iniziamo da qui, connection 01, Farsetti Arte, Milano, 2019-06-19. Ph: Fabrizio Stipari

Il curatore parla di dialogo tra generazioni, atto processuale, antitesti del white cube, di innesti. L’ambizione è quella di allargare la ricerca della Galleria Frediano Farsetti che, come ci spiega Lorenzo Bruni – curatore incaricato di occuparsi di un ciclo triennale dal titolo “Connection” -, “alla tradizionale attività sui maestri storici, affiancherà d’ora in poi una specifica attenzione verso la ricerca contemporanea”.

Iniziamo da qui è la collettiva che inaugura il progetto – dal 20 giugno al 25 settembre  – che offrè una panoramica sull’arte italiana del terzo millennio grazie alle opere di tre giovani artisti emergenti, Catherina Biocca, Giulio Delvé e Diego Miguel Mirabella, oltre a due progetti speciali pensati per l’occasione da artisti della generazione precedente: Vedovamazzei e Cesare Viel.

Abbiamo chiesto a Bruni di raccontarci come ha impostato il programma, con quali criteri ha scelto gli artisti, i temi comuni e le ricerche che li accomunano. Non ultima, una domanda su come gli artisti si sono relazionati con il particolare spazio espositivo.
Dalle parole del curatore si evince come questa mostra da poco inaugurata, ma soprattutto il più ampio progetto “Connection” nasca dalla “necessità di stabilire delle connessioni inedite per riflettere da varie angolazioni sui temi cardine dell’attuale dibattito culturale internazionale.” Spiega Bruni: “Come ad esempio indagare le varie implicazioni che nel corso degli ultimi cinquanta anni ha assunto la presenza della luce/colore, così come quelle dell’oggetto come reperto, ma anche riflettere sulla trasformazione del gesto performativo o della pittura astratta rispetto ai vari contesti culturali.”

Segue l’intervista con Lorenzo Bruni

Elena Bordignon / ATPdiary: Con la mostra Iniziamo da qui, la Galleria Frediano Farsetti di Milano inizia un nuovo ciclo di progetti aperti al contemporaneo. Curi il ciclo triennale di mostre. Su quali basi hai impostato questa nuova prospettiva intrapresa dalla galleria dal titolo Connection?

Lorenzo Bruni: Il progetto triennale Connection – elaborato in sintonia con Sonia, Leonardo, Cecilia e Stefano Farsetti – segna l’inizio di una nuova fase di lavoro per la Galleria Frediano Farsetti che, alla tradizionale attività sui maestri storici, affiancherà d’ora in poi una specifica attenzione verso la ricerca contemporanea. Le singole collettive, esclusa quella iniziale che conta cinque artisti, saranno caratterizzate dal dialogo tra tre artisti di generazioni e nazionalità differenti. La lista è già stata stilata e gli artisti interpellati, anche se di volta in volta ci potranno essere delle modifiche, dal momento che opereremo su un lungo periodo. Tutti gli artisti sono accomunati da un’attenzione per l’atto processuale dell’opera e dalla volontà di tener conto del dialogo di essa con lo spazio particolare della galleria Frediano Farsetti, che volutamente ha mantenuto i suoi tratti distintivi, come ad esempio la forte presenza del corrimano in ottone e i due piani divisi da un ballatoio al centro. La sfida per gli artisti è quella di confrontarsi con qualcosa che è l’antitesi del white cube: per questo saranno coinvolti artisti che considerano la loro opera come un innesco per alzare il livello di attenzione del pubblico su ciò che osserva. D’altronde proprio la filosofia del white cube è venuta meno negli ultimi anni, perché in un mondo di mostre raggiungibili tramite internet da qualsiasi posto, risulta impellente avere dei casi specifici di confronto. Naturalmente si tratta di una modalità più sottile e meno fisica rispetto al famoso concetto di site specific nato nel corso degli anni ʼ90.

