What’s New? | Collezione Olgiati, Lugano 2020 – Installation view

“Siamo dei grandissimi frequentatori dei luoghi dove le opere le espongono gli altri, musei, gallerie, fiere, altri collezionisti. Come collezionisti guardiamo attentamente ciò che accade attorno a noi, quello che fanno gli altri; prendiamo spunto e impariamo. E’ chiaro che la nostra vita collezionista è lunghissima perché oramai non siamo più giovani. Resta una costante: ci siamo sempre occupati d’arte, in modo privatissimo, ma anche professionalmente – come nel mio caso – perché ho avuto una galleria per molto tempo. Quello che vedete nella mostra ‘What’s New?’ è frutto di scelte fatte da mio marito e me, da Giancarlo ed Danna, in gran parte della nostra vita.” Parla decisa e, al tempo stesso, emozionata Danna Olgiati, della mostra in corso a Lugano, alla Collezione Olgiati, fino al 20 dicembre 2020. Nell’introdurre la collettiva, la collezionista si sofferma sugli albori della grande e prestigiosa Collezione data avvio assieme al marito Giancarlo Olgiati.
“Abbiamo guardato molto a sud delle Alpi, quindi la collezione parte dalle avanguardie storiche dei primi del ‘900 e poi europee, le Avanguardie Russe, il Dadaismo, anche Surrealismo. E poi da lì, un po’ alla volta, siamo sempre andati avanti nel cercare delle connessioni con le avanguardie più vicine al nostro tempo, quindi, dai primi del ‘900, siamo passati agli anni ’30, poi ’40, ai ’60… fino ad arrivare ai nostri giorni. Abbiamo continuato a comprare,  anche durante il lockdown. Meno, molto meno, ma il piacere di collezionare arte non è mai venuto meno. Più che del possesso, siamo sempre stati guidati dalla ‘costruzione’ della collezione destinata alla città di Lugano. Tutte le opere che vedete, hanno una storia che si può raccontare. Ogni opera rimanda a un’opera e così un’avanguardia rimanda ad un’altra avanguardia: tutto è strettamente legato.”
La collettiva ospita opere di recente acquisizione di maestri affermati, affiancate a lavori di giovani protagonisti della scena artistica internazionale: Francesco Arena, Stefano Arienti, Irma Blank, Pietro Dorazio, Jimmie Durham, Natalija Gončarova , Wade Guyton, Luisa Lambri, Filippo Tommaso Marinetti, Fausto Melotti, Ana Mendieta, Damien Ortega, Alessandro Piangiamore, Gerhard Richter, Rudolf Stingel, Andro Wekua e Franz West, tra gli altri.
Una delle caratteristiche di questa collettiva è le arbitrarie connessioni tra le opere che, proprio per la motivazioni fortemente legate alla visione dei Collezionisti, fanno scaturire nessi tanto imprevedibili quanto fruttuosi di nuovi modo di vedere le opere.
“Quello che ci diverte moltissimo – negli allestimenti mi diverto molto a lavorare con il nostro direttore, Diego Cassina -,  è mettere a confronto le opere tra di loro, per creare un dialogano tra artisti anche molto lontani per generazione ed esperienza: opere delle avanguardie con artisti più recenti, opere degli anni ’60 con opere del 2000; opere del 1914 con opere del 2020. Questo per sottolineare che l’arte non ha confini di spazio e di tempo. Questo è quello che abbiamo imparato in tutti questi anni: bisogna guardare le opere nella loro qualità e capire quale è l’insegnamento che gli artisti hanno lasciato ai loro successori. Per questa mostra,  abbiamo suddiviso il percorso seguendo tematiche diverse: nella prima sala c’è l’astrattismo, c’è l’idea del segno, dell’architettura, della presenza dell’oggetto astratto, il colore. Segnalo l’opera di Toroni, una recente acquisizione, che abbiamo comprato per più motivi: uno è perché l’artista è ticinese e, aspetto non secondario, Giancarlo è un suo amico. Hanno studiato insieme, hanno trascorso molte ore a suonare jazz. Ci sembrava giusto che, oltre a degli aspetti dialogici con gli altri artisti, fosse presente nella collezione anche per degli aspetti personali.

