A linking Park,   Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,   2013,   Torino

A linking Park, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2013, Torino??

La Fondazione Sandretto Re Rebaudengo presenta A Linking Park, mostra conclusiva del corso per curatori italiani CAMPO 12 promosso dalla FSRR in collaborazione con la Fondazione per l’Arte Moderna e Contemporanea CRT (fino al al 12 gennaio 2014). In occasione dell’opening ATPdiary e Matteo Mottin hanno posto una serie di domande ai dieci curatori che hanno preso parte al progetto.

Curatori:  Marta Barbieri (Piacenza, 1984), Bruno Barsanti (Bari, 1982), Lucrezia Calabro? (Desenzano del Garda, 1990), Sara Dolfi Agostini (Viareggio, 1983), Alessandra Ferlito (Catania, 1978), Valeria Mancinelli (Senigallia, 1986), Chiara Nuzzi (Napoli, 1986), Marta Papini (Reggio Emilia, 1985), Stefania Rispoli (Napoli, 1985), Gabriele Tosi (Pistoia, 1987).

http://alinkingpark.tumblr.com/

ATP: Potresti parlarci di CAMPO 12? 

Marta Barbieri: Campo è un corso rivolto a giovani curatori italiani, dieci per la prima edizione, della durata di un anno, il cui programma alterna visite a diversi punti nevralgici dell’arte italiana e lezioni frontali all’interno della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo.  Campo12 è stato sia un percorso formativo importante, che una grande opportunità per crescere e lavorare in gruppo, costituendo un’ottima occasione di confronto e stimolo. Al termine di un anno molto intenso il corso si è, infatti, concluso con un progetto collettivo, frutto di un’appassionata ricerca, ma anche fonte di discordie e diatribe. Mettere d’accordo dieci teste non è stato semplice, il risultato finale però ci ha ripagato, ricordandoci le gratificazioni derivate dal lavorare in squadra.

ATP: In che modo si è articolata la residenza a cui avete partecipato?

Bruno Barsanti: Rispondo con un link che ci riporta indietro nel tempo di internet e ci mostra la pagina introduttiva di CAMPO 12 sul sito della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo in data 18 maggio 2012, ovvero qualche mese prima dell’inizio del corso/residenza.

http://web.archive.org/web/20120518180742/http://www.fsrr.org/ita/formazione/campo-corso-per-curatori-fsrr/programma-di-studi 

La nostra esperienza è stata effettivamente in linea con il programma che in quella pagina si prospettava, tra lezioni frontali, lectures tenute da professionisti del settore e soggiorni di una settimana in diverse città italiane (da Napoli a Venezia) durante i quali abbiamo potuto osservare da vicino l’attività di istituzioni pubbliche e private (musei, fondazioni, gallerie, spazi espositivi) incontrando artisti, critici, curatori, direttori di museo e figure di riferimento quali ad esempio Carolyn Christov-Bakargiev e Massimiliano Gioni. 

ATP: Potresti descriverci il progetto “A Linking Park?”

Lucrezia Calabrò: A Linking Park è la mostra in cui il pubblico può portarsi a casa le opere come le vede, senza trucco e senza inganno. L’opera d’arte che una volta attraversata la porta della Fondazione sarebbe esposta con un pedigree di autenticità, tutelata da leggi di copyright e controlli fiscali, è stata rubata idealmente da un improbabile Robin Hood cibernetico a 10 teste e 20 mani, e offerta al pubblico, senza chiedere il permesso a nessuno. Eppure, per accedere al paese della cuccagna telematica a bassa risoluzione, è necessario far parte di quella minima percentuale di persone nel mondo che usa uno smartphone, e che si troverà nel parco davanti alla Fondazione Sandretto da qua e gennaio, in uno di quei 10 giorni invernali in tutto in cui a Torino non piove. A Linking Park è una mostra spiccatamente anti-democratica e assolutamente incoerente. La nostra immagine pubblicitaria è coperta da copyright, ma il nostro progetto ha le stesse caratteristiche di un tumblr stampato e appiccicato abusivamente con lo scotch in giro per la città.  A Linking Park è stata pensata e costruita per il 49% da 100 dita che picchiettano sulla tastiera. È una mostra come lo può essere una ricerca ben fatta su google, e i suoi veri curatori sono gli uploader dei nostri link. Il restante 51% è, come nelle migliori storie, tutto nelle mani del pubblico.

ATP: Come siete arrivati alla decisione di installare la mostra sulle pareti esterne della Fondazione? Come l’hanno presa?

