• Carola Bonfili, 3412 Kafka (dettaglio), 2017, cemento, legno, PVC, 20x180x170 cm, courtesy smART - polo per l'arte, foto di Francesco Basileo
  • Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, video still, 6’30”, VR, progetto sonoro di Francesco Fonassi, courtesy smART - polo per l’arte
  • Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, cemento, legno, PVC, 20x180x170 cm, courtesy smART - polo per l'arte, foto di Francesco Basileo
  • Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, installation view, courtesy smART - polo per l'arte, foto di Francesco Basileo

Prosegue fino al 16 marzo 2018 3412 Kafka, mostra personale di Carola Bonfili ospitata presso gli spazi di smART – polo per l’arte, a Roma. Il progetto espositivo, a cura di Ilaria Gianni, prende il nome da un asteroide della nostra galassia, di cui l’artista è venuta a conoscenza nel corso di ricerche sulla vita e l’opera di Franz Kafka.
Incuriosita dall’impossibilità di immaginare le fattezze dell’oggetto celeste e di visualizzare la posizione che esso occupa nella vastità dell’universo, la Bonfili ha deciso di approfondire le suggestioni scaturite dallo studio dell’asteroide. In particolare, lo Spazio infinito che ci circonda, i corpi che lo abitano e la difficoltà di visualizzarli nella nostra mente, sono diventati fonte d’ispirazione per una nuova serie di opere che utilizzano differenti linguaggi – scultura, performance, laboratori didattici, realtà virtuale -.
3412 Kafka è un percorso articolato in più fasi, presentate per la prima volta in forma corale in occasione di questa mostra, che riflette sulle potenzialità del nostro immaginario. Attraverso un processo di costruzione e decostruzione di reale e fantastico, il progetto rende tangibile il lavoro prodotto dalla nostra immaginazione e dai nostri ricordi, presentando elementi sintattici e iconografici che al visitatore appaiono lontani e sfuggenti, ma che gli sono, al tempo stesso, sorprendentemente familiari.

Segue un approfondimento con l’artista —

ATP. 3412 Kafka è un processo complesso che porti avanti da diversi anni. Puoi raccontarci della sua genesi?

Carola Bonfili: Il progetto nasce da lavori diversi e paralleli, in cui l’elemento costante è il riferimento a Franz Kafka. Nello specifico, l’interesse per la sua figura proviene da un contesto diverso da quello letterario, ossia da un lavoro dell’artista tedesco Martin Kippenberger del 1994, The Happy End of Franz Kafkas “Amerika”. Kippenberger prova ad immaginare un finale per Amerika, uno dei libri incompiuti dello scrittore: una serie di colloqui di lavoro disposti su un campo da gioco. Nell’installazione, esposta per la prima volta al Museo Boijmans Van Beuningen di Rotterdam, mobili di diverso genere sono predisposti per possibili interviste. Kippenberger riesce ad estendere il finale del libro immettendolo in un contesto verosimile, apparentemente alla portata di tutti. Partendo dall’interesse per questo lavoro, ho iniziato a leggere Il Castello, un altro romanzo incompiuto di Kafka, scritto nel 1922. Mentre finivo il libro ho avuto la sensazione che le ultime pagine portassero in una direzione sempre più scura e più astratta; non mi era possibile immaginare un finale perché i personaggi sembrava fossero destinati a ripetere le loro stesse azioni in un moto circolare e infinito. Anche i luoghi descritti, che ripercorrendo il libro si sono svuotati dei personaggi, sembravano cristallizzati e ripiegati su se stessi. Jorge Luis Borges sosteneva che il motivo per cui Kafka decise di non pubblicare in vita i suoi romanzi fosse proprio perché erano incompiuti e avevano il dovere di rimanere infiniti. Proprio nel periodo in cui stavo facendo queste ricerche su Kafka, soprattutto in relazione ai finali assenti e possibili, sono stata invitata a partecipare al Festival Internazionale di Installazioni Luminose, una mostra di arte pubblica a cura di NERO, che aveva come tema l’architettura popolare di Roma. Nello specifico poneva l’attenzione sulla scarsa illuminazione di alcuni quartieri periferici di rilevanza storica e sociale. Era per me importante rapportarmi con le persone che vi abitavano ed ho quindi scelto di lavorare con i bambini di una scuola di quartiere.

