Foto di Patty Smith

Un amico mi chiama e mi chiede: “Sei in Bovisa? Sono da Kaleidoscope, vale la pena di spingersi fino a laggiù?” Non ho risposto direttamente, ho tergiversato. Ne è valsa la pena di spingersi fino alla Triennale Bovisa per la mostra ‘It’s not only Rock’n’Roll, baby!’? Direi di sì. Buon allestimento, ottime luci, dj che suonava nel grande piazzale. Non c’era ressa, per lo meno fino alle 21. Molti giovani, qualche comparsa, pochi eccentrici. La mostra si lascia guardare. Ha poco di ‘artistico’ (nel senso più estremo immaginabile), ha molto di ‘istintiva ingenuità e spontaneità’. Insomma, dopo aver visto una mostra del genere, uno esce con una frase che gli frulla nel cervello: ‘Tutti posso dipingere, disegnare, fotografare.. ma pochi riescono a diventare delle rock stars’. E ci credo! Molto romantica la stanza tutta nera di Patti Smith con un’infilata di decine di foto in bianco e nero, sfuocate, consapevolmente low profile. Paesaggi brulli, rive di un fiume deserto, interni dimessi. Una chitarra, dei vasi. La Pietà Rondanini. La tomba di Brancusi. Molto patetica la stanza a colori fluo di Andy (Bluvertigo). Mente e braccia rubate alla decorazione di discoteche di provincia.
Altre chicche: le foto e le prove grafiche di Antony (Antony and the Johnsons), alcuni acquerelli di Bianca Casady (Coco delle Cocorose). Il resto mi verrebbe da commentarlo con una citazione molto pop: ‘I know it’s only Rock’n’Roll, but I like! Ma forse allora ero troppo piccola per capire…