• Carlo Zauli, piastrella da rivestimento, 1970, grès.
  • Carlo Zauli, Modello per piastrella da rivestimento1988, grès
  • Carlo Zauli, disegno per piastrella da rivestimento, 1970ca, , grès.
  • Carlo Zauli, Genesi geometrica, 1873, grès.
  • Carlo Zauli, disegno per piastrella da rivestimento, 1964, grès.

“Abbiamo ritenuto che i tempi fossero maturi per proporre una mostra di questo tipo, ora che i confini tra diversi linguaggi si sono per fortuna rarefatti.” Di che tipo di mostra fa riferimento Matteo Zauli, curatore con Lorenza Boisi, della mostra “Carlo Zauli / scultore, ceramista, designer”, ospitata al MIDeC di Laveno Mombello?
Una veloce premessa per chi non conosce questa rara realtà museale. Frutto della lunga storia che lega Laveno alla lavorazione della ceramica, il Museo Internazionale Design Ceramico (MIDeC) è ospitato dal 1971 nel cinquecentesco palazzo Perabò a Cerro, frazione di Laveno Mombello. Aperto grazie ad una fortunata donazione di opere in ceramica provenienti dalla fabbrica della Richard-Ginori 1735, si aggiunsero nel tempo, altri oggetti in ceramica appartenuti a collezioni private e, in anni recenti, ulteriori opere, frutto di donazioni, che segnano l’apertura verso una continua ricerca nell’arte ceramica.
In un tale contesto, e lo sottolinea Matteo Zauli nell’intervista che segue, la mostra di Carlo Zauli non poteva che essere più appropriata per dare una luce omogenea – e non ottusamente divisa per ambiti – alla ricerca sia artistica che manifatturiera del noto ceramista faentino.

Sorta di esordio, questa mostra approfondisce, per la prima volta, la figura di Zauli come un tuttotondo dove la ricerca scultorea, per la quale egli è maggiormente conosciuto, dialoga con il design, nel quale si è cimentato per oltre trent’anni, fondando, tra le altre cose, un’azienda di piastrelle di riferimento internazionale negli anni ‘60 – ‘70 ed ‘80: “LaFaenza”. Vasi e sculture in ceramica, spesso rivestiti con il celebre smalto “bianco Zauli”, piastrelle d’epoca, disegni preparatori, piccole sculture in edizione limitata, rare fotografie di mobili e complementi d’arredo disegnati dall’artista comporranno così un singolare progetto di mostra che si pone come un unicum assoluto nella propria vicenda espositiva.

Carlo Zauli, Forma-vaso, 1867, grès

Carlo Zauli, Forma-vaso, 1867, grès

Nelle domande che seguono, Matteo Zauli ci racconta le motivazioni che stanno dietro a questo progetto espositivo; sottolinea l’indistinta separazione, nella carriera del padre, tra arte, artigiano e design; ci racconta e motiva l’allestimento ‘mimetico’, coerente con le sale espositive del MIDeC; la vena sperimentale e insaziabile del padre… non ultimo il “sentimento profondamente divulgativo” insito nella sua pratica.

ATP: La mostra ospitata al MIDeC di Carlo Zauli, ha la particolarità di mettere in luce la relazione tra la sua ricerca scultorea e il design. Per quale ragione particolare avete deciso di porre l’accento su questo aspetto?

Matteo Zauli: Personalmente ho sempre vissuto come un vero e proprio tabù il vedere esposti insieme ambiti che per mio padre, nella propria quotidianità, era perfettamente naturale accostare. Abbiamo ritenuto che i tempi fossero maturi per proporre una mostra di questo tipo, ora che i confini tra diversi linguaggi si sono per fortuna rarefatti. Una mostra, che, d’altronde, trova un proprio alveo naturale tra le sale del MIDeC, un museo che fa di questa eterogeneità la propria peculiare identità storica.

Carlo Zauli, 1966, foto Antonio Masoti

Carlo Zauli, 1966, foto Antonio Masoti

ATP: La ricerca strettamente artistica va di pari passo con quella più “commerciale”: vasi e sculture in ceramica accanto a piastrelle e rivestimenti. Due ambiti dalle logiche molto distanti. Che approccio aveva Zauli con questi due ambiti? Li diversificava o, indistintamente, applicava il suo talento?

MZ: Mio padre applicava indistintamente il suo talento ed i principi guida della sua ricerca agli ambiti dell’arte, dell’artigianato artistico e del design. Questo accadeva nella quotidianità e veniva vissuto personalmente con grande naturalezza. Nella stessa giornata passava da una visita in fabbrica, quella de LaFaenza che aveva fondato nel 1960, al lavoro sui vasi – scultura, agli altorilievi in dialogo con l’architettura, alla smaltatura gestuale di semplici piatti che amava vendere ai molti collezionisti che passavano dal suo studio. L’universalità della storica bottega rinascimentale, applicata a tutto ciò che comprendeva la ceramica, era il suo pane quotidiano che però teneva nascosto nelle occasioni più ufficiali, nelle mostre in galleria, nei musei, o nelle pubblicazioni, nelle quali emergeva soltanto il lavoro scultoreo. Era una sorta di pudore strategico, il suo, caratteristico di un periodo in cui per gli artisti che si esprimevano con la ceramica era praticamente impossibile venire messi sullo stesso piano degli artisti contemporanei tout court.

