective

a cura di Curate It Yourself
Istitut français, Milano
Fino al 15 Giugno

COMPOSIT Collective, Canopia (detail), 2019, mixed media © the artists and Curate It Yourself