• Alessandro Calabrese - Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view
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  • Alessandro Calabrese - Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view
  • Alessandro Calabrese - Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view
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  • Alessandro Calabrese - Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view
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  • Alessandro Calabrese - Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view
  • Alessandro Calabrese - Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view
  • Alessandro Calabrese, Untitled, dalla serie The Long Thing, cm40x30, 2017 (C) Alessandro Calabrese, courtesy Viasaterna

Apre la mostra Impasse di Alessandro Calabrese – ospitata fino al 22 dicembre 2017 da Viasaterna – la prima pagina del libro “Il Re Pallido” di David Foster Wallace. Tedioso, lo devo ammettere, è uno dei pochi libri che non ho mai finito. “Il Re Pallido” racconta la vita di un gruppo di funzionari della IRS (l’agenzia tributaria statunitense) impiegati in un ufficio del fisco dell’Illinois negli anni Ottanta; le loro vicende sono legate dalla necessità di fronteggiare “l’intensa tediosità” del loro tran-tran lavorativo. In molti lo considerano il suo capolavoro incompiuto, l’antologia dove l’argomento principe è la noia come fonte di elevazione spirituale.

Calabrese sembra immedesimarsi con l’atmosfera che aleggia nel libro. Più nel dettaglio, l’artista sovrappone esperienze personali – ore nell’ufficio del padre e ricordi d’infanzia, in particolare d’estate – con la più generica e cinematografica prospettiva di DFW. L’incontro tra realtà e vita raccontata, tra tempo biologico e letteratura ha scatenato una serie di opere che, per analogia, toccano il mondo fotografico – ambiente in cui Calabrese ha sviluppato la sua visione, basti ricordare la sua esperienza come assistente al fotografo Hans van Der Meer ad Amsterdam; la vincita del Premio Prina con il libro A Drop In The Ocean (curato assieme a Milo Montelli); finalista al Prix Levallois nel 2015 e, sempre nello stesso anno, selezionato da Foam tra i 21 talenti emergenti della fotografia internazionale… tante tappe fatte di mostre e premi importanti -, ma da cui l’artista sembra, con alcuni lavori e installazioni, distanziarsi.

“Questa mostra è il frutto di un miscuglio di cose”, ribadisce Calabrese più volte durante il dialogo che abbiamo avuto di recente. Mi mostra e racconta la genesi di una serie di collage, frutto di ritrovamenti di scarti, pezzi di carta, ritagli. Il gesto che ha compiuto è stato quello di assemblare, con estrema facilità, resti di forme per dar vita a degli ambigui ritratti dove l’astrazione la vince sulla riconoscibilità delle silhouette. Nel dittico, appaiono, immaginari, due volti di cui è leggibile il contorno, mentre dell’altro c’è un accenno delle spalle.

Alessandro Calabrese -  Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view

Alessandro Calabrese -
Impasse, courtesy Viasaterna – Installation view

Oltre opere vengono introdotte come “momenti di noia” (così li definisce Calabrese). Altro non sono che le immagini ingrandite, della pulitura dello scanner (esposto sopra una scrivania in una delle prime sale in galleria) . Gli piaceva, di queste immagini fuori controllo, la trama di pixel (“anni ’80”) che, frutto della luce entrata nello scanner, creano un paesaggio astratto, piatto ma dominato da un ritmo cromatico indisciplinato e caotico. L’artista ha lasciato imperfezioni, micro sporcizia, polvere che si deposita nel vetro del macchinario riproduttivo d’immagini. Anche il più piccolo segno diventa parte di una struttura che si fa, prima che paesaggio immaginario (interno o esterno che sia) la descrizione di un’atmosfera che viene costruita, opera dopo opera, nell’arco del progetto espositivo. Per suggerimenti, spunti, segni, a volta anche indizi fuorviati, Calabrese è astuto nello sviluppare un percorso che diventa altalenante, mai chiaro, ma che fa dell’ambiguità il suo segno distintivo: ricostruisce un ufficio dentro una galleria, immortala scarti, utilizza avanzi di carta, gioca con il mezzo fotografico intrecciandolo con la bassa definizione di una scanner; fa della fermezza, da sempre requisito per una buona fotografia, la parodia di un gesto giocoso: come una bambino annoiato nell’ufficio del papà gioca con lo scanner per produrre composizioni astratte. Esperimenta invogliati da una curiosità quasi ingenua alla ricerca, forse, di uno stupore che solo il caso può sollecitare.

Colpiscono le avvolgenti superfici delle opere della sua ultima serie “The Long Thing”. Questi grandi ‘schemi’ a colore, sembrano la descrizione di presenze, il racconto di impronte lasciate e abbandonate in superfici provviste di memoria.
Residui, cartelline d’ufficio, custodie, graffette… il mondo che costruisce idealmente, è quello del mondo del lavoro d’ufficio, “un mondo che tenta di fregarti, nel senso che, l’ambiente dell’ufficio è pieno di colore; è così noioso e monotono che ti inganna con gli evidenziatori, con le cartellette colorate, i post-it. Qualsiasi cosa che permette di distrarti, che ti faccia dimenticare quello che stai facendo.”
Abbandonando la macchina fotografica, Calabrese segue sempre il processo che vede la luce protagonista nella costruzione delle immagini. Ciò che creare però è un’antinomica traccia del reale: il risultato è una forma astratta, ma a produrla è un oggetto reale, la sua trascrizione in movimento.

Alessandro Calabrese -  Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view

Alessandro Calabrese -
Impasse, courtesy Viasaterna – Installation view

“Non provo interesse per le narrazioni. Con la mia ricerca e le mie opere, cerco di ribaltare un momento reale; trasformarlo in una sorta di azione catartica. Nello stretto discorso fotografico, non mi interessano fare delle opere che raccontino qualcosa. Non trovo un interesse visivo nel produrre fotografie che descrivano una vicenda.”

Accanto a le opere “astratte”, Calabrese espone dei grandi pannelli, bianchi o neri, dove, sotto ad alcune domande – “ What can you remember of your childhood summers?”, “What is the most boring thing you can think of?” – rappresenta un grafico stilizzato delle possibili risposte. Non da indicazioni sulle reazioni, ci lascia liberi nel ritornare alla nostra infanzia per rispondere, ognuno, attraverso la propria esperienza.
In un angolo, prelevata da un ufficio, una distruggi documenti. Momento ludico e, al tempo, metafora inevitabile di una totale distruzione di documenti, testi, atti, ma anche le stesse immagini.
Anche nel piano seminterrato, la mostra continua nell’intenzione di corroborare l’atmosfera ‘annoiata’ che, dall’infanzia alla vita d’ufficio pervade le esistenze della maggior parte degli impiegati.

Ultima il percorso, la serie conosciuta “A Failed Entertainment” (già selezionata nel 2015 per il premio Foam di Amsterdam, poi esposta nel 2016 al MACRO di Roma e al Festival Fotografia Europea di Reggio Emilia). Se ‘ascoltate’ attentamente, anche queste opere hanno in nuce la negazione del figurativo, o meglio, la sottrazione del ruolo (e del giudizio) dello stesso fotografo: Calabrese delega ad un software la scelta delle immagine trovate sul web per dar vita all’opera finale. Negazione mediante l’azione sommatoria casuale, il risultato di queste immagini sovrapposte suggerisce un pensiero che ben racconta il processo quotidiano che esperiamo quotidianamente: l’annullamento della visione per ingordigia; l’assorbimento, in un misterioso buco nero, del nostro povero (e pigro) immaginario.

Alessandro Calabrese, Untitled, dalla serie The Long Thing, cm30x20, 2017 (C) Alessandro Calabrese, courtesy Viasaterna

Alessandro Calabrese, Untitled, dalla serie The Long Thing, cm30x20, 2017 (C) Alessandro Calabrese, courtesy Viasaterna

Alessandro Calabrese -  Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view

Alessandro Calabrese -
Impasse, courtesy Viasaterna – Installation view

Alessandro Calabrese -  Impasse, courtesy Viasaterna - Installation view

Alessandro Calabrese -
Impasse, courtesy Viasaterna – Installation view