• Christo Floating Piers (Project for Lake Iseo, Italy) Collage 2015: 55,9 x 43,2 cm (22 x 17'') Pencil, wax crayon, enamel paint, photography by Wolfgang Volz, technical data and fabric sample Matita, pastello a cera, smalto, fotografia di Wolfgang Volz, dati tecnici e campione di tessuto Photo. André Grossmann (c) Christo 2015
  • Christo The Floating Piers, Project for Lake Iseo, Italy, 2014 Collage in two parts, 30,5 x 77,5 and 66,6 x 77,5 cm Collage in due parti 30,5 x 77,5 e 66,6 x 77,5 cm
  • Christo and Jeanne-Claude The Pont Neuf Wrapped, Paris, 1975-85 40.876 square meters of woven polyamide fabric and 13 km of rope. 40.876 metri quadrati di tessuto in poliamide e 13 km di corda. Photo: Wolfgang Volz (c) Christo 1985
  • Christo Surrounded Island, Biscayne Bay, Greater Miami, Florida Collage, 1982(28 x 35,5 cm) Pencil, photography by Wolfgang Volz, enamel paint, charcoal, wax crayon and tape. Matita, fotografia di Wolfgang Volz, smalto, gesso, pastello a cera e adesivo. Photo: Eeva-Inkeri (c) Christo 1982
  • Christo and Jeanne-Claude Wrapped Cost, One Million Square Feet. Little Bay, Sydney, Australia, 1969 100 x 150 cm Photo Harry Skunk
  • Christo & Jeanne-Claude in front of The Pont Neuf Wrapped, Paris 1975-1985_ph & (c) Wolfgang Woltz 1985
  • Christo The Mastaba (Project for Abu Dhabi, United Arab Emirates) Drawing 2012 in two parts: 38 x 224 cm and 106.6 x 244 cm Pencil, charcoal, wax crayon, pastel, map, hand-drawn technical data, enamel paint and tape Ref #9-2012 Photo: André Grossmann Copyright: Christo 2012
  • Christo The Gates, Project for Central Park, New York City Collage 2003 in 2 parts: 30,5 x 77,5 and 66,7 x 77,5 cm Pencil, fabric, charcoal, wax crayon, pastel, enamel paint, pastel, fabric sample and map. Photo: Wolfgang Volz Ref #70 Copyright Christo 2003
  • Christo Wrapped Walk Ways (Project for Loos Park, Kansas City, Missouri) Collage 1978: 71,1 x 55,9 cm Pencil. Fabric, charcoal, pastel, photograph by Wolfgang Volz, wax crayon and map Photo: Eeva-Inkeri Copyright: Christo 1978
  • Christo Kunsthalle Berne – Packed (project for 50th Anniversary) Collage 1968: 56 x 71 cm Pencil, fabric, polyethylene, twine, thread, charcoal and cut-out photograph on cardboard Photo: Wolfgang Volz Copyright: Christo 1968

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Durante la presentazione di Water Projects alla Triennale di Milano, Christo racconta a Germano Celant (curatore del progetto e, in questo caso, intervistatore) di come The Floating Piers, il lavoro che verrà realizzato sul Lago d’Iseo dal 18 giugno al 3 luglio, sia stato uno dei 37 progetti ai quali, nel corso della sua lunga carriera, l’artista ottantenne si è sentito rispondere “no”. Ci ha provato nel Rio della Plata di Buenos Aires e ci ha provato, dopo diversi anni, nell’area della Tokio Bay, senza però riuscire a ottenere i permessi. Un grande onore, quindi, per la città di Brescia, consentire al grande artista statunitense di realizzare il progetto pensato in collaborazione con la moglie Jeanne-Claude (mancata nel 2009). Il lavoro sarà preceduto e accompagnato da una grande mostra al Museo di Santa Giulia – dal 7 aprile al 18 settembre, a cura di Germano Celant (che è anche il Project Director di The Floating Piers), che riunirà tutti i progetti – e quindi disegni, film, video, studi e collage – legati all’elemento dell’acqua.

L’opera The Floating Piers sarà costituita da larghi pontili galleggianti ricoperti da 70 mila metri quadrati di tessuto arancione che attraverseranno il lago e permetteranno ai visitatori di camminare sulle acque, intorno all’isola di San Pietro e sulle sponde del lago. Con quest’opera Christo torna a realizzare un lavoro in Italia dopo più di quarant’anni: nel 1970, infatti, impacchettò i monumenti a Vittorio Emanuele e Leonardo Da Vinci a Milano e nel 1974 le Mura Aureliane di Via Veneto, a Villa Borghese, Roma.

Così Christo spiega perché per realizzare il suo lavoro ha scelto proprio questa location, dopo aver visitato il Lago Maggiore, il Lago di Como, e il Lago di Garda: “Il fattore importante per noi è che al centro del Lago d’Iseo c’è Monte Isola che è la più alta isola lacustre in Italia. Data la sua vicinanza alle montagne, Monte Isola raggiunge altitudini notevoli e, per questo stesso motivo, le acque del Lago d’Iseo sono molto profonde. A metà strada tra Monte Isola e la riva del lago si raggiunge una profondità di oltre 90 metri, perché il lago altro non è che una valle riempita d’acqua. Su quest’isola abitano 2000 persone, ci sono chiese, negozi, ma nessuna spiaggia. Per raggiungere le rive del lago le persone prendono il traghetto attraversando di continuo le acque. È per questo che ho deciso di realizzare qui The Floating Piers.”

CS Chisto and Jeanne-Claude, Water Projects – Museo di Santa Giulia, Brescia 2016

Christo  The Floating Piers, Project for Lake Iseo, Italy, 2014

Christo The Floating Piers, Project for Lake Iseo, Italy, 2014

Christo e Germano Celant

Una conversazione sull’acqua*

Germano Celant: Il clima artistico agli inizi degli anni sessanta è segnato dall’affermarsi degli Happenings e degli Environments, manifestazioni temporanee che aspirano ad annullare la staticità e la monoliticità dell’oggetto d’arte a favore di un allargamento all’ambiente, così da includere una condizione spaziale architettonica ed un trascorrere temporale ampliati ma effimeri. Inoltre si afferma l’idea di uscire dal territorio elitario della galleria e del museo per entrare in strada. Si cerca un accordo o un’integrazione con l’ambiente urbano, collocando il proprio lavoro in negozi o in palestre, per presentare sculture o danze, da Claes Oldenburg a Merce Cunningham. L’ipotesi è di mettere in discussione lo spirito individualista ed eroico degli Action Painters e degli Espressionisti Astratti, per operare all’interno della politica delle cose, così da evitare i feticci artistici ed entrare nelle banalità del mondo. Al tempo stesso, dovendo proiettarsi all’esterno, in luoghi non istituzionali, l’elaborazione dell’opera richiede un progetto. Entra in atto una pianificazione, lunga e complessa, che renda possibile l’intervento pubblico. I tuoi primi interventi urbani e territoriali datano dal 1961 quando nel Porto di Colonia copri di tessuto industriale un insieme di barili per realizzare un package in grande scala, oppure quando nel 1962 a Parigi realizzi un muro provvisorio, in rue Visconti, composto da barrels di petrolio, così da bloccare la strada. Da quel momento inizi a progettare operazioni di rivestimento o di costruzione di architetture o di oggetti che interagiscono con la situazione ambientale. Nel 1964 prospetti di impacchettare alcuni edifici della Lower Manhattan a New York e nel 1966, a Minneapolis, Minnesota, produci e sollevi in aria un 42,390 Cubic Feet Package. Da quei primi lavori in situ derivano, ispirati dalla conformazione dei buildings o dei paesaggi, progetti che da immaginari si trasformano in realtà, dalla Wrapped Kunsthalle, 1967-1968, a Berna, Svizzera, a The Gates, 1979-2005, in Central Park a New York. Simili traduzioni di un’idea o di una visione in un’entità concreta e vivibile nel corso del tempo, con il contributo di Jeanne- Claude, hanno raggiunto il numero di più di trenta tra quelli attuati e quelli non realizzati. Tutti presentano la caratteristica di essere concepiti a tempo determinato, intorno alle due settimane, per un luogo specifico, dalla costa al deserto, dal fiume al parco, dal lago alla pianura. Inoltre l’intera impresa, dal progetto alla sua attuazione, comporta una complessità realizzativa che si è connessa alla vostra visione, quindi attraverso l’affermazione di una soggettività immaginaria, ma messa in relazione ad un rapporto con il pubblico che ha significato un intervenire nella politica delle cose. Vale a dire si è dovuta impegnare nel risolvere concreti problemi burocratici e costruttivi, sociali e strutturali, venendo a proporre un fare arte che approccia i fenomeni urbani e paesaggistici, non più personali e individuali, ma legati alle condizioni del contesto terrestre e dei suoi abitanti.