ATP: La mostra dà visibilità all’eterogeneità che caratterizzava la ricerca di Zauli, che spazi tra la scultura, la grafica e l’architettura. A livello espositivo come avete deciso di mettere in evidenza questa eterogeneità?

MZ: Si è deciso insieme a Lorenza Boisi di inserire le opere nelle sale storiche del museo, utilizzando le stesse strutture e gli stessi dispositivi espositivi presenti nelle altre stanze della collezione. Questo per creare una continuità quasi mimetica con il luogo che ospita le opere. Al tempo stesso, abbiamo deciso di evidenziare in tutto il percorso il rimbalzo stilistico tra opera di design e scultura, rendendone evidente la continuità di linguaggio.

ATP: Negli anni Carlo Zauli ha instaurato molte collaborazioni con aziende importanti come la Rosenthal. Ci sono in mostra degli esempi – opere o manufatti – che dimostrano queste importanti relazioni?

MZ: Sì, abbiamo deciso di inserire in mostra alcuni prototipi ed un raro modello in gesso relativi a questa collaborazione e a questi contatti che risalgono ai primi anni settanta e che si protrassero fino ai tardi anni ottanta. Quella oggettuale era una dimensione che mio padre avrebbe voluto aprire con maggiore vigore, ma che per diverse ragioni non riuscì mai a frequentare con l’intensità desiderata.
Ci restano, così, episodi nei quali è chiarissima la potenzialità di sviluppo.

Carlo Zauli, Vaso, 1976, cm 26,2 x 27,3 x 26

Carlo Zauli, Vaso, 1976, cm 26,2 x 27,3 x 26

ATP: Nel testo scritto in occasione di questa mostra “CARLO ZAULI, mio padre”, dai voce sia al rapporto famigliare che avevi con lui, ma anche e soprattutto ad una visione molto lucida sul suo modo di operare. In particolare poni l’accento sulla sua vena sperimentale. Mi riferisco al suo essere “uno sperimentatore di impasti e smalti ceramici per il grès”. Mi racconti brevemente le sue scoperte e rivelazioni?

MZ: Innanzitutto c’è da dire che Carlo Zauli si era formato all’Istituto d’Arte per la Ceramica specializzandosi nel ramo tecnico. Appassionato di chimica, aveva pensato di rilevare insieme a tre suoi compagni di scuola la storica bottega ceramica in via della Croce, a Faenza, per lavorare su forme e colori ceramici in linea con il gusto del momento – i primi anni cinquanta – cavalcando con qualche variazione un momento particolarmente fortunato per la maiolica faentina ed italiana. Questa impostazione tecnica, vissuta con grande serietà, abnegazione e guato per la ricerca, lo accompagnò come plus per tutta la propria carriera, non a caso caratterizzata anche dall’invenzione di un inedito smalto ceramico, ancora oggi impossibile da replicare, il bianco di Zauli, così massicciamente usato nella propria scultura. E, tra le altre cose, fu il primo, insieme a Guido Gambone, a introdurre l’uso del grès in Italia, dove in quel momento si utilizzava soltanto maiolica. Usare il grès voleva dire poter pensare alla ceramica anche come materia per opere da esterno, o di proporzione monumentale, e anche come sviluppo industriale, cosa che accadde in pochissimo tempo, rendendo l’Italia uno dei paesi leader nella produzione di piastelle per l’edilizia.

ATP: Cosa intendi affermando che molto del suo operato era guidato da “un sentimento sinceramente divulgativo”?

MZ: A mio padre non piaceva tanto che l’arte fosse un bene elitario. Abbiamo trovato suoi scritti nei quali si augurava che attraverso la piastrella ceramica, ad esempio, disegnata da artisti, l’arte potesse essere appannaggio di un numero sempre crescente di persone.
La stessa sua pratica di continuare a produrre, anche negli anni di maggior successo internazionale, opere piccole e semplici e centinaia di piatti, conferma questa sua inclinazione. Mio padre era un uomo molto pragmatico, ma che al tempo stesso cullava pensieri profondamente utopistici. L’arte nelle case e nella vita di tutti era senz’altro uno di questi.

Carlo Zauli / scultore, ceramista, designer
A cura di Matteo Zauli e Lorenza Boisi
MIDeC – Palazzo Perabò 5, Cerro di Laveno Mombello
Dal 15 luglio al 16 settembre 2018

Carlo Zauli, disegno preparatorio per piastrella da rivestimento, 1970

Carlo Zauli, disegno preparatorio per piastrella da rivestimento, 1970

Carlo Zauli, Era un vaso, grès, 1971

Carlo Zauli, Era un vaso, grès, 1971