• I MANI, 2016, Bronzo, legno di tasso,video proiezione, foto: Maria Bruni
  • I MANI, 2016, Bronzo, legno di tasso,video proiezione, foto: Maria Bruni
  • Aristotele (I FILOSOFI), 2016, Bronzo, 5X8X25 mm, foto: Maria Bruni
  • I FILOSOFI, 2016, Bronzo, 5X8X25 mm, foto: Maria Bruni
  • Giordano Bruno (I FILOSOFI), 2016, Bronzo, 5X8X25 mm, foto: Maria Bruni
  • Socrate (I FILOSOFI), 2016, Bronzo, 5X8X25 mm, foto: Hilario Isola
  • Aristotele (I FILOSOFI), 2016, Bronzo, 5X8X25 mm, foto: Hilario Isola
  • AUSPICIO 2015 (in collaborazione con Enrico Ascoli), Mosto in fermentazione, richiami da caccia, microfoni Dimensione ambientale, Installation view at Maxxi Museum Rome
  • AUSPICIO 2015 (in collaborazione con Enrico Ascoli), Mosto in fermentazione, richiami da caccia, microfoni Dimensione ambientale, Installation view at Maxxi Museum Rome
  • ARUSPICE #8 2016, Raspi d’uva e resine naturali, 100x60x25 cm, foto: Maria Bruni

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Oggi Sabato 23 Aprile alla Voice Gallery di Marrakech inaugura I chiodi l’ombra e l’aruspice, terza parte di una trilogia di mostre personali di Hilario Isola. La prima parte, alla galleria Guido Costa di Torino, è visibile fino al 4 Giugno, mentre la seconda parte, alla Galleria Valentina Bonomo di Roma, rimarrà aperta fino al 15 Maggio.

In questa conversazione Hilario Isola ci racconta in maniera approfondita dei materiali che usa nei suoi lavori, del progetto TENTative Structures, che ha recentemente presentato alla 6 Marrakech Biennal, e della lezione che terrà Lunedi 25 e Martedì 26 Aprile, sempre a Marrakech, per the classroom, il progetto a cura di Paola Nicolin e Giovanna Silva.

ATP: Quello che mi ha colpito da subito delle tre serie di lavori che presenti, accorpati o singolarmente, in queste tre mostre, è l’uso di materiali “elementari” e senza tempo, come l’acciaio, il bronzo, il legno e la luce. Questi lavori avrebbero potuto benissimo averli anche fatti centocinquanta anni fa. Come sei arrivato a concentrarti proprio su questi materiali?

Hilario Isola: Da una parte c’è una scelta concettuale, e se vuoi anche storica. Sono sempre stato affascinato dalle relazioni che si intrattenevano con la scultura nell’arco del periodo Etrusco, quindi dalla nascita della storia italiana. Molte credenze, sia del periodo Etrusco che in parte della cultura greca, sono confluite nella cultura romana. Mi riferisco alla dimensione “tutelare” della scultura, per cui le figure tra cui i Lari, e gli stessi Mani, che danno il nome ad una delle mie opere, e la figura degli Aruspici, erano legati ad un’idea di scultura non intesa come oggetto di bellezza e di arricchimento ma come oggetto che doveva tutelare sugli spazi, un feticcio che doveva collegare l’uomo alle sue radici. Il lavoro che sto facendo è uno scavo archeologico, inteso in termini concettuali, su questa dimensione della scultura un po’ dimenticata, su una scultura che più che da vedere è da cercare, che ti guarda, che ha una sua presenza nello spazio. In questo senso, è vero che da una parte è una mostra antica, ma dall’altra non lo è perchè tutte le opere hanno una chiave molto contemporanea di interpretazione. La presenza dei filosofi all’interno dello spazio è totalmente inusuale, perchè il chiodo, dall’essere un oggetto nascosto e dimenticato dell’arte, che sta dietro all’opera e la regge, diventa protagonista, e una volta visto e riconosciuto uno dei volti, questo si incide nella memoria. Lo stesso vale per i Mani, che è un’opera antica, perchè è una scultura in bronzo, ma che vive grazie ad un proiettore, un oggetto contemporaneo che proietta un film vuoto riempito da un’ombra proiettata dalla scultura, che è un oggetto che non ha senso fino a quando uno non la tocca.

La mia intenzione è quella di accorciare la distanza tra noi e la scultura, ma anche tra noi e la cultura. L’idea di toccare il lavoro è per fare in modo che ognuno proietti la sua versione dell’opera. Quando uno impugna l’opera, quello che viene proiettato è il profilo di un volto che, a seconda della mano dello spettatore, cambia completamente, e riporta all’idea degli antenati non tanto come idea mitologica ma come qualcosa di materico, perchè dietro alle nostre mani in fondo ci sono loro. Coinvolge lo spettatore in maniera non solo ludica ma anche concettuale.

ATP: Un altro tema che lega le opere è il vino. 

HI: Tutti i lavori sono concatenati dal vino, una materia non presente in mostra ma che sta a monte del legno, del bronzo, anche dell’idea di fusione. In ognuna delle tre mostre i filosofi sono raggruppati con un’idea di simposio, ossia di un momento in cui in epoca Romana si disquisivano le idee per creare nuovo pensiero attraverso il bere e il parlare. Sono discussioni virtuali tra personalità che non si sono mai incontrate, ed è un po’ quello che avviene inconsciamente nella nostra cultura, che è fatta del sunto dei loro pensieri e delle loro diverse prospettive sulla vita che si mescolano dentro di noi. Ne i Mani è evocata la forma di un grappolo d’uva schiacciato, quello che penso sia uno dei primi gesti dell’umanità che più si avvicina allo scolpire. Negli Aruspici il collegamento è più diretto, dato che la scultura è proprio fatta dai raspi del vino, che sono lo scheletro dell’uva, ma anche lo scheletro della vigna, perchè ogni Aruspice è realizzato con una quantità di raspi proveniente da un determinato pezzo di vigna. Di solito ogni Aruspice contiene un ettaro di vigna, per cui le facce hanno anche una dimensione ambientale, raccontano un terreno. Questo aspetto è molto importante per la mia ricerca, il tornare a raccontare quello che sento attraverso i materiali, che sono il legno, l’uva che produco, il territorio da cui provengo.

Due mesi fa ho presentato un’opera al MAXXI chiamata Auspici, in cui ho messo a fermentare in tre damigiane tre mosti di vino diverso, e il gas originato dalla fermentazione passava attraverso un gorgogliatore pieno di miele e usciva attraverso dei richiami di uccelli. La mostra era una sorta di paesaggio sonoro suonato dal vino. Il mio intento è di far parlare l’essenza della natura in maniera diretta, far esprimere l’ambiente attraverso il nostro paesaggio mentale.

AUSPICIO 2015 (in collaborazione con Enrico Ascoli),   Mosto in fermentazione,   richiami da caccia,   microfoni Dimensione ambientale,   Installation view at Maxxi Museum Rome

AUSPICIO 2015 (in collaborazione con Enrico Ascoli), Mosto in fermentazione, richiami da caccia, microfoni Dimensione ambientale, Installation view at Maxxi Museum Rome

ATP: Quindi tutto parte da un ragionamento sulla materia. 

HI: Esatto, ma non è solo un ritorno alla materia dovuto ad una scelta stilistica. Le opere a cui ho lavorato in questi ultimi due anni credo siano più “vere” proprio perchè non raccontano solo di quello che sento, ma del paesaggio in cui vivo, e in ogni caso c’è sempre un rapporto tra un paesaggio mentale ed uno reale. Tutti i lavori nella mostra da Guido Costa sono paesaggi mentali, perchè il chiodo crea un’assenza, che è uno spazio in cui ciascuno può appendere le sue idee.

ATP: In quella mostra da una parte abbiamo i volti dei filosofi scolpiti nel metallo, dall’altra il volto di uno degli ubriaconi del tuo paese che emerge dai raspi d’uva, e nel mezzo la proiezione di un volto sempre diverso. In che modo vedi il rapporto tra queste tre tipologie di volti? 

HI: E’ un rapporto che si è creato come per magia, perchè i lavori sono stati creati separatamente. Sono nati nello stesso periodo, ma non insieme. Una cosa che accomuna tutti e tre i volti è il modo in cui ci si arriva. Le opere vanno un po’ cercate, e ognuno le trova un po’ a modo suo, e crea la sua particolare empatia, perchè il rapporto con i volti è sempre di tipo personale. I chiodi bisogna cercarli e metterli a fuoco, sforzare lo sguardo, così come sforza lo sguardo studiare la filosofia, perchè è difficile mettere a fuoco la complessità del pensiero di un filosofo.