Nei singoli progetti convergono l’insieme delle arti, dal disegno alla scultura, dalla fotografia al cinema, come le tecniche del costruire, in relazione al dinamismo del processo urbanistico e ambientalistico. In gioco ci sono i caratteri fondamentali di un’autonomia della creatività che si alimenta con un’indipendenza economica, quella di sovvenzionarvi tramite disegni oppure oggetti relativi al progetto, che ha reso il vostro lavoro libero e rispondente solo alla soddisfazione della vostra visione. Infine l’attività creativa si è nutrita di una pianificazione che ha permesso prima di abbozzare l’idea e poi trovare i mezzi per concretizzarla, rispetto alla variabilità delle condizioni sociali ed ambientali. Tuttavia la padronanza del progetto, inseparabile dalle difficoltà e dal comportamento delle strutture pubbliche, ha spesso dilatato i tempi della vostra costruzione immaginaria. Alcune idee hanno trovato uno strumento operativo e attuativo veloce e altre hanno richiesto decenni. Date la vostra costanza e la forte motivazione creativa, l’interazione con governi e forze locali, gli enti e le istituzioni addette alla conservazione del territorio ha portato frutti spettacolari, che vanno – in tempi ridotti – da Wrapped Fountain, Spoleto, 1968, in Italia, a Wrapped Coast, Little Bay, Sydney, Australia, 1968-69, da Running Fence, Sonoma and Marin Counties, California, 1972-76, a Surrounded Islands, Biscayne Bay, Greater Miami, Florida, 1980-1983, mentre altri come Wrapped Reichstag, Berlin, 1971-95, in Germania, The Umbrellas, Japan-USA, 1984-91, and The Gates, Central Park, New York City, hanno richiesto lustri o decine di anni.

Questi interventi che collegano l’esperienza della soggettività artistica alla concretizzazione di un evento sociale hanno elaborato molti progetti che sono andati in porto e hanno conseguito una realizzazione autentica e forte. Esistono tuttavia ancora diverse ipotesi che aspettano di trovare una realtà pubblica. Considerata la persistenza nel portare a conclusione le idee maturate con Jeanne-Claude, quali sono e quali prospettive di messa in opera esistono?

Christo: Considerando i progetti in corso d’opera, ovvero The Mastaba avviato nel 1977, Over the River, avviato nel 1992, fino a The Floating Piers di oggi, siamo consapevoli che non dobbiamo lavorare solo a un progetto per volta, ma su più progetti contemporaneamente, perché non siamo mai certi di ottenere i permessi necessari alla loro realizzazione.

Germano Celant: Nel vostro percorso l’irruzione nell’ambiente naturale ha assunto diverse connotazioni, dovute all’attrazione magnetica provata, insieme a Jeanne-Claude, per la realizzazione di opere site specific. Ognuno ha richiesto specifiche risposte, in relazione alle condizioni culturali della società attraversata, dall’Australia al Giappone, dagli Stati Uniti alla Germania. Per ognuno andavano stabiliti codici e modalità di dialogo e di comportamento estetico differenti. Ad ognuno avete conferito una “personalità” artistica che ne ha sottolineato l’unicità e la forza. Qual è la differenza per te, o meglio, che tipo di diversa esperienza hai lavorando sulla terra o sull’acqua? Sono due situazioni differenti? Cosa vuol dire costruire un’opera sulla terra o sull’acqua? Le conformazioni materiali e di adattamento, di effetto visuale e luminoso creano una “teatralità”, in cui lo spettatore viene avvolto e resta incantato. È quindi uguale una contemplazione su una superficie di terra immobile o sul una superficie liquida e fluida?

Christo: Terra e acqua non sono separabili, perché la terra è sempre presente in tutti i progetti. Da Australian Coast in poi ogni opera è in qualche modo legata sia alla terra che all’acqua, due elementi sempre in contatto. Anche in Surrounded Islands, dove si trattava appunto isole, il tessuto era connesso alla terraferma, nessuna sua parte galleggiava libera, perché il tessuto era ancorato alla spiaggia. Il rapporto terra-acqua era anche l’aspetto più entusiasmante di Running Fence, perché il progetto in sé consisteva nel collocarsi in un territorio dalle caratteristiche uniche muovendosi dalla terra verso l’acqua. È per questo che siamo arrivati a coprire una distanza di 40 chilometri. Quando abbiamo avviato Running Fence, negli Stati Uniti c’era molta attenzione sul tema del territorio e del suo sviluppo, dalla città ai paesi, dalle periferie ai campi coltivati fino all’oceano. Andò così: il progetto doveva includere piccoli paesi e anche una delle componenti più importanti del paesaggio californiano, una highway. Dovevamo attraversare una autostrada e fu per questo che il progetto si sviluppò per 40 chilometri – se la highway fosse stata la più vicina all’oceano l’installazione sarebbe stata più corta.

Mi ricordo chiaramente quando io e Jeanne-Claude cominciammo a cercare un sito adatto alla realizzazione di Running Fence, e nel 1972-1973 individuammo tre aree possibili. La prima era a nord di San Francisco, Marine County, la seconda era in una zona ancora più a nord, e la terza era a sud, vicino a San Luis Obispo, tra San Francisco e Los Angeles, tutti luoghi sulla costa. Il progetto era legato all’umano – tutti i progetti lo sono – e volto a mostrare come l’individuo abiti il territorio e lavori la terra, e questo è il motivo per cui il progetto lambiva molte strutture edificate: le recinzioni dei contadini, le grandi recinzioni della highway, i pali delle linee telefoniche, le piccole case dei contadini, altre case più grandi. Quando abbiamo attraversato il primo paesino di The Valley Fort il fence si interrompeva all’Ufficio Postale, costeggiava il retro del supermercato per poi dirigersi verso le colline. Tutto il progetto era sì incentrato sugli aspetti sociali del territorio ma studiammo anche le dimensioni e la larghezza del fence e ricordo che facemmo in modo che risultasse visibile da tante angolature diverse, perché c’erano tante altre strade nella zona e volevamo che le persone che passavano in automobile potessero vederlo. L’installazione attraversava quaranta strade minori prima di raggiungere la Highway 101.

Germano Celant: La forza degli elementi naturali, dal vento alle onde, è partecipe di molti progetti che trattano delle vaste distese di terra e dell’acqua, da Running Fence, 1972-1976, a Sorrounded Islands,1980-1983. È una componente dinamica che crea una componente attiva e un costante esprimersi fisico del progetto. In Over the River, dal 1992 in progress, l’ipotesi di intervento sull’Arkansas River, in Colorado, prevede il ricorso al dialogo tra montagna e fiume, tra distesa liquida e superficie celeste, così da arrivare a produrre uno spiegamento visuale che, come un percorso plastico si muove in relazione al canyon che ospita il corso delle acque. È quasi un intervento voluttuoso e sensuale in un territorio arido ma profondamente rigoglioso e multicolore. Qui il percorso del fiume si riflette in una presenza aerea e cromatica, il liquido si traduce in materia e luce. Il pubblico si sentirà quindi avvolto in un fluido che è denso, quanto trasparente, vibrante quanto travolgente. Sarà una trasformazione dell’esperienza naturale in visione plastica, in cui sentirsi immersi e avvolti: un’opera che sarà cangiante e mobile nello scenario della natura selvaggia americana. A che punto è il progetto e che probabilità ha di essere realizzato?