Sara Dolfi Agostini: A Linking Park scaturisce da una riflessione su come la crescente disponibilità sul web di opere d’arte, video e fotografie, quelle che Hito Steyerl chiama “immagini povere” ( http://www.e-flux.com/journal/in-defense-of-the-poor-image/) per intendersi, ponga le basi per un ripensamento del concetto stesso di mostra oggi. Come curatori siamo abituati a fare i conti con uno spazio fisico, spesso architettonico, il cui significato o uso però può essere stravolto dalla semplice presenza di una connessione a internet, che consente al pubblico di aprire un varco in una dimensione virtuale su cui curatore, artista e istituzione non hanno alcun controllo. Un esempio: quante volte ci è capitato di trovarci davanti all’opera di un’artista e di googlare il suo nome su internet, innestando un elemento inaspettato nel percorso della mostra? In A Linking Park era fondamentale per noi evocare questo rapporto dialettico tra fisico e virtuale, e problematizzare come l’ibridazione di queste due dimensioni modifichi la nostra esperienza estetica: doveva essere lampante. Da qui, la scelta di appropriarci della facciata della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, che identifica un confine, una soglia tra un dentro e un fuori dove le convenzioni del sistema dell’arte non valgono più. Certo, può essere vista come una provocazione, ma i nostri interlocutori della Fondazione hanno capito le implicazioni estetiche e culturali del gesto e non hanno esitato ad appoggiarci.

A linking Park,   Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,   2013,   Torino

A linking Park, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2013, Torino

ATP: In quale modo avete scelto i link a cui rimandano i QR?

Alessandra Ferlito: Per la scelta dei link, il nostro riferimento iniziale è stato l’intero corpo di spunti che costituisce il concept del progetto (es., interrogazione sul significato, sulla funzione e sul ruolo del display nella pratica contemporanea; riflessioni sull’evoluzione dell’architettura in risposta alle interfacce tecnologiche; statuto delle opere digitali nate per il web, come di quelle digitalizzate e rese disponibili successivamente; rapporto tra processi di creazione e possibilità della fruizione online, ecc.). Considerato questo ampio e complesso nucleo concettuale,  ci siamo imposti due regole: scegliere esclusivamente contenuti già disponibili in rete, e farlo entro un tempo molto breve, richiamando la rapidità di interazione che è tipica del QR code. Così, attraverso un sorteggio, abbiamo stabilito l’ordine di successione che ha regolato i tempi di ogni singola scelta. A turno, ogni due giorni, ciascuno di noi ha selezionato il proprio link tenendo conto dei criteri appena accennati e sulla base di interpretazioni e connessioni “personali”, rintracciate in relazione ai contenuti precedentemente scelti. Abbiamo ripetuto questo “gioco” (teoricamente infinito e aperto alla possibilità di una perdita di controllo totale) per due volte, fino a ottenere venti QR/link. Ci è sembrato che questa modalità si prestasse anche a una riflessione su concetti quali l’autorialità curatoriale e che, più genericamente, potesse rispecchiare la complessità delle tematiche implicate. In effetti, il risultato del processo attivato è un insieme diversificato e multidisciplinare; un panorama ibrido di fronte al quale il fruitore ha la possibilità di perdersi o, al contrario, di costruire un proprio percorso semantico.

ATP: La mostra è accompagnata da un catalogo, “A Linking Book”. Potresti parlarcene?

Valeria Mancinelli:  “A Linking Book” è una piccola pubblicazione bilingue che si affianca alla mostra, piccola perché le sua dimensione tascabile vuole ricalcare quella di uno smartphone.   In primo luogo “A Linking Book” rappresenta una sorta di approfondimento teorico sui temi affrontati nei mesi precedenti alla mostra e che ci hanno portato a scegliere l’utilizzo dei QR, infatti,  abbiamo deciso di commissionare degli scritti a differenti figure chiave. Uno dei primi contenuti è dell’artista Riccardo Benassi, la cui opera Techno Casa è stata per noi un simbolico punto di partenza, poi ci sono due contributi fatti da scrittori e professionisti della rete come Joseph Nechvatal ed Emilio Vavarella, e infine un ultimo scritto legato all’aspetto legislativo e al tema del diritto di autore a cura di Alessandra Donati.  In secondo luogo “A Linking Book” è un modo per “portarsi a casa la mostra”, sono riprodotti tutti i QR code presenti sulla facciata della Fondazione in modo che ognuno può fotografarli con il suo smarthphone e accedere ai contenuti che abbiamo selezionato. Anche nella pubblicazione il rapporto tra pubblico e privato, tra reale e virtuale si ripete e si amplifica. Inoltre, i contenuti teorici sono leggibili anche sul nostro sito alinkingpark.tumblr.com

ATP: Mi piace l’idea che ci sia bisogno di un mezzo materiale per poter accedere ad una mostra “immateriale”. Come siete arrivati all’idea di impiegare i QR?

Chiara Nuzzi:  Siamo stati invitati dalla Fondazione a pensare e realizzare un progetto curatoriale che avesse luogo o che per lo meno trovasse il suo fondamento nella virtualità della rete. Dopo un periodo di ricerca e confronto, avvenuto prima tra di noi e successivamente con alcuni sviluppatori e grafici web, ci siamo resi conto di come il concetto di “mostra virtuale” fosse ancora piuttosto inesplorato nell’ambito dell’arte contemporanea e costituisse pertanto un territorio di ricerca e di sperimentazione interessante e aperto. Così abbiamo iniziato a rifletterci collettivamente, stabilendo alcune prerogative che volevamo fossero abbracciate dal progetto. Ad esempio, ci interessava il fatto di poter lavorare su una collezione vasta, quasi senza limiti, ed è così che infatti abbiamo voluto concepire il bacino d’informazione e di documentazione fornito da Google. In secondo luogo, per noi era importante che il progetto potesse coinvolgere più persone contemporaneamente, che risultasse quasi come un’esperienza collettiva. Soprattutto però, ci interessava la possibilità di mettere in questione il concetto di realtà in ambiti disparati, creando una collisione tra la virtualità del web – qualcosa a cui tuttavia ciascuno fa quotidianamente ricorso – e lo spazio fisico dove solitamente si realizzano le mostre. Concetti come la decodifica di un contenuto, l’annosa questione del copyright e dell’appropriazione di materiali autoriali, il tema della “collezione” d’informazioni disponibile su Google e nata appositamente per il web, un certo voyerismo tipico dei visitatori dell’arte e la sempre discussa accessibilità e democraticità di quest’ultima sono alcuni dei temi che hanno portato allo sviluppo, in realtà parallelo, di una mostra realizzata tramite QR codes e di una pubblicazione che per sua natura e struttura ne richiamasse gli intenti e la sostanza. I QR dunque non solo costituivano il medium più efficace per esprimere la dualità del progetto, la sua volontà di riflettere sul reale e sulla sua costante e crescente smaterializzazione a favore del virtuale, ma rappresentano inoltre il passaggio ed il ponte tra quel mondo “immateriale” che appartiene alla rete e i suoi fruitori che, solitamente, restano al di “quà” dello schermo.

ATP: Dove pensate possa portare questa riflessione sul mezzo?

Gabriele Tosi: Verrebbe da dire che si potrebbe finire a decorare spazi informi con immagini apparentemente insignificanti e portatrici invece della ragion d’essere di quella stessa architettura. Non sarebbe una novità in senso assoluto ma certo un modo più sottaciuto di usare e abusare la possibilità dell’oggetto-immagine di caricarsi di altro da sé. Questo se ti riferisci ai QR che in A Linking Park sono stati usati come tali allo scopo di frapporre più media – la facciata della Fondazione, gli smartphones, i QR – tra l’individuo e la fruizione del progetto. Il campo di indagine è quindi una dimensione ibridata ove ogni ente è un medium e diverse regole e codici si scontrano confondendosi. Personalmente credo che presto si affronteranno con più costanza le influenze delle logiche del virtuale su ogni tipo di produzione, tra cui quella artistica. 

ATP: Appena ho letto il titolo della mostra mi è venuta in mente una cosa: i Linkin Park in origine avrebbero dovuto chiamarsi Lincoln Park, ma dovettero cambiare nome quando scoprirono che il dominio internet lincolnpark.com era già stato preso. Il titolo della mostra è un riferimento a questo episodio di attrito tra reale e virtuale o mi sono solo fatto un gran viaggio?

Stefania Rispoli:  Nessun viaggio! Il titolo fa riferimento proprio a quell’aneddoto e al continuo ibridarsi tra reale e virtuale,  dimensione fisica ed esistenza sul web. In più allestendo il progetto al di fuori della Fondazione ci faceva piacere giocare con la parola parco.

? ATP: Mi ha colpito molto l’immagine che avete scelto per la locandina della mostra. Come mai proprio la Marianne Faithfull di “Irina Palm” che ci guarda da un glory hole? 

Marta Papini: Glory Holes è uno dei titoli che abbiamo preso in considerazione per la mostra e poi scartato, così come i titoli dei paragrafi nel nostro testo introduttivo su A Linking Book. È una metafora: la mostra è una visione privata (sul cellulare) nello spazio pubblico (la facciata della fondazione), così come i glory holes sono nei bagni pubblici, ma definiscono un’azione privata. Dovendo decidere un’immagine per la comunicazione abbiamo scelto di mantenere il riferimento al glory hole, per rappresentare il rapporto ambiguo tra spazio pubblico e spazio privato, uno dei punti rilevanti del progetto.

A linking Park,   Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,   2013,   Torino

A linking Park, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2013, Torino

A linking Park,   Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,   2013,   Torino

A linking Park, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2013, Torino

A linking Park,   Fondazione Sandretto Re Rebaudengo,   2013,   Torino

A linking Park, Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, 2013, Torino