Henri Cartier-Bresson Dessau, Allemagne, mai-juin 1945, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Works by Henri Cartier-Bresson. © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos. Installation view “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” at Palazzo Grassi, 2020. © Palazzo Grassi, photography Marco Cappelleti

Le Grand Jeu è il titolo della monografica dedicata al celeberrimo fotografo francese Henri Cartier-Bresson a Palazzo Grassi.
Fino al 20 marzo 2021, sarà possibile visitare l’esposizione, curata da Matthieu Humery, che racconta in maniera inedita l’opera del fotografo. Il gioco, che riflette l’idea di casualità e di selezione, si basa sulla Master Collection, una serie di 385 fotografie 30 x 40 cm scelte dallo stesso Bresson nel 1973, anno in cui decide di abbandonare la sua carriera di fotografo e di organizzare, per l’ultima volta e in maniera definitiva, il suo lavoro.
A cinque curatori è stato infatti chiesto di selezionare una cinquantina di immagini, senza conoscere la scelta dei colleghi, per raccontare e mettere a fuoco la propria visione dell’opera dell’artista.
Il collezionista François Pinault, la fotografa Annie Leibovitz, lo scrittore Javier Cercas, il regista Wim Wenders e la conservatrice Sylvie Aubenas hanno colto la sfida, evidenziando – oggi più che mai – l’importanza della contestualizzazione dell’opera d’arte. Alcuni scatti vengono riproposti nel corso dell’esposizione che si presenta come una costellazione: le sale, infatti, sono divise tra i cinque curatori che le hanno allestite come dei poli – isolati e comunicanti allo stesso tempo – creando cinque piccole mostre nella mostra.

“La mia collezione si è strutturata così, a poco a poco, intorno a opere diverse, fra pittura, scultura, video, installazioni e performance.” Parla così François Pinault nel motivare il perché Bresson faccia parte della collezione e come il suo essere collezionista abbia influenzato l’allestimento delle immagini selezionate. Pinault si concentra sull’aspetto quotidiano, semplice e umile della fotografia di Bresson, mostrando scatti di istanti di felicità semplice, in città e in campagna. “Il filo del tempo, banale e fantastico”, sottotitolo della sua selezione, evidenzia questo carattere quotidiano ed istantaneo che emerge nelle scene di vita fino ai ritratti.

Works by Henri Cartier-Bresson. © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos. Installation view “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” at Palazzo Grassi, 2020. © Palazzo Grassi, photography Marco Cappelleti
Works by Henri Cartier-Bresson. © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos. Installation view “Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu” at Palazzo Grassi, 2020. © Palazzo Grassi, photography Marco Cappelleti
Henri Cartier-Bresson Lac Sevan, Arménie, URSS, 1972, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos

Annie Leibovitz allestisce in una sola sala tutte le immagini selezionate. “Vedere le opere di Cartier-Bresson…” si compone attraverso gli scatti che la fotografa ha considerato come pilastri nella costruzione della sua carriera professionale ed artistica. Senza costruire nuclei o macrotemi espositivi, Leibovitz si lascia trasportare dai volti, dalle composizioni e dall’aspetto più ironico della fotografia di Cartier-Bresson, che affonda le proprie radici nel movimento Surrealista. “Vedere le opere di Cartier-Bresson mi ha fatto venire voglia di diventare fotografa”.

Javier Cercas in “L’imminenza di una rivelazione” sottolinea la diversità e la grandezza degli scatti del fotografo francese. Sebbene comprensibili al primo sguardo, gli scatti sono ad ogni visione diversi e lo spettatore può coglierne sfumature e caratteri sempre nuovi. Cercas si sofferma sia sull’aspetto onirico delle immagini del fotografo che sul reportage, accompagnando alle fotografie anche dei film di propaganda realizzati da Cartier-Bresson stesso a seguito della Guerra civile Spagnola.
L’allestimento più scenografico e spettacolare è sicuramente quello proposto dal regista Wim Wenders: sale in penombra – che richiamano le sale cinematografiche – esaltano l’aspetto teatrale degli scatti di Bresson che raccontano l’uomo nelle sue infinite sfaccettature. Un racconto intimo, personale e soggettivo in cui gli scatti narrano la memoria e il passato di Wenders ma al contempo quello dello spettatore e dell’umanità tutta.
Chiude la conservatrice Sylvie Aubenas che propone un allestimento più accademico, di ricerca e didascalico ma assolutamente interessante per quanto riguarda gli aspetti chiave dell’opera del fotografo come l’interesse per l’umano, l’uso della luce naturale, il formato rettangolare e la predilezione per il bianco e nero. In dialogo con gli scatti, si evidenzia l’importanza che i libri hanno e hanno avuto nel corso della sua carriera per spiegarne la poetica e il lavoro.

Le Grand Jeu offre un panorama sull’umanità tutta, in maniera intima, toccante ma al contempo spettacolare, drammatica e violenta. Un’universo da cui non si vorrebbe mai uscire.

Henri Cartier-Bresson. Le Grand Jeu
a cura di Matthieu Humery
Palazzo Grassi
fino al 20 marzo 2021

Henri Cartier-Bresson William Faulkner, Oxford, Etats-Unis, 1947, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson Dimanche sur les bords de Seine, France, 1938, épreuve gélatino-argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos
Henri Cartier-Bresson Alberto Giacometti, Rue d’Alésia, Paris, France, 1961, épreuve gélatino- argentique de 1973 © Fondation Henri Cartier-Bresson / Magnum Photos