Alex Mirutziu & Pär Andersson, "But as a document", 2015 - BUILDING

Alex Mirutziu & Pär Andersson, “But as a document”, 2015 – BUILDING

Welcome di Piero Golia è il sesto capitolo di un progetto espositivo che inaugura la prima stagione di BUILDINGBOX, spazio indipendente della galleria BUILDING, e che, rifacendosi al calendario ebraico, ha aperto nella settimana di Rosh haShana dell’anno 5779, cui fa eco il titolo. Un calendario di 12 mesi, una vetrina visibile 24 ore su 24 e 7 giorni su 7: sono queste le premesse di una mostra che ospita più artisti, ma mai contemporaneamente.

L’idea è quella di presentare un’opera dopo l’altra, scardinando l’idea di mis ensemble più canonica, tipica delle collettive. Il calendario diventa così una linea guida per un progetto che si sviluppa temporalmente e non più attraverso accostamenti spaziali contigui.
La predominanza del tempo sullo spazio, che ribalta le premesse del “fare mostre”, è inoltre enfatizzata nella scelta delle opere grazie a un’attenzione alla tematica della luce, che ritorna in ogni capitolo in forme svariate, ad esempio con luci al neon e video.

Questo è il caso di Welcome (2005), un lightbox sottosopra concepito come parte di un corpo di lavori creati per disorientare lo spettatore, come spesso accade nelle opere di Golia, e che diventa nel nostro tempo una dichiarazione importante. Il lavoro rimarrà esposta fino al 5 marzo, in concomitanza con la fine di Adar, il sesto mese del calendario ebraico. È alternativa anche la formula finale scelta per la pubblicazione del progetto: una raccolta che conterrà le dodici opere d’arte sottoforma di calendario, che saranno “sfogliate” mese dopo mese.

Segue una conversazione con Nicola Trezzi, curatore del progetto espositivo, con il quale abbiamo conversato sull’idea di tempo e di mostra collettiva, approfondendo gli elementi distintivi di “5779” e le relazioni tra gli artisti coinvolti, con un’attenzione particolare all’opera Welcome di Piero Golia.

Patrick Tuttofuoco, "Senza Titolo", 2009 - BUILDINGbox

Patrick Tuttofuoco, “Senza Titolo”, 2009 – BUILDINGBOX

Irene Sofia Comi: “5779” è una mostra collettiva che decostruisce il concetto di collettiva stessa, a favore del tempo. Solitamente più artisti vengono esposti contemporaneamente attraverso una o più opere ciascuno ed esse vengono accostate visivamente o concettualmente in uno spazio comune, per un lasso di tempo circoscritto. Mi piacerebbe conoscere il tuo parere. Quali sono, a tuo modo di vedere, i pro e i contro delle collettive? Pensi che alle volte possano restituire una visione parziale dei lavori?

Nicola Trezzi: A mio avviso non ci sono “pro” o “contro” in generale e in particolare in questo caso o nel caso della mostra collettiva come categoria. Penso che la realtà in cui siamo immersi abbia raggiunto un tale stato di “porosità” da rendere possibile una continua oscillazione tra la parola “pro” (o contro) e ciò che pensiamo la parola “pro” (o contro) significhi. Entrando nello specifico, e per rispondere alla seconda parte della tua domanda, facendo eco alla risposta della prima, ci sono occasioni in cui la mostra collettiva restituisce una visione parziale delle opere che la compongono, ma questo fatto non ha un significato categoricamente negativo; al contrario, data la sovente complessità di significati di un’opera d’arte, può essere positivo metterne in luce (questa metafora è appropriata al concetto di “5779”) un solo aspetto o frangente.

ISC: Contrariamente a questa prassi, dicevamo, il tuo progetto si dilata nel tempo e si replica, sempre diverso, sempre mutevole, in una porzione di spazio ridotta. Da dove nasce l’attenzione per questo concetto e in che modo si è trasformato nella necessità di svilupparlo come risultato progettuale? Quale valore attribuisci al tempo?

NT: Se ho colto bene la prima parte di questa domanda, non penso di avere un’attenzione specifica per il concetto di “tempo replicato e dilatato, tempo diverso e mutevole”; l’attenzione è rivolta verso lo scardinamento del sistema dicotomico, non perché non lo ritenga importante, interessante, o meritevole, ma semplicemente perché penso sia diventato un sistema obsoleto, penso che appartenga sempre più a ciò che chiamiamo “folclore”. Per questo motivo potremmo dire che “5779” viene presentata come una collettiva fatta di tante piccole personali, una messa in fila all’altra; e se mi segui in questa linea di pensiero potrei dirti che sono interessato al concetto di “tempo replicato e dilatato, tempo diverso e mutevole”, un concetto che sento più tuo che mio, per la seguente ragione: la compresenza di due parole opposte (replicato e diverso) avvalla il mio desiderio di scardinare il sopracitato sistema dicotomico. Poiché ho paura di essermi dilungato troppo con la risposta alla prima parte della tua domanda, rispondo succintamente alla seconda: mi ritengo una persona “spaziale” piuttosto che “temporale.”

