Jessie Marino e Leighton Beaman, this house is made up of talk, 2019 - Photo  Giorgio Benni

Jessie Marino e Leighton Beaman, this house is made up of talk, 2019 – Photo Giorgio Benni

L’edizione 2019 di Cinque mostre presso l’American Academy in Rome, curata da Ilaria Gianni, riunisce i progetti dei Rome Prize Fellows, degli Italian Fellows e di alcuni artisti invitati dal curatore che ha scelto di riflettere sul concetto di displacement per fornire le coordinate ontologiche e il punto d’avvio di una mostra dislocata nei diversi spazi dell’istituzione americana.
Come spiega Ilaria Gianni, alla base di una mostra di così ampio respiro, il posizionamento metodologico del curatore assume un ruolo fondamentale nella costruzione di un percorso di senso che parte dall’incontro con gli artisti e con la specificità delle loro pratiche:
L’American Academy in Rome mi ha offerto il privilegio di entrare negli studi dei suoi fellows: professionisti e studiosi provenienti da diversi campi accademici con profili di altissimo livello. Mi pongo sempre in atteggiamento di ascolto e trovo il mio spazio di azione a partire dagli argomenti di ricerca dei singoli residenti. Nel corso delle conversazioni spesso ricorrono delle parole, utilizzate nelle specificità e nei contesti di ogni singola ricerca. Questi termini diventano un aiuto per costruire il percorso curatoriale e dare una chiave narrativa al progetto di mostra, permettendomi di delineare un minimo comun denominatore tra i punti di vista distinti di ogni progetto e personalità coinvolta nella comunità dell’American Academy in Rome”.

Homo Urbanus - Ila Bêka e Louise Lemoine,

Homo Urbanus – Ila Bêka e Louise Lemoine,

Ila Bêka & Louise Lemoine, Homo Urbanus, 2018

Ila Bêka & Louise Lemoine, Homo Urbanus, 2018

Ila Bêka e Louise Lemoine, Erin Besler, Carola Bonfili, Joannie Bottkol insieme a Allison Emmerson, Zaneta Hong e Karyn Olivier, Michael Ray Charles, Invernomuto, Sze Tsung Nicolás Leong e Judy Chung, Renato Leotta, Michelle Lou con Marcel Sanchez Prieto e Adriana Cuéllar, Jessie Marino e Michael Leighton Beaman, Helen O’Leary e Joannie Bottkol, Gabriele Silli, Basil Twist con Kirstin Valdez Quade e Kenneth Ard, Francesco Zorzi: questi i nomi degli artisti visivi, architetti, designers, scrittori, archeologi, storici dell’arte e conservatori chiamati a intervenire sugli spazi con incursioni e lavori incentrati su un utilizzo diversificato di media e linguaggi che coinvolgono un insieme di aspetti molteplice e indirizzato a fornire un campo allargato di prospettive e variazioni. È così che all’interno di questo orizzonte polisemico, suscettibile di sconfinate potenzialità di declinazione di linguaggi e forme, a stabilire una traccia – traccia che sottende le possibilità di operare non soltanto una variazione sul tema, ma anche di aprire l’articolazione concettuale a una molteplicità di sottotesti – è l’equazione matematica che indica il dislocamento (Δx) come la risultante della differenza di due segni.
Se l’intento della mostra è quello di riflettere sulle possibilità di un reiterato stravolgimento dei contenuti dell’ordinario, è al contempo vero che questa attitudine passa anche attraverso un effettivo dislocamento della mostra all’interno degli spazi dell’accademia, suggerendo, nello spostamento stesso dello spettatore da un luogo a un altro, una molteplicità di traiettorie in grado di assumere di volta in volta una configurazione diversa. Displacement è dunque un racconto corale che innesca uno scambio transdisciplinare e un focus trasversale che rifiuta di incanalarsi in un tracciato unidirezionale per ampliare il discorso verso tematiche che chiamano in causa uno slittamento della percezione all’interno di dinamiche più ampie, tese a coinvolgere l’orizzonte emotivo, sociale, politico, contestuale.
Nelle parole del curatore, “oltre al suo valore socio-politico, displacement, in senso più astratto, definisce la differenza di posizione tra due segni (nell’equazione Δx = xf − x0, Δx indica il displacement, xf il valore della posizione finale e x0 il valore della posizione iniziale). La mostra quindi analizza come lo slittamento di prospettiva spaziale, temporale, metafisica, sia in grado di proporre contenuti deviati e sorprendenti. I lavori in mostra riflettono su stati di sconvolgimento sociale e politico, ma anche emotivo e formale. Non c’è un trait d’union chiaro tra i diversi linguaggi, piuttosto si riesce a ritrovare un sottile fil rouge che declina il senso del termine. Ogni progetto presentato articola, in un racconto fatto di diversi capitoli, come il displacement nelle sue diverse sfaccettature sia una costante necessaria, forzata o ricercata, del nostro universo e della nostra storia”.

Invernomuto, Vers l'Europa Deserta, Terra incognita, installation view at Nuit Blanche 2017, Ville de Paris- @ADAGP, Paris 2017. Photo Marc Domage

Invernomuto, Vers l’Europa Deserta, Terra incognita, installation view at Nuit Blanche 2017, Ville de Paris- @ADAGP, Paris 2017. Photo Marc Domage

Invernomuto, Med T-1000, 2018 - Photo  Giorgio Benni

Invernomuto, Med T-1000, 2018 – Photo Giorgio Benni

Michelle Lou, Marcel Sanchez Prieto e Adriana Cuéllar – la prima, performer e compositrice interessata all’ambito della musica sperimentale, gli altri due fondatori di CRO Studio, una realtà che si occupa di rinnovamento urbano attraverso l’architettura e la ricerca – hanno realizzato un’installazione collaborativa site-specific dal titolo esemplificativo, Displacement (2019). L’opera, che si compone di una serie di strutture coniche calate dal soffitto, invita lo spettatore a partecipare al gioco interagendo con lo spazio – entrando letteralmente all’interno dell’installazione – e gli oggetti, in maniera tale da ripensare la possibile percezione del corpo nello spazio mediante una riconfigurazione del dove certo. A partire da questo spostamento percettivo, la riflessione sullo spazio e i suoi contenuti – di immaginazione, esistenziali, materiali – prosegue all’interno della ricerca di Jessie Marino, media artist e compositrice, e Leighton Beaman, designer, i quali in this house is made up of talk (2019) mettono in scena, all’interno di uno spazio chiuso e semi-buio avvolto nel vapore acqueo, un mini-dramma sperimentale. La distorsione dei sensi – in particolar modo, la vista e l’udito – diviene lo strumento d’indagine per una riformulazione del campo d’azione in cui l’accentuazione delle sollecitazioni sensoriali consente di approfondire tutte le possibilità implicite all’interno di una rinnovata percezione del luogo e con esso del tempo e delle sue coordinate. La percezione e la sua possibile “deviazione” dalla abituale modalità di fruizione di ciò che circonda lo spettatore è anche oggetto del progetto MACULA (2019), l’installazione site-specific di Francesco Zorzi che, a partire dalle registrazioni delle allucinazioni visive indotte da degenerazione maculare legata all’età e alla Sindrome di Charles Bonnet, indaga gli effetti di stravolgimento e spostamento delle abituali categorie percettive presentando, attraverso uno sguardo altro, i possibili capovolgimenti illusori determinati dal rapporto complesso tra occhi e cervello.

Francesco Zorzi, MACULA, 2019

Francesco Zorzi, MACULA, 2019

Francesco Zorzi, MACULA, 2019 - Photo Giorgio Benni

Francesco Zorzi, MACULA, 2019 – Photo Giorgio Benni

Nella serie Homo Urbanus (2018) – progetto di ricerca sinora sviluppato in sette diverse città – Ila Bêka e Louise Lemoine circoscrivono le coordinate dello spazio urbano catturando temi legati alla quotidianità per descrivere una geografia mutevole fatta di luoghi e persone. Al contempo, la storia, le sue incursioni nel presente e le stratificazioni di immagini che con essa si generano diventano il referente della tela di grandi dimensioni realizzata da Michael Ray Charles. In (ForeverFree) Desire (2019) l’artista raffigura una grande nave su cui, tra l’affastellarsi di volti ripetuti che si stagliano contro il fondo bianco della tela, è possibile scorgere delle fette di anguria, unico elemento fortemente caratterizzato dal colore rosso intenso. Attraverso l’appropriazione e l’analisi degli stereotipi storici afro-americani del Sud antebellico, l’artista sonda, con l’ausilio del medium tradizionale della pittura, i residui palpabili dell’implicito razzismo ad oggi presente nelle culture contemporanee. Risulta dunque chiaro come il valore polisemico del termine displacement sembra indicare al contempo una condizione tipica della contemporaneità, rintracciabile anche nell’opera Med T-1000 (2018) di Invernomuto. L’installazione con testa di Moro in ceramica e luce laser posta in corrispondenza di uno degli occhi della scultura, facente parte della piattaforma Black Med creata dagli artisti per Manifesta 12 a Palermo, inscrive la storia del Mediterraneo e dei suoi flussi migratori nel crinale del mito servendosi della rielaborazione di un aneddoto risalente alla dominazione dei Mori in Sicilia nell’XI secolo. Il mito e l’attualità si mescolano fino a confondersi in una ricostruzione simbolica che si pone come evidente riflessione sulla realtà tanto drammatica quanto attuale dei flussi migratori e del dislocamento come categoria storica ed emergenza umanitaria. La dimensione del racconto e la rielaborazione di narrazioni consolidate che si inseriscono a metà strada tra storia orale, storia antica e leggenda è anche oggetto della performance del registra e marionettista Basil Twist in collaborazione con la scrittrice Kirstin Valdez Quade e il danzatore Kenneth Ard; The song of Cecilia (2019) è uno spettacolo di burattini che, mettendo in scena gli espisodi principali della santa patrona della musica, tenta di ristabilire un rapporto di autenticità tra lo spettatore e la dimensione orale del racconto stravolgendone il valore consuetudinario e inviolabile.