Andro Wekua, Franz West, Rudolf Stingel – What’s New? | Collezione Olgiati, Lugano 2020 – Installation view
Natalija Gončarova– What’s New? | Collezione Olgiati, Lugano 2020 – Installation view

Segnalo, tra le altre opere, un’altra recente acquisizione, quella di Franz Westquella che è stata anche utilizzata per il manifesto della mostra – che abbiamo comprato un anno fa, circa. E’ stata presa perché bellissima. Doveva essere esposta vicino all’opera di Stingel.
Stingel e West erano carissimi amici, erano molto vicini nel modo di concepire la presenza dell’artista nel mondo contemporaneo ed erano dei ricercatori e innovatori: West per la scultura, Stingel per la pittura.”
In merito all’opera in mostra di Rudolf Stingel, “Senza titolo” 2012, Danna Olgiati racconta: “Abbiamo comprato questo quadro perché ci ricordava il lago di Lugano visto da casa nostra nelle giornate di pioggia, quando ad un certo punto esce il sole e tutto diventa metallico”.
Questi e molti altri racconti, continua la Olgiati, “per spiegarvi che ogni acquisto non è guidato da pensieri e ragionamenti teorici, ma dal piacere nel vedere e imparare dal messaggio che l’artista ci da”.
Tra le varie tappe della mostra, la Olgiate racconta di un’opera rara formata da 14 litografie del 1914 dell’artista russa Natalija Gončarova, dal titolo “La Guerra –  Immagini mistiche della guerra”. Partendo da quest’opera, esposta di recente al MoMa di New York, gli Olgiati hanno intrapreso un percorso espositivo legato ai temi della guerra e sofferenza, avvicinando alla serie della Gončarova, un’opera su carta di Filippo Tommaso Marinetti del 1914, dal titolo “Irridentismo”. Questa opera è parte dell’importante ricerca dell’artista sulla distruzione della struttura linguistica nelle ‘tavole parolelibere’, poesie grafiche di cui quest’opera su carta fa parte. Segue in mostra una scultura di Fausto Melotti, “Lager” del 1972, una scultura leggerissima in ottone che, per rappresentare le atrocità dello sterminio nazista, sembra essersi svuotata per connotarsi di impalpabile spiritualità.
Nessi, relazioni, rimandi: i rapporti speculari tra le opere sono molti e, a volte, quasi celati dalle apparenze. Tra queste le opere di Wade Guyton, Gabriel Orozco e Damian Ortega. La sintesi visiva di Guyton dialoga con le forme e i colori più generosi nell’opera “Samurai Tree 17H” di Gabriel Orozco, incentrata su giochi combinatori e statistici. La figura del cerchio unitamente a quattro diversi colori vengono messi in relazione secondo un sistema di regole tanto sistematiche quanto ignote. La figura del cerchio, la ritroviamo anche nelle sculture di Damien Ortega, “Estratigrafia 4”: un ammasso manifesti di spettacoli raccolti dall’artista nella città di Berlino per oltre un anno. Incollati a strati tanto da formare una sfera, per poi suddividerla, così da lascire traccia al loro interno dell’identità della città.
Tre diversi modo di raccontare, attraverso la sintesi, il gioco e l’accumulo,  immaginari quotidiani mediante forme semplici quali il cerchio e la sfera. Richiami formali, appunto, che solo apparentemente alludono ad una visione semplice e semplicistica.
Ci sono altre ‘combinazioni’ in mostra che danno luogo a buoni esiti dialogici: le opere di Shirin Neshat, Mona Hatoum e Ana Mendieta che, in modi diversi, raccontano la condizione femminile, le tematiche della violenza e la vulnerabilità del corpo.
Rimandi materici e trasformazione di visioni naturali sono le basi su cui spaziano le opere rispettivamente di Stefano Arienti che con “macchia verde” elabora una raffinata visione del soggetto naturalistico rappresentato dalla trama di un tronco; rasenta il grottesco la figura in legno di Huma Bhabha, che trasforma la figura umana in un totem dalle sembianze inquietanti. Anche nell’opera di Alessandro Piangiamore emerge l’elemento naturale trasfigurato in una grande lastra di cemento dove emergono, come ombre, le silhouette dei fiori.

Shirin Neshat, Gerhard Richter, Mona HatoumWhat’s New? | Collezione Olgiati, Lugano 2020 – Installation view