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, cemento, PVC, 20x50x70 cm, courtesy smART - polo per l'arte, foto di Francesco Basileo

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, cemento, PVC, 20x50x70 cm, courtesy smART – polo per l’arte, foto di Francesco Basileo

ATP. 3412 Kafka ha avuto inizio proprio con la realizzazione di due laboratori didattici rivolti ad alcune classi delle scuole elementari. Come si sono sviluppati questi momenti laboratoriali e in che modo lavorare coi bambini ha influenzato l’intero progetto?

CB: L’idea è di raccogliere nel tempo una serie di testimonianze di bambini provenienti da culture e background differenti. Il primo laboratorio è stato realizzato nel 2015 con i bambini della terza e quarta elementare di un scuola della borgata Quarticciolo. Il progetto è stato articolato in due momenti diversi. Il primo aveva carattere ideativo e didattico: dopo una breve lezione sul ciclo evolutivo delle stelle, abbiamo chiesto a ciascuno di loro di inventare ed illustrare un pianeta di fantasia. La seconda parte ha poi preso la forma di un’ installazione site-specific: i nomi dei pianeti inventati sono stati tradotti in segnali di luce in codice Morse, mandati da una serie automatizzata di fari posizionati all’interno di due palazzi del quartiere e visibili dalla strada. Lo stesso laboratorio è stato ripetuto a smART, con bambini di età diverse, ed è stato interessante mettere a confronto le descrizioni dei pianeti raccolte nei due workshop, che hanno mostrato più similitudini che divergenze. Anche questo, in un certo senso, è un dato significativo. Per l’intero progetto è stata fondamentale la collaborazione con Irene Bianchetti, che mi ha mostrato come ci si possa rapportare coi bambini senza interferire troppo nelle loro scelte, utilizzando la metodologia corretta per spingerli a immaginare e organizzare una serie di visioni in un loro personale scenario.

ATP. Il tema centrale di 3412 Kafka, così come di altre tue opere, è l’indagine del regno della finzione, dove la costruzione di mondi fantastici assume una posizione predominante. Cosa ti porta a essere interessata a rendere tangibile il lavoro prodotto dalla nostra immaginazione?

CB: Mi interessa ricostruire degli spazi protetti dove gli oggetti, slegati dalle loro funzioni, rimangono solo come rappresentazione di se stessi, diventando allo stesso tempo copie e simulacri. In questo modo, allontanando la realtà dalla sua funzione, è possibile percepirla seguendo solo le proprietà che di questa ci interessano. Credo che i bambini, per esempio, interiorizzino in modo spontaneo le qualità degli oggetti e delle immagini, forse per loro è più semplice distanziarli da un utilizzo e da un contesto che a volte limita l’immaginazione.

ATP. In mostra presenti anche un video VR. Una volta messo il visore lo spettatore si trova immerso in un paesaggio al tempo stesso familiare e alieno, illusorio e inquietante, e in un tempo non ben identificato sospeso tra un passato molto remoto e un futuro lontano. Ci parleresti del contenuto del video?

CB: Il video dura 6’30’’ ed è fruibile attraverso un visore che permette di vedere l’ambiente a 360°. È stato prodotto da smART- polo per l’arte, modellato interamente in computer grafica da IMAGO e accompagnato da un progetto audio di Francesco Fonassi. Nel video si susseguono dei paesaggi naturali, morfologicamente diversi, costruiti seguendo dei riferimenti fotografici. Al loro interno sono presenti, oltre ad alcune riproduzioni delle sculture esposte in mostra, due strutture riprese da opere di altri artisti: la prima è una scenografia del 1922 di Lyubov Popova per lo spettacolo teatrale The Magnanimous Cuckold, che diventa una struttura sulla quale è possibile salire per affacciarsi ed accedere ad un altro scenario, mentre la seconda, che appare alla fine del video, è la riproduzione di un’altra installazione di Martin Kippenberger Metro – Net (1993). Ho scelto di inserire quest’ultima opera come tramite per un possibile sviluppo del lavoro.

In generale comunque mi interessava che la sequenza del video avesse una temporalità ed una morbidezza che rimandasse alla dimensione onirica, ma che fosse anche molto chiara nei dettagli e nello svolgimento. Volevo ripercorrere una storia senza i suoi personaggi principali, per rivedere i luoghi nei quali si sarebbero potute svolgere, potenzialmente, determinate azioni. Un altro aspetto che mi interessa è la possibilità di ricreare, anche se per pochi minuti, una sospensione temporale che interrompa il flusso di pensiero del fruitore, in primo luogo il mio.

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, resina, polvere di marmo, pigmento, 20x50x70 cm, courtesy smART - polo per l'arte, foto di Francesco Basileo

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, resina, polvere di marmo, pigmento, 20x50x70 cm, courtesy smART – polo per l’arte, foto di Francesco Basileo

ATP. A proposito del video, è la prima volta che lavori con la computer grafica. Cosa ti ha portato ad avvicinarti alla tecnologia di simulazione virtuale della realtà?

CB: Nella realtà virtuale il movimento fisico viene delegato essenzialmente alla visione, assomiglia alla sensazione che si prova quando si è nell’acqua e si guarda attraverso la linea che la delimita dall’aria. Ho scelto di utilizzare questi software anche per l’ovvio motivo che danno la possibilità di lavorare su grande scala con materiali virtuali e situazioni ambientali che altrimenti sarebbero stati difficilmente riproducibili o accessibili. Credo inoltre sia interessante delegare ad una macchina il compito di costruire un’ambientazione che sia un ulteriore, possibile macchinario entro il quale agire.

ATP. In una risposta precedente facevi riferimento al fatto che per 3412 Kafka hai realizzato un nuovo nucleo di opere scultoree che a smART riempiono unintera stanza dello spazio espositivo, creando una sorta di paesaggio ancora una volta sospeso tra il reale e il fittizio. Come hanno preso forma questi lavori?

CB: Mi interessa il modo in cui il punto di vista si modifica nell’atto di ricostruire uno spazio che esiste solo in un ricordo: la visione soggettiva, che quasi ti avvolge, diventa invece una visione dall’alto, che sintetizza l’immagine e ti distanzia da essa. Per le sculture ho utilizzato il processo di termoformatura – la tecnica utilizzata per lo stampaggio industriale di materie plastiche – perché è un processo che cattura gli oggetti e ne nasconde le sembianze: lascia intravedere solo la linea che ne delimita la forma e, semplificandola, li fa assomigliare ad un disegno. I materiali utilizzati possono suggerire una forma da seguire e, al tempo stesso, possono essere scelti per la loro capacità di trasmettere una sensazione; o semplicemente per le loro qualità estetiche.

ATP. Quella allo smART è una mostra polimediale. Ci puoi raccontare come ti relazioni coi diversi linguaggi visivi che utilizzi?

CB: Cerco di scegliere la tecnica più adatta che mi permetta di non scendere troppo a compromessi con l’idea iniziale. Conoscere le qualità e le potenzialità dei materiali che utilizzo mi interessa sia per le difficoltà tecniche che presentano, ma anche per la fedeltà di riproduzione nel riformulare una realtà fisica dove il dettaglio è isolato e diventa a sua volta narrazione. Può trattarsi della piega di un tessuto, la corteccia di un albero o un materiale spezzato. Sono forme involontarie, che esistono attorno a noi, ma sono anche le stesse forme, a volte subite passivamente, che appartengono ad un immaginario radicato nella memoria personale e culturale di ognuno.

ATP. 3412 Kafka è il nome di un asteroide che gravita solitario nella nostra galassia, del quale sei venuta a conoscenza nel corso di alcune ricerche su Franz Kafka, un autore che ami molto. Credi si possa tracciare qualche affinità tra l’impianto narrativo del tuo progetto e i testi dello scrittore praghese?

CB: Sicuramente sento delle affinità con i personaggi da lui descritti e forse una predisposizione ad una narrazione labirintica, che però non mi sentirei di paragonare troppo a un impianto narrativo lucido e definito, nella sua grande complessità, come quello delle opere di Franz Kafka.

ATP. Prevedi ulteriori sviluppi di questa ricerca?

CB: Come accennato all’inizio, sto lavorando da alcuni anni a un’idea sul finale de Il Castello, vorrei ampliare alcuni lavori esposti in mostra per farli confluire in questo progetto successivo, aprendolo a possibili collaborazioni.

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, video still, 6’30”, VR, progetto sonoro di Francesco Fonassi, courtesy smART - polo per l’arte

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, video still, 6’30”, VR, progetto sonoro di Francesco Fonassi, courtesy smART – polo per l’arte

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, resina, sale, 20x50x70 cm, courtesy smART - polo per l'arte, foto di Francesco Basileo

Carola Bonfili, 3412 Kafka, 2017, resina, sale, 20x50x70 cm, courtesy smART – polo per l’arte, foto di Francesco Basileo