Gabriele Silli, Martello-Fiore, 2015-2018

Gabriele Silli, Martello-Fiore, 2015-2018

Ed è nuovamente la storia, nel suo passaggio discontinuo e non strettamente cronologico, ad essere la traccia del racconto per immagini e testi messo in atto da Sze Tsung Nicolás Leong e Judy Chung che articolano una narrazione in cui cultura visiva e cultura scritta si intrecciano nel susseguirsi di 30 stampe a pigmento d’archivio. Storia della Storia (2019) si presenta volutamente come un archivio parziale di interni italiani, dall’antichità ad oggi, ritratti per essere accompagnati da un agglomerato di testi di scrittori e studiosi che consentono di inserire il lavoro in un orizzonte semantico più ampio e strettamente connesso alle molteplici possibilità che da spettatori esperiamo del passaggio del tempo nella Storia – che seppure scritta con la s maiuscola si dimostra suscettibile di un insieme di variazioni che scaturiscono dalla singolare esperienza che di essa è possibile fare.
Nel continuum spazio-temporale devoto all’universo anche emotivo si colloca il lavoro di Renato Leotta le cui opere si concentrano sulla ricerca e l’osservazione del paesaggio e dell’architettura, mettendo in evidenza le costruzioni narrative che si celano nell’universo visivo implicato nel processo creativo. In Multiverso (2017-2018), ad esempio, la cristallizzazione del sale presente nell’acqua marina con cui Leotta ha imbevuto un tessuto di cotone conserva la traccia della memoria di luoghi e paesaggi che impressi nella materia raccontano uno scenario inedito. Displacement è dunque uno spostamento dagli aspetti consuetudinari di ciò che ci è familiare per fornire un approdo verso sensibilità misconosciute.

Renato Leotta, LUCE, 2018 16 mm film frame Photo: Sebastiano Pellion Di Persano

Renato Leotta, LUCE, 2018 16 mm film frame Photo: Sebastiano Pellion Di Persano

Carola Bonfili,3412 Kafka, 2017 - Photo Giorgio Benni

Carola Bonfili,3412 Kafka, 2017 – Photo Giorgio Benni

Nelle tre sculture in cemento, resina, polvere di marmo, pigmento, 3412 Kafka (2017), che Carola Bonfili realizza impiegando la tecnica della termoformatura, il nome dell’asteroide scoperto negli anni Ottanta è la suggestione per esperire un universo utopico in cui le forme assumono di volta in volta una tensione cangiante che cela le possibilità di una realtà utopica da intendersi come parte dello spostamento percettivo rispetto al consueto – una forma, una costruzione, un oggetto. Così come Martello-Fiore (2015-2018) di Gabriele Silli è un’imponente scultura-assemblaggio che servendosi di carta, silicone, materiale organico, ferro e legno, mentre sperimenta le possibilità della materia e dei cambiamenti di stato che la interessano, si colloca sulla soglia tra mondo organico e inorganico allontanando dallo spettatore la consueta percezione di ciò che può essere familiare. Infine, nell’installazione di Joannie Bottkol insieme a Allison Emmerson, Zaneta Hong e Karyn Olivier, In Translation: Some Loss Is Inevitable (2019) e in quella di Helen O’Leary e Joannie Bottkol, Safe (2019), il senso di ineluttabilità e di incessante scorrere del tempo si legano inevitabilmente alla possibilità di fornire una nuova chiave di lettura per un tempo umano che descriva i desideri, le incombenze e le aspettative. Uno spostamento, dunque, ricercato o imposto che nel continuo alternarsi dicotomico tra vita e morte mostra un universo in trasformazione davanti agli occhi di chi guarda e di chi di questo universo è parte integrante.

Joannie Bottkol, Allison Emmerson, Zaneta Hong, Karyn Olivier, In Translation Some Loss Is Inevitable, 2019 - Photo Giorgio Benni

Joannie Bottkol, Allison Emmerson, Zaneta Hong, Karyn Olivier, In Translation Some Loss Is Inevitable, 2019 – Photo Giorgio Benni

Basil Twist, Kirstin Valdez Quade e Kenneth Ard, The Song of Cecilia, 2019 - Photo Giorgio Benni

Basil Twist, Kirstin Valdez Quade e Kenneth Ard, The Song of Cecilia, 2019 – Photo Giorgio Benni

Michelle Lou, Marcel Sanchez Prieto e Adriana Cuéllar, Displacement, 2019 - Photo Giorgio Benni

Michelle Lou, Marcel Sanchez Prieto e Adriana Cuéllar, Displacement, 2019 – Photo Giorgio Benni