Nella scelta dei nomi da coinvolgere ha influito naturalmente il fatto di operare in una galleria, per cui saranno maggiormente presi in considerazione quegli artisti che necessitano proprio in questo momento di un consolidamento sul mercato, andando oltre il concetto di semplice riscoperta. Gli artisti non sono stati scelti per convivere attraverso sintonie formali o affinità stilistiche o concettuali, anzi esisterà un’apparente frizione, proprio per sollevare delle riflessioni trasversali sul rapporto tra osservatore e oggetto osservato. Quindi, il titolo del ciclo evoca la necessità di stabilire delle connessioni inedite per riflettere da varie angolazioni sui temi cardine dell’attuale dibattito culturale internazionale. Come ad esempio indagare le varie implicazioni che nel corso degli ultimi cinquanta anni ha assunto la presenza della luce/colore, così come quelle dell’oggetto come reperto, ma anche riflettere sulla trasformazione del gesto performativo o della pittura astratta rispetto ai vari contesti culturali. E ancora affrontare il concetto di rappresentazione o narrazione in una “società dello spettacolo”, che si è evoluta in dinamiche particolari con l’avvento del digitale.

Ad esempio la seconda mostra di ottobre con tre artisti internazionali e di generazioni differenti indagherà la relazione sul gesto artistico inteso come trasferimento di energia che punta poi ad espandere o a contrarre lo spazio. L’intero ciclo di mostre riguarda la trasmissione del sapere nel “mondo del presente” e della “memoria espansa”. Così come appare preminente la questione sottotraccia del perché realizzare una mostra e per chi nel momento che tutto è fruibile dal proprio dispositivo elettronico.

iniziamo da qui, connection 01, Farsetti Arte, Milano, 2019-06-19. Ph: Fabrizio Stipari
iniziamo da qui, connection 01, Farsetti Arte, Milano, 2019-06-19. Ph: Fabrizio Stipari

EB: Dopo la mostra di Vittorio Corsini – curata da Marco Scotini – ha inaugurato la mostra Iniziamo da qui, con le opere di tre artisti: Catherine Biocca, Giulio Delvè, Diego Miguel Mirabella. Con quali criteri li hai scelti? Come dialogano tra di loro le opere?

LB: Il titolo Iniziamo da qui è riferibile al fatto che è la prima mostra di un ciclo triennale, ma soprattutto tiene conto che, nonostante il panorama di ognuno di noi sia di tipo globale, ci relazioniamo con esso da un punto di vista specifico. Il punto di vista specifico in questo caso è la giovane arte italiana, osservata dall’interno di una galleria. Si è scelto di osservare le caratteristiche di questa nuova generazione, offrendo una possibilità agli artisti che hanno meno visibilità proprio in Italia, mentre invece sono già ben inseriti nel mercato europeo vivendo o lavorando fuori dall’Italia o, come Delvè, essendoci tornati dopo una lunga assenza.