Entang Wiharso, "The Family Portrait", 2012 - BUILDINGBOX

Entang Wiharso, “The Family Portrait”, 2012 – BUILDINGBOX

ISC: Un rapporto con il tempo che è – potremmo quindi dire – una riflessione su un’idea tanto di tempo quanto di spazio. Una mostra che è quindi una sorta di linea del tempo dove quest’ultimo scandisce il ritmo tra le parti (pensando ai singoli artisti presentati e al calendario di programmazione, mese dopo mese), ma che non per questo prende il sopravvento sugli altri fondamentali fattori che incidono su una mostra “tradizionale”. Nella domanda precedente, con “tempo replicato e diverso”, ho in mente questa interpretazione, dove il termine “replicato” vale come sinonimo di “ripetuto”. “Ripetere” come “compiere di nuovo e più volte”, nel significato latino del verbo, “avviarsi verso”. La mia lettura è quindi quella di un tempo dilatato e progressivo. Secondo questa linea di pensiero, si potrebbe parlare di processione lineare…

NT: La tua lettura mi pare molto azzeccata. Il concetto di ripetizione mi è del resto molto caro e ben due delle opere parte di questo progetto sono apparse in precedenti mostre che ne hanno visto il coinvolgimento; l’opera di Wiharso è già stata esposta in “Estate” da Marianne Boesky Gallery a New York e “Souvenir” da Perrotin a Parigi; l’altra opera sarà esposta in futuro e preferisco non rivelare il nome dell’artista. L’ultima cosa che vorrei precisare è che parlare di “processione lineare” è in realtà una ridondanza, poiché il concetto di processione prevede già di per sé l’idea di linearità, in senso generale. Ovviamente potresti controbattere a tua volta, dicendomi che quando si parla di teatro, si pensa immediatamente al teatro greco, con la scena e gli spalti fissi, uno di fronte all’altro, mentre in realtà ci sono altre forme di teatro, come il teatro medioevale, che si basano su una struttura completamente diversa, lineare, processionale, itinerante, pur essendo comunque una forma di teatro a tutti gli effetti…

ISC: Quella del tempo come processione e/o linearità è una tematica che potrebbe dare vita a innumerevoli sviluppi e percorsi che meriterebbero a pieno titolo un’intervista tutta loro su cui sarebbe piacevole poter ragionare insieme, ma proviamo a ritornare più nello specifico delle caratteristiche del progetto; a mio parere c’è un altro aspetto importante da considerare.
La mostra “plasma” la sua identità all’interno di BUILDINGBOX, uno spazio indipendente ma facente parte della galleria che è al tempo stesso un ibrido, ossia un luogo esperienziale con un programma parallelo rispetto alle principali attività e mostre proposte. Dal punto di vista curatoriale, come hai tenuto conto di questo aspetto all’interno del progetto?

NT: Le poche mostre che mi hanno visto coinvolto come organizzatore di mostre nel contesto di gallerie private, come le già citate “Estate” e “Souvenir”, le ho organizzate non da solo e nel ruolo di “impiegato” di Lucie Fontaine. Cito questi progetti perché la mia regola autoimposta è sempre stata di non curare mostre in gallerie private, che hanno una forte identità, molto più forte di molte istituzioni, se non attraverso un progetto come quello di Lucie Fontaine, dove diverse persone possono agire senza mettere in discussione l’indipendenza del curatore (in questo caso una maschera che tutti possono indossare). Questo regola, dettata da molti aspetti che sento molto veri, ha diversi aspetti paradossali, primo tra tutti il fatto che le mostre sopra citate sono state quelle in cui ho sentito la maggior libertà e la mancanza di qualsiasi tipo di interferenza.
Di nuovo questo preambolo serve a spiegare che con BUILDING, e ancora di più BUILDINGBOX, ho visto una “cosa” nuova, una “cosa” senza nome proprio e di conseguenza ho trovato naturale poter, per la prima volta, associare il mio nome a una galleria privata che dal nome, come già detto, alla filosofia, fino allo spazio, sembra interessata a fondere diversi formati. Infine a farmi fare questo passo è stato una sorta di percorso speculare con il proprietario e fondatore, lui Israeliano a Milano e io Milanese in Israele. Non per niente l’idea della mostra non solo è legata al calendario ebraico ma anche a una sezione, fatta di opere luminose, parte della mia prima mostra come direttore del CCA Tel Aviv, intitolata “KEDEM–KODEM–KADIMA”.

Piero Golia, "Welcome", 2005 - BUILDINGBOX

Piero Golia, “Welcome”, 2005 – BUILDINGBOX

ISC: Pensando alle mostre di “5779” sono tante le collaborazioni instaurate e che continueranno a instaurarsi nel corso dei prossimi mesi, dialogando a distanza, nel tempo. Qual è la logica sottesa alla scelta degli artisti?

NT: L’unica vera costante è la luce. Tutte le opere, visibili 24 su 24, 7 giorni su 7, hanno bisogno di essere “luce propria”, hanno bisogno di luce (elettricità) in modo da non dover vivere di luce riflessa.

ISC: Legandomi a questo aspetto, mi piacerebbe fare un punto del percorso svolto fino ad ora. Come si è evoluto il progetto appuntamento dopo appuntamento? Esiste una sorta di consecutio temporum tra le diverse opere selezionate e le relative ricerche proposte?

NT: Poiché abbiamo scelto questo formato, ogni mese del calendario ebraico è associato a un’opera diversa, l’idea è stata di giocare “di mese in mese” programmando fino ad un certo punto. Con Giulia Bassoli, senza la quale non sarei riuscito a portare avanti il progetto, abbiamo una lista che cambia, si aggiorna, si ridefinisce… considerando lo spirito “riduzionista” di questo progetto, in termini spaziali ma anche in relazione al tipo di opera esponibile, la scelta è piuttosto proibitiva. Sicuramente ci tengo ad avere forte discontinuità all’interno di un così marcato continuum: se un mese abbiamo un neon, il mese dopo meglio avere un video su monitor; se un’opera è legata al linguaggio, quella seguente sarà di sicuro un’immagine. 

ISC: Welcome di Piero Golia è attualmente esposta nello spazio BUILDINGBOX. Questo capitolo è il sesto appuntamento che scandisce temporalmente il progetto, ormai giunto a metà del suo corso. Quali sono le peculiarità di quest’opera “rovesciata”, quale punto di vista assume, cosa vuole comunicare?

NT: Piero Golia concepì questa opera per la sua prima mostra personale alla Galleria Fonti a Napoli e l’intera mostra era stata presentata con l’intento di disorientare; diversa da tutte le altre opere, Welcome era installata all’interno dello spazio in cima all’unica via di entrata (e uscita) dello spazio, una sorta di “enigmatico arrivederci.” Il fatto che l’artista abbia evitato di esprimere un chiaro significato rispetto a questa opera mi ha dato la libertà di renderla una vellutata presa di posizione rispetto all’attuale situazione nel Mediterraneo, e quando dico “Mediterraneo” intendo, come ha perfettamente incapsulato Michelangelo Pistoletto con la sua opera Love Difference, Europa, Africa e Medio Oriente.

ISC: L’opera di Golia è una sorta di collante, soglia tra un primo e un secondo tempo nel “calendario” di mostre. In che modo si legheranno alla fine le dodici esperienze? Quest’esperienza darà vita a un risultato progettuale conclusivo e complessivo? Puoi darmi qualche anticipazione?

NT: Più che collante penso che Welcome sia l’anello di una catena, perla di una collana, forse un rosa di rosario. Penso che tutte le opere finora presentate abbiamo portato un loro perché, e da cattolico praticante che vive in Israele non posso che vedere una sottile vena giudeo-cristiana in tutte le opere: dalla mano creatrice (la mano di Dio) di Patrick Tuttofuoco, alle urne magiche (le Nozze di Cana) di Alberto Garutti; dalla (sacra?) famiglia di Entang Wiharso, al nuovo uomo (Adamo?), alla ricerca di una nuova forma di consapevolezza, di Alex Mirutziu; dalla stella (cometa, stella di Davide) di Pascale Marthine Tayou all’ormai ben discusso Welcome di Piero Golia. L’unica anticipazione che posso dare è la maggiore presenza, già a partire dal prossimo mese, di artiste donne, una mancanza dettata da cambi di rotta improvvisi e ostacoli logistici, niente a che vedere con il mio desiderio di mostrare incredibili opere di artiste donne dall’Italia e altrove.

Alberto Garutti - Idria, Tuilpaniera and Giara, 2009 Marcheshvan 2:12 - BUILDINGBOX

Alberto Garutti – Idria, Tuilpaniera and Giara, 2009 Marcheshvan 2:12 – BUILDINGBOX

Pascale Marthine Tayou, "David Crossing the Moon", 2007 - BUILDINGBOX

Pascale Marthine Tayou, “David Crossing the Moon”, 2007 – BUILDINGBOX