ATP: I Mani è un’opera che per essere vista va toccata. E’ molto interessante il collegamento che si genera tra tatto e visione. Quando per esempio tocco una scultura in un museo, il ricordo che poi ne ho è diverso, è più personale, e quando ci ripenso anche a distanza di tempo l’immagine che ne ho è in qualche modo diversa. C’è anche un aspetto legato alla memoria in questo lavoro?

HI: Sicuramente, e la memoria permea il lavoro anche ad un livello più sottile. La base su cui poggia la scultura in bronzo proviene da un albero, un Taxus Bacata, che cascò molti anni fa nel bosco davanti a casa mia. E’ uno degli alberi più antichi del mondo, chiamato anche Albero della Morte, cresce lentissimo ed è estremamente velenoso perchè le sue bacche, le frasche e il legno contengono tassina, un veleno molto potente. C’è una storia legata a questo albero, che abita nello stesso periodo da cui ho preso l’ispirazione dei Mani. I Romani vinsero molte guerre, soprattutto quelle contro i Barbari, grazie a questo albero. Usavano i rami del Tasso per fare gli archi, perchè è un legno elastico e robusto, e imbevevano le frecce nella tassina per renderle letali. L’idea di usare ed esporre un albero con cui sono cresciuto si lega al mio tentativo di portare sempre un pezzo del mio paesaggio in quello che faccio.

ATP: Abbiamo parlato delle mostre a Torino e a Roma. Puoi già anticiparmi qualcosa del tuo progetto a Marrakech? In che modo si lega alle due mostre?

HI: A Marrakech ho TENTative Structures, un progetto di arte pubblica che ho concepito e curato in partnership con la Biennale di Marrakech e con la galleria,   durerà fino all’8 maggio. E’ un progetto sul nomadismo e sull’architettura nomade. Si compone di tre tende di trenta metri quadri ciascuna, installate nei principali luoghi turistici della città, Jemaa El Fna, l’Hotel de Ville e la Gare de Marrakech, progettate in parte da me e in parte da architetti e designer. Il progetto della mostra si immerge in una dimensione più ampia, quella dell’architettura e del rapporto dell’uomo con lo spazio, e tratta dell’origine della cultura orale e della cultura nomadica. Dopo la personale nella galleria, parteciperò a Classroom, un progetto curato da Paola Nicolin e Giovanna Silva, da poco inaugurato a Milano con Adelita Husni-Bey. Si tratta di un corso di storia dell’arte presentato dal punto di vista di un’artista, e chi verrà invitato si occuperà anche di progettare la classe, ossia il luogo fisico in cui avverrà il corso. L’idea è di usare la struttura della tenda in maniera funzionale al mio corso, il cui argomento principale sarà lo sbaglio nel processo di trasmissione. Parlerò sia della storia dell’arte come serie di misunderstanding, sia del parallelismo tra nomadismo e tradizione orale. Nella cultura araba la trasmissione orale è molto diffusa, ma non ha una letteratura che la supporti, e quindi è basata anche sull’errore, sui diversi modi in cui uno comprende e racconta una storia. E questo ha un forte parallelo con la tenda, una delle strutture architettoniche più antiche della storia, ma che non ha archeologia, perchè appunto è effimera. Credo che le cose in generale non durino, o che abbiano una durata sempre ridotta rispetto alla nostra aspettativa.

ARUSPICE #8 2016,   Raspi d’uva e resine naturali,   100x60x25 cm,   foto: Maria Bruni

ARUSPICE #8 2016, Raspi d’uva e resine naturali, 100x60x25 cm, foto: Maria Bruni

Epicuro,   (I FILOSOFI),   2016,   Bronzo,   5X8X25 mm,   foto: Hilario Isola

Epicuro, (I FILOSOFI), 2016, Bronzo, 5X8X25 mm, foto: Hilario Isola

I MANI,   2016,   Bronzo,   legno di tasso,  video proiezione,   foto: Maria Bruni

I MANI, 2016, Bronzo, legno di tasso, video proiezione, foto: Maria Bruni