Iniziamo da qui è però riferito anche alle singole opere dei tre artisti coinvolti, che richiedono una grande attenzione da parte dell’osservatore, che deve essere consapevole del contesto in cui le sta osservando. Contesto in questo caso che riguarda sia lo spazio fisico e psichico, che la dimensione temporale, creando una nuova riflessione tra percepire e attraversare, tra vedere e ricordare. Questi artisti raggiungono tale obbiettivo grazie alla loro attitudine di voler esporre il “processo” dell’opera/esperienza per poterlo condividere, azione differente dal semplice narrare una storia. Il processo condiviso in tempo reale è quello che accomuna tutte le loro opere esposte, puntando a dare maggiore importanza all’esperienza. Questo corrisponde alla scelta degli artisti di porsi dalla stessa parte dello spettatore nel cercare di relazionarsi con il mondo e di interrogarsi su cosa è un’opera d’arte e di conseguenza su qual è il suo ruolo. Tale situazione è il frutto del percorso compiuto dalla società e dalla cultura visuale nel corso degli anni ʼ90, ovvero nel momento in cui, dopo la caduta delle ideologie, la realtà diviene globale tramite le comunicazioni in tempo reale. Infatti un punto nodale per la progettazione della mostra è stato quello di ri-pensare all’eredità degli anni ʼ90, non limitandosi però a creare un omaggio a quegli artisti attivi da quel momento. Per questo l’esigenza è stata quella di coinvolgere artisti di quella generazione come Cesare Viel e Vedovamazzei, chiedendogli di realizzare un intervento speciale per caratterizzare i due ingressi dello spazio espositivo della Galleria Farsetti di Milano. In questa scelta risiede la voglia di evidenziare la loro peculiarità di lavorare sul site specific, in particolare su contesti in cui lo spettatore è chiamato in causa in prima persona a prendere posizione e a far esperienza attiva del processo dell’opera. Vedovamazzei dando più importanza alla casualità apparente dell’associazione di idee quando vengono condivise tra tutti, per ottenere una terza via di interpretazione delle cose. Cesare Viel portando attenzione alla riflessione intima sul tema del corpo e del rapporto tra guardare e vedere, tra agire e pensare.

Giulio Delve, Mascherone
Vedovamazzei, birds 23, 1995-2019, bronzo, 29x21x12 cm

EB: Un aspetto comune della loro ricerca è l’attenzione alla “natura”. Come la intendono e a che risultato sono giunti nell’approfondire questo loro interesse?

LB: La natura, nelle opere di Mirabella, Delvè e Biocca, non è presente in quanto immagine formale, bensì come concetto che agisce con forza all’interno dei loro processi creativi, anche se con implicazioni differenti. Infatti, come testimoniano le opere presenti in mostra, si tratta sempre di una natura che non è mai riconoscibile, è sempre un suo frammento parziale che appare come un’allucinazione collettiva che si insinua nell’impasto delle opere. Tale aspetto è sintomatico della loro riflessione sul limite e confine tra immagine astratta e figurativa. In particolare affrontano questo discorso tramite la presenza del colore, che non corrisponde ad una proprietà del singolo oggetto, ma transita da una presenza all’altra, divenendo non un riferimento di restituzione delle forme della realtà, ma uno strumento per indagare la forza autonoma della sua essenza. Per Giulio Delvè corrisponde ad esempio a un calco di una foglia di palma che ripropone esattamente così in forma scultorea le sue proprietà, anche se esse vengono sublimate per effetto di uno strato di foglia d’argento, non uniforme, che sembra celare o esibire ciò che appare sottostante. Per Diego Miguel Mirabella si tratta di paesaggi asiatici/esotici che sono intramezzati da presenze monocrome di colore areografato, che sembrano animare quei disegni di  sensazioni legate al processo del fare, più che alle proprietà dell’oggetto riprodotto. Per Catherine Biocca il paesaggio marittimo si rivela essere spazio di tragedie storiche, di navi che affondano con tutta la loro tragicità, che viene come dissipata dal tratto fumettistico e dalla tecnica di foto-riproduzione, per mettere in evidenza il pericolo di anestetizzazione prodotto dai mezzi di riproduzione contemporanei. Il confronto di questi artisti con il concetto di cosa possiamo considerare paesaggio e soprattutto con il confine tra naturale e innaturale permette loro di mettere in evidenza la dimensione di ambiguità con cui l’essere umano si confronta con i fatti della realtà globale, che apparentemente sembrano tutti alla portata di tutti, ricordandoci che “il sonno della ragione può ancora generare mostri” (parafrasando il titolo dell’incisione di Goya). Allo stesso tempo ci ricordano che ci può ancora essere allo stesso pari un’idea di bellezza folgorante anche in una realtà digitale, immateriale e apparentemente indolore ed oggettiva.

iniziamo da qui, connection 01, Farsetti Arte, Milano, 2019-06-19. Ph: Fabrizio Stipari
iniziamo da qui, connection 01, Farsetti Arte, Milano, 2019-06-19. Ph: Fabrizio Stipari

EB: Gli artisti hanno lavorato in relazione allo spazio architettonico. Mi racconti come hanno sviluppato le opere in mostra? Che esito ha dato questa relazione?