Christo: Il progetto di Over the River consiste nel sospendere un pannello di tessuto sopra le acque del fiume Arkansas in Colorado. Iniziammo a lavorare a questo progetto molti anni prima di cominciare a fare studi in-situ, fu solo in seguito che ci recammo sulle Rocky Mountains per trovare il fiume adatto. Individuammo infine il fiume Arkansas nello Stato del Colorado, raggiungibile in un’ora di macchina lungo la strada attorno all’Interstate 50, nei pressi di Pomona Pass. Prendemmo un gommone per fare rafting lungo il fiume. Uno dei motivi per cui scegliemmo l’Arkansas fu proprio perché è il fiume americano dove si pratica più rafting. Ti voglio raccontare degli aspetti logistici di questo progetto. In ogni nostro lavoro noi trasformiamo, letteralmente, uno spazio o un edificio in uno “spazio artistico”. Abbiamo pagato tre milioni di dollari al Comune di New York per occupare Central Park per tre mesi con The Gates. Per ogni progetto ci occupiamo anche di aspetti come diritto d’autore e registrazione del marchio ed è per questo motivo che non consentiamo nessun’altra attività nell’area destinata al progetto, anche perché è molto complesso studiare e organizzare questo genere di opere, per non parlare della difficoltà nell’ottenere le autorizzazioni.

Per Over the River cominciammo a lavorare sulle Rocky Mountains in Colorado in un sito non lontano dalla strada e dalle ferrovie della Union Pacific, un luogo solo a due ore da Denver dove c’è un aeroporto internazionale con voli da e per Londra. È una zona del fiume molto animata, con case, paesi, fabbriche e tutto ciò di cui potresti aver bisogno. Cercammo di ottenere i permessi e ci recammo all’Ufficio di Gestione Territoriale del Dipartimento degli Interni. In seguito subimmo delle pressioni da diversi Enti Statali e simili, ma nei primi due mesi ottenemmo un permesso parziale dallo Stato del Colorado e dalla Union Pacific, la compagnia proprietaria della linea ferroviaria.

Ad ogni modo, fu solo a novembre del 2011 che il Governo degli Stati Uniti ci accordò il permesso definitivo, dopo dieci anni di dialogo e lavoro con tutte le amministrazioni che si sono succedute negli anni, prima i Democratici, poi i Repubblicani e poi di nuovo i Democratici. Ogni progetto è pensato per una stagione specifica dell’anno. Surrounded Islands in Florida era un progetto destinato alla stagione primaverile, prima dell’arrivo degli uragani estivi. The Gates invece era un progetto invernale, perché d’estate Central Park è come una foresta e i gates non sarebbero stati visibili. Over the River invece è un progetto estivo perché il fiume Arkansas è il fiume dove si pratica più rafting in America – rafting di facile livello, adatto anche ai bambini. Sono questi i motivi per cui siamo molto emozionati all’idea di lavorare su questo fiume: sarà meraviglioso vedere persone percorrerlo facendo rafting, fruendo così dell’opera da “dentro”.

Germano Celant: Surrounded Islands non era percorribile, Over the River la si potrà percorrere da sotto: The Floating Piers è invece una combinazione di due esperienze – sopra e sotto.

Christo: Questo è un aspetto molto importante: mi piace l’idea che l’acqua si possa effettivamente toccare ed è per questo che abbiamo aggiunto l’elemento di pendenza sui bordi di The Floating Piers. È un invito, un invito a mettere i piedi nell’acqua e a toccarla. Essendo sempre bagnati, i margini della banchina assumeranno una tonalità rosso saturo.

Germano Celant: L’interesse primario per la distesa d’acqua ti ha portato con Jeanne- Claude nuovamente in Italia per la messa in cantiere di The Floating Piers, un progetto che ha radici in alcune idee datate al 1970 come 2000 Metres Wrapped, Inflated Pier, sul Rio de la Plata in Argentina, o al 1996 come The Daiba Project, per l’Odaiba Park, Tokyo Bay, e che nel 2016 verrà attuato sul Lago d’Iseo. Anche qui il vostro intervento scivola sull’acqua ma rispetto a Miami è percorribile fisicamente, camminandoci sopra. Presenta quindi un’ulteriore vivacità, oltre a quella del movimento della superficie acquea prevede quella del transito del pubblico che potrà andare da una sponda all’altra del lago, da Sulzano a Monte Isola, per circolare sulla terra ferma e poi intorno all’isola di San Paolo. È un intervento potente che nel vuoto del lago costruisce un percorso irradiante che non è precluso all’uso e alla fruizione degli individui che vorranno avventurarsi in esso e sentirsi sospesi sull’acqua. A pochi mesi dalla sua concretizzazione, che avverrà il 18 giugno per un periodo di 16 giorni, fino al 3 luglio, quali sono le soluzioni trovate in termini di galleggiamento, aspetti fisici ed effetti ottici? Che esperienza ci possiamo aspettare da questo attraversamento? Sarà come sentirsi sospesi in un sistema in continua trasformazione fisica e visiva?

Christo: Dal 1958 al 1964, mentre vivevo a Parigi, facevo molte mostre e progetti in Italia. Vissi in Italia per quasi tre mesi nel 1963 mentre lavoravo alla mia personale alla Galleria del Leone a Venezia. Viaggiavamo molto negli anni Sessanta. Noi due ci conoscemmo in quegli anni, e ora tu sei il Project Director di The Floating Piers. Negli anni Sessanta e Settanta realizzammo tre opere pubbliche in Italia: impacchettammo la fontana in Piazza del Mercato a Spoleto nel 1968, i monumenti a Vittorio Emanuele e Leonardo da Vinci a Milano nel 1970, e infine nel 1974 impacchettammo le Mura Aureliane alla fine di Via Veneto, a Villa Borghese, Roma. Attorno al 2014, Josy Kraft che è curatore delle nostre opere e si occupa del deposito in Svizzera, organizzò un tour di tutti i laghi del nord Italia visti dalle montagne: Lago Maggiore, Lago di Como, Lago d’Iseo e Lago di Garda. Il fattore importante per noi è che al centro del Lago d’Iseo c’è Monte Isola che è la più grande e la più alta isola lacustre in Italia. Data la sua vicinanza alle montagne, Monte Isola raggiunge altitudini notevoli e, per questo stesso motivo, le acque del Lago d’Iseo sono molto profonde. A metà strada tra Monte Isola e la riva del lago si raggiunge una profondità di oltre 90 metri, perché il lago altro non è che una valle riempita d’acqua.

Su quest’isola abitano 2000 persone, ci sono chiese, negozi, ma nessuna spiaggia. Per raggiungere le rive del lago le persone prendono il traghetto attraversando di continuo le acque del lago. È per questo che ho deciso di realizzare qui The Floating Piers.
Dalle rive del lago, precisamente da Sulzano, ci saranno tre banchine galleggianti e oltre tre chilometri di camminamenti pedonali attraverso Peschiera Maraglio, il paesino principale di Monte Isola, e Sulzano. Quando cominciammo a lavorare a questo progetto, nei disegni preparatori raffiguravamo la struttura come un tunnel lineare. Ma alla fine del XX secolo la tecnologia ha fatto progressi, offrendoci la possibilità di usare una struttura incredibilmente ingegnosa ma dalla meccanica estremamente semplice, composta da 200.000 cubi – di 40 cm di altezza, con una superficie di 50×50 cm e connessi da 200.000 viti giganti – che una volta assemblati creano una superficie galleggiante … non più dunque una sorta di pontone come era stato concepito in origine. Questo è stato un punto di svolta nel progetto. Non solo installeremo le banchine galleggianti nella zona di Monte Isola, ma ci piacerebbe anche riuscire a connettere Monte Isola con la piccola Isola di San Paolo. Il nodo principale da affrontare è individuare il giusto interlocutore istituzionale per riuscire a capire come ottenere i permessi. Il Governo Italiano è responsabile dei laghi, e ogni lago ha un presidente nominato dallo Stato. Abbiamo già ottenuto il supporto dei Sindaci di Monte Isola e di Sulzano, Fiorello Turla e Paola Pezzotti, e così anche quello del Presidente del Lago d’Iseo Giuseppe Facannoni. È stato tutto davvero molto rapido!

