Mi è giunta solo un paio di giorni fa questa riflessione sulla mostra ospitata a Villa Reale, ‘Fuoriclasse’.

CERIZZA E I GOONIES

La location dell’esposizione è di per se difficile da apprezzare: a Villa Reale  le opere permanenti , di artisti  storici e ben noti, sono spalmate nelle sale con la solita noiosa mancanza di stimoli, parte del pesante arredo del palazzo, fra marmi e stucchi. Stanze tutte simili che si apprezzerebbero più volentieri come scenario di una degustazione di brandy invecchiati. Luca Cerizza  sembra capitare nel posto sbagliato, al momento sbagliato.

Come vittima di uno scherzo di cattivo gusto, nel quale qualcuno abbia inviato a nome suo troppi inviti per la stessa cena, si ritrova  per le mani le opere di oltre cinquanta artisti da dover collocare, senza avere ben chiaro il senso da dare a questo insieme di lavori cronologicamente, dimensionalmente e generazionalmente slegati, accontentando tutti e nessuno. Soprattutto nessuno. Le opere contemporanee, più che istallate, sono inglobate nel mobilio permanente, perdendosi nella maggior parte dei casi, come gusci di armadillo in residenze dannunziane. Si pensi a tutte le sculture poste come soprammobili sui tavolini barocchi (Perrone), sui piani delle specchiere (Tosi), che certo, magari avere la casa piena di queste “bomboniere”, ma qualcuno dovrà pur spolverarle, prima o poi… E c’è da ringraziare di essere sulla credenzina e non sullo stipite della porta (Di Fabio)…

 A tratti  perfino, grazie anche ad un’inefficace piantina “illustrativa”, il visitatore si sente parte di una caccia al tesoro, che è più beffa che divertimento. Alla ricerca della ragnatela perduta (Agostoni), cercando l’anello nella contea (Cecchin), mappa alla mano, si finisce invece per trascurare le opere, troppo impegnati ad accorgersi che ci sono, o dovrebbero esserci, da qualche parte . Si perde il gusto di notare cosa viene proiettato sul fondo schiena di alcune statue in marmo (Berti) ; non ci si accorge che tra gli stessi quadri scuri e datati appesi alle pareti, se ne nasconde uno di una giovane artista contemporanea (Dalfino). Il senso del dialogo con lo spazio viene completamente a confondersi, a perdersi nel dubbio che ci sia volontà di nascondere le opere o, celandole, di valorizzarle, con un effetto sorpresa.

Eppure, non contento di sparpagliare indizi, più che collocare opere, il curatore non rimane coerente nemmeno su questa linea. In stanze già ingombre e confuse, piazza  là un faccione sproporzionato che meriterebbe ben altre metrature per essere apprezzato (Tuttofuoco); qua un osservatorio in gesso (Zuffi) e due, dico ben due cubi (Gabellone e Favaretto), che insomma, preferendo non farci mancare niente, almeno uno dei due è di coriandoli… 

Al nostro Luca non sembra preoccupare nemmeno molto il fatto che alcune opere sono quasi completamente al buio (che non è sempre un male per lo spettatore…) ed altre riposte in antri ignorabili e per niente visionati ( ricordate le “bomboniere” da spolverare? Bhè, da qualche parte bisognerà pur tenere le scope…) Forse, coprendole con vecchie lenzuola, gli si risparmierebbe almeno la polvere (oltre che l’umiliazione?).

Ci si sarebbe aspettata molta prevedibilità da una mostra per cui si è  scelto questo titolo. E invece, forse dove sarebbe servita (qualche targhetta per individuare le opere, un pannello a sala che ne spiegasse brevemente il significato, un percorso che affianchi le opere permanenti a quelle dell’esposizione temporanea…) è mancata completamente.

In questo caso perfino la consueta querelle su ” l’arte contemporanea è solo per addetti ai lavori” diventa superflua; a Villa Reale si è trattato di una “rimpatriata”, di un evento destinato ad un gruppo di amici, come la cena delle elementari o la festa delle medie, con troppe poche sedie per tutti. Peccato non aver detto ai visitatori  di portare una torta salata e qualche bottiglia di Fanta: così, dopo, alla  festa organizzata al Pac, si sarebbe potuto fare almeno il gioco della bottiglia.

La visitatrice è Maria Forte