LB: Il rapporto con lo spazio non si risolve solo dal punto di vista architettonico ma direi, più in generale, nel rapporto tra contenitore e oggetto contenuto. Diciamo che tutte le opere agiscono in un senso di attrazione e respingimento dell’attenzione del fruitore. L’opera di Vedovamazzei della sedia, la cui estremità di una gamba è sostituita da una lampadina accesa, è una presenza surreale e paradossale all’ingresso della galleria, così come appare allo stesso modo la scultura classica in bronzo di un volatile che salta sopra un altro costringendolo a terra posto volutamente su il mobile di ingresso. Se da una parte rappresentano la storia del più forte, dall’altra qualcosa non torna, poiché il titolo dell’opera è Death on the Top of the Life. Quindi l’opera dei due uccelli è più un monumento al fallimento che quello a un eroe che sopraffa un altro? Questa domanda permette allopera di spogliarsi di tutta la sua monumentalità apparendo come un oggetto casuale, ma insinuando il dubbio che non sia in effetti quello che appare.

Questa idea di instabilità necessaria per percorrere il limite tra due opposti è quello che è presente anche nell’intervento di Cesare Viel, che nell’altro ingresso della Galleria propone un testo del 2006 dal titolo Domande per il corpo. La frase è esposta come se fosse sempre stata lì e un audio invade lo spazio trasformando un pensiero personale in pensiero condiviso con domande come: ‘Dimentico ciò che il corpo riesce a chiedermi’, ‘Non sono sempre là dove il corpo mi conduce’, ‘Chi offendiamo quando si offende un corpo?’.

La relazione degli altri artisti è sempre legata al tema dell’analisi del contenitore fisico, mentale, allegorico con cui abbiamo a che fare, ma in sensi differenti. Ad esempio per Giulio Delvè le sculture assemblate con elementi di recupero, come scope, rimandano ad una comunità di dissidenti come alla scultura di matrice non occidentale e costringono lo spettatore a riflettere sul tema dei riti collettivi, come quello di visitare una mostra. Diego Miguel Mirabella invece propone una sfera di porcellana con sopra l’immagine di un gregge di pecore che si disperdono nel paesaggio con il suo nome dipinto sopra: è una sfera posta sulle sedute della galleria per accogliere il visitatore, un errore di valutazione e la scultura potrebbe cadere o essere ignorata. L’artista ci ricorda che questa tensione esiste in effetti in tutte le nostre azioni quotidiane rispetto agli oggetti che incontriamo nel nostro cammino. Lo spazio di Catherine Biocca è una stanza con una moquette arancione che cambia la percezione dello spazio. Al centro vi è un tavolo su cui un video ad animazione mostra la mano, proposta in maniera stratta per mezzo di una video-animazione volutamente elementare, che muove un coltello tra le dita dell’altra mano, ricordando il famoso incontro tra Dora Maar e Picasso. Il video si interrompe e poi riprende il suo movimento e suono, evocando un tempo sospeso. Così come il tempo ritorna nella percezione frazionata delle opere di Delvè e di Mirabella. Appare chiaro quindi che le loro opere nel confrontarsi con l’architettura e la percezione dello spazio si trasformano in misuratori di tempo, il tempo in senso astratto come il tempo della fruizione dell’opera. Le opere di Catherine Biocca, Giulio Delvè e Diego Miguel Mirabella rientrano nella tradizione dell’utilizzo di materiali di uso comune anche se puntano a rivitalizzare le tecniche tradizionali, per interrogarsi sulla capacità degli oggetti naturali e quotidiