Intervista di Eleonora De Beni —

Dopo la presentazione di Altrove New Fiction a cura di Stefano Mudu il secondo progetto editoriale proposto dalla casa editrice bruno – in collaborazione con ‘i vicini di casa” Fujiyama – è UN di Giovanna Silva. Il 18 settembre scorso, hanno interloquito con Silva, Matteo de Mayda e Giorgio Mastinu.
Per questa occasione abbiamo posto alcune domande a Giovanna Silva sul libro UN.

Eleonora De Beni:  “UN” è un diario fotografico che ci guida attraverso l’Ufficio delle Nazioni Unite a Ginevra. Ti va di raccontarci brevemente cosa si trova al suo interno?

Giovanna Silva: Una selezione delle oltre cinquecento fotografie che ho scattato in una giornata con il mio iPhone all’interno dell’edificio delle Nazioni Unite a Ginevra, e un testo che descrive questa giornata particolare. Sono stata chiamata a fotografare ‘ufficialmente’ una parte appena restaurata degli uffici e, per mettermi nei guai (ma cercando di non dare nell’occhio), nelle pause giravo con il telefono raccontando e cogliendo gli spazi interstiziali di questo Tempio di Pace.
Il libro è stato progettato poi tenendo conto del mezzo: ha un formato che ricorda quello dello schermo di uno smartphone, e il testo (lo ammetto, difficilmente leggibile) scorre sotto le immagini come se fosse lo scroll di una pagina web. L’attenzione si fissa in particolare sulle sale disegnate da Charlotte Perriand, che tra l’altro a breve saranno smantellate per essere restaurate.

EDB: Alla domanda “abbiamo ancora bisogno dei libri?” la risposta è chiaramente “si”. Lo si deduce dalla mole di produzioni che da ormai quasi dieci anni affolla il mercato. Che motivazioni dai a questo processo?

GS: Lo si deduce anche dal mio salotto, dove i libri ormai regnano sovrani. Credo sia uno strumento ritenuto accessibile sia come acquirente che come produttore, democratico ma ricercato e anche, diciamocelo, molto di moda. Inoltre nella produzione industriale – ovvero, cinquecento copie (industriale per modo di dire) – ci si è resi conto che ogni libro poteva avere un formato diverso a seconda del contenuto. Fino a dieci anni fa le grandi case editrici avevano un formato editoriale – inteso come griglia – e il lavoro dell’artista si doveva piegare a quel contenitore. Ora è il contrario, l’artista lavora assieme al grafico per trasformare il proprio lavoro in un libro la cui grafica è fatta esattamente per quel contenuto. A volte producono mostri, a volte capolavori.
Quindi, alla domanda “come mai nessuno legge più, ma il libro d’artista spopola?”, la risposta potrebbe essere che ci sono molte figure, immagini evocative e più dirette. 

EDB: Con Giorgio Mastinu, durante la serata di venerdì, parlavi di una nuova categoria di libri con caratteristiche eterogenee che vanno a definire un prodotto che sta a metà tra il libro d’artista, il libro oggetto e il libro di viaggio.Come descriveresti questo ibrido?

GS: Un libro d’artista, nel senso grammaticale di “fatto da un artista”, che racconta di un viaggio, ma ha anche una bella copertina. Con Humboldt l’idea è di creare un contenuto che sia di approfondimento, così da accompagnare il lettore prima del viaggio, o durante, raccontandogli una specifica storia, un viaggio vissuto in prima persona.

EDB: Come hai vissuto questa esperienza nelle Nazioni Unite dopo aver visitato per anni paesi di guerra? Che cosa differenzia questo tuo libro dagli altri, a parte l’inserimento della tua opera narrativa?

GS: Diciamo che è un punto d’arrivo, in una prospettiva geopolitica e ideale questo progetto mi ha portato da luoghi di guerra a luoghi di pace. E poi è l’apoteosi dell’instant book, dichiaratamente risolto in una sola giornata di fotografie. Quando lavori in paesi in guerra, per motivi diversi – attese estenuanti, pericoli imminenti, semplici permessi a tempo – devi essere veloce, e spesso il lavoro di shooting dura meno di una settimana. Qui un giorno.

EDB: “Mi sembrò di avere di fronte la forma ed il modello di un pensiero, posto per la prima volta in uno spazio circoscritto” scrisse Paul Valery nei primi anni ’90. Credi che “UN” possa essere capito da tutti? Ti chiedi ogni tanto cosa i tuoi lettori riescano a cogliere del processo creativo che sta dietro alla stampa?

GS: Credo sia importante spiegare i libri, per quello ci tengo molto a partecipare personalmente alle fiere del libro. Ma, potendone riparlare forse nel 2021, per ora mi affido alla capacità percettiva del pubblico. E poi a volte non capire è meglio di capire. Altre volte non capendo si scoprono livelli di lettura che neanche io avevo colto. In questo caso l’illeggibilità è strutturale e voluta, e direi che si ferma al testo. In altri casi il libro all’apparenza è più semplice e ovvio, ma se non spiegato si perde il significato.

EDB: È ancora possibile scegliere, crearsi un gusto personale o si tende sempre un po’ all’omologazione? 

GS: Beh, è inevitabile, non c’è più nulla da inventare, uno si ritaglia una nicchia all’interno di un genere, ma quella nicchia è piuttosto stipata. Io ho scelto la narrazione fotografica, che combina testo e immagine. Per fortuna non soffro di claustrofobia.

EDB: Che dire, aspettiamo con ansia il volume 2!

GS: Anche io! Chiamo per avere notizie sullo smantellamento un giorno sì e uno no. Mi immagino un telefono come quello di Paperino chiamato da Zio Paperone.