Ora, bisogna tener presente che noi non abbiamo ma realizzato un progetto del genere prima d’ora. Per creare la struttura dovremo installare 160 ancoraggi di 5 tonnellate ciascuno, posizionandoli in dei punti prefissati secondo una precisa geometria e alla giusta distanza dalla riva. Qui le acque del lago raggiungono oltre 90 metri di profondità, quindi ci rivolgeremo a dei sommozzatori, in particolare per installare gli ancoraggi ma anche per ispezionare le acque prima del loro posizionamento. Dopo aver illustrato l’aspetto estetico del progetto, è stato necessario richiedere ai governi locali anche l’approvazione delle procedure ingegneristiche. A questo scopo abbiamo portato degli ingegneri Italiani in Bulgaria per far loro vedere e capire il funzionamento della struttura una volta nell’acqua, facendo test di galleggiamento e di resistenza all’acqua e al moto ondoso. Dato che il procedimento di installazione è estremamente complesso, le banchine saranno montate in 30 sezioni di 100 metri ciascuna e poi temporaneamente stoccate. Solo successivamente queste 30 sezioni saranno montate in un unico camminamento lungo 3 chilometri. L’aspetto nodale dell’opera è che le persone cammineranno letteralmente sull’acqua. Ci sarà il coinvolgimento del pubblico che percorrerà questa strada di tre chilometri che dalla terraferma raggiunge le isole.

Germano Celant: Come mai hai deciso di circondare anche l’Isola di San Pietro? C’è qualche connessione con Surrounded Islands?

Christo: In quel caso si poteva raggiungere solo il tessuto di Surrounded Islands, non le isole in sé. Ma c’è un altro aspetto importante di The Floating Piers: ho sempre voluto che fossero due le banchine ad incontrarsi sull’acqua. Le persone inizieranno il percorso e dopo un chilometro raggiungeranno l’isola. Anche se sarà impossibile accedervi, sarà lì che i visitatori incontreranno gli altri visitatori di ritorno dalla seconda banchina. E andare all’Isola di San Paolo non è come arrivare su un’isola-scoglio: no, c’è una casa, attività umana, è un sito urbano. Non ci si può accedere, ma ci si può camminare attorno, e la cosa bella è che è molto geometrica e lì la banchina sarà molto più larga, quasi 20 metri di banchina galleggiante, formando una sorta di spiaggia digradante, accessibile a tutti. Circondando la piccola isola senza mai toccarne le mura, The Floating Piers creerà qualcosa di altro rispetto all’isola. Prova a immaginare. Sarà fantastico. E perché i bordi digradanti sono così importanti? Perché creano un’elevazione di 40 cm, dando vita a una sorta di linea dorata e a effetti di luce del tutto particolari.

Germano Celant: E anche l’idea di camminarci…

Christo: Ti ricordi quando eravamo a Sulzano e io ero così felice di aver trovato quell’ingresso dell’opera? Perché da lì il lago non si vede assolutamente, non se ne ha nessuna percezione, e poi tutto d’un tratto si arriva a questo varco, largo solo 8 metri e da lì si vede la banchina larga 16.

* Testi tratti da:
Projects in Progress. A conversation between Christo and Germano Celant, in Christo and Jeanne-Claude, Projects in Progress, catalogo della mostra, Galerie Gmurzynska, St. Moritz, 14 febbraio – 26 marzo 2016
Conversation between Christo and Germano Celant, gennaio 2016

Christo Over the River, Project for Arkansas River, State of Colorado Drawing, 2008: 55,9 x 71,1 cm (22 x 28'') Pencil, charcoal, pastel, wax crayon and wash Disegno del 2008: 55,9 x 71,1 cm (22 x 28'') Matita, gesso, pastello, pastello a cera e acquerello. Photo: André Grossmann (c) Christo Ref #20

Christo Over the River, Project for Arkansas River, State of Colorado Drawing, 2008: 55,9 x 71,1 cm (22 x 28”) Pencil, charcoal, pastel, wax crayon and wash Disegno del 2008: 55,9 x 71,1 cm (22 x 28”) Matita, gesso, pastello, pastello a cera e acquerello. Photo: André Grossmann (c) Christo Ref #20

Running Fence, Sonoma and Marin Counties California, 1972-1976 100 x 150 cm   Photo: Wolfgang Volz

Running Fence, Sonoma and Marin Counties California, 1972-1976 100 x 150 cm Photo: Wolfgang Volz