Adelaide Cioni, Guy Mees. Shape, color, taste, sound and smell, 2019, installation view, P420, Bologna – ph.C.Favero – Courtesy P420, Bologna

Shape, color, taste, sound and smell, la doppia personale di Adelaide Cioni e Guy Mess alla P420 di Bologna conferma la direzione della galleria di creare percorsi espositivi che mettono a confronto e in dialogo le pratiche di artisti diversi per geografia e generazione.
Un atteggiamento che porta con sé il rischio di cadere nel racconto didascalico, ma che con la curatela di Cecilia Canziani ha saputo mettere in luce assonanze e dissonanze tra due artisti mai confrontati prima d’ora.
Punto di partenza per la riflessione è il lavoro della Cioni, un corpus di due serie di lavori realizzati recentemente e ospitati nella prima sala della galleria. “La serie dei gelati precedente e un’altra serie che abbiamo deciso di allestire insieme saturando lo spazio a disposizione. Ciascuna tela funziona in modo autonomo, ma nel complesso funzionano come punti di colore su un supporto più grande che è appunto lo spazio espositivo. I due disegni che abbiamo deciso di inserire come due punti differenti sono anche questi autoconclusivi e sono equivalenti ai lavori realizzati con i tessuti” racconta la Canziani.
Mentre i disegni sono veloci e decisi, le tele richiedono un tempo di esecuzione diverso non tanto in termini di idea artigianale del recupero del materiale, ma di dimensione del fare. Il risultato sono opere che nascono dall’incontro con il colore che è per l’artista un elemento estraneo, casuale perché non realizzato da lei su tavolozza, ma proprio del materiale utilizzato. Le tele e le stoffe, come per un pittore il colore e per uno scultore i marmi e le pietre, diventato per la Cioni elementi da guardare, toccare, scegliere e comporre.

A.Cioni, Go easy on me, one pink, 2019, stoffa su tela/fabric on canvas, cm.192×144 – ph.C.Favero – Courtesy l’artista e P420, Bologna
G.Mees, Verloren Ruimte, 1987, carta verde e rossa/red & green paper, cm.70×240 ph.C.Favero – Courtesy Estate of Guy Mees, Antwerp e P420, Bologna

Se la serie dei gelati mette in pratica una volontà di far emergere il colore in tutta la sua purezza, quella successiva aggiunge a questo aspetto una sorta di riflessione sulla capacità di visione e percezione del cervello umano. Le grandi tele che a primo sguardo appaiono pitture, rivelano la loro vera natura materiale solo osservandole da vicino. I quadrati di colore alternato, i cerchi e le onde, sono infatti forme a disposizione di tutti, immagini secondarie mai protagoniste ma sempre presenti in tutta la storia dell’arte e che la mente associa ad oggetti quotidiani come la scacchiera, il sole, il mare. “Non c’è alcun intento figurativo, ma una sorta di riflesso di usare delle forme disponibili che il nostro cervello decodifica. In questo senso la colonna gialla che si trova in questa stanza non deve essere considerata la rappresentazione dell’oggetto, ma l’apparizione tridimensionale del colore”.
Ed è proprio il colore a fare da filo conduttore tra le due personali. Nei lavori presenti nella seconda sala realizzati tra la metà degli anni Ottanta e Novanta, si abbandona al colore eliminando completamente la presenza di un supporto. Ritagli di carta colorata e tela sono installati direttamente su muro come colore fuoriuscito dalla tela.
“L’allestimento è qui volutamente più rarefatto per la capacità di presenza delle forme stesse. Le ‘parti’ che compongono queste composizioni rimandano all’idea stessa della pennellata, funzionano come tocchi di colore oltre che come possibilità modulari”.

G.Mees, Verloren Ruimte, 1991, carta arancione, rosa, rosa chiaro, giallo e nero/orange, pink, light pink, yellow and black paper, cm.200×100 – ph.C.Favero – Courtesy Estate of Guy Mees, Antwerp e P420, Bologna
A.Cioni, I buchi neri, 2019, stoffa su tela/fabric on canvas, cm.150×120 – ph.C.Favero – Courtesy l’artista e P420, Bologna

Anche qui, come davanti alle opere della Cioni, lo spettatore è inondato dal colore e la serie “Balletti immaginari” rende esplicita una sorta di scala umana con la quale questi lavori sono stati concepiti. I lavori di Mees acquistano una vera e propria dimensione architettonica instaurando una relazione immediata anche tra di loro. Una corporeità resa anche attraverso un altro linguaggio, quello della parola. Lost Space, titolo della serie dei corpi fluttuanti qui in mostra, è anche un testo commissionato da Mees, l’unico forse della sua generazione a non lasciare nulla di scritto, al registra teatrale Wim Meuwissen per raccontare uno spazio della sua casa lasciato vuoto, bianco, ma accessibile. “In un periodo storico caratterizzato da una ricca produzione scritta di artisti, Mees decide di non produrre un testo autoriale, ma di delegare. Ovviamente non manca di lavorare sul testo sul quale ritorna molte volte dando materialità e corporeità alla parola, un atteggiamento che mette in luce anche il suo approccio non teorico alla pittura. Il titolo, unico per entrambe le mostre, è tratto proprio da questo testo e sottolinea l’aspetto comune delle due ricerche: l’idea di pittura come pura forma autonoma, immagine non narrativa che assume un qualsiasi possibile significato relazionandosi direttamente con lo spettatore nello spazio. Il colore diventa corpo con il quale il fruitore si relazione in quanto lui stesso.
Entrambi apparentemente semplici, Cioni e Mees utilizzano l’ironia e il gioco con serietà per sovvertire i canoni della pittura, rileggendone le possibilità e i supporti. “Si tratta di una mostra di pittura senza pennello, un modo per osservare come il pensiero pittorico ritorni anche attraverso forme che non sono solite. Mi piace pensare al fregio e al basso rilievo perché sono degli ibridi. Noi oggi li vediamo bianchi, puliti, ma dobbiamo sempre ricordare che erano colorati, una sorta di pittura sbalzata. La pittura è qualcosa che produce sempre senso anche sotto mentite spoglie”.

Adelaide Cioni, Guy Mees. Shape, color, taste, sound and smell, 2019, installation view, P420, Bologna – ph.C.Favero – Courtesy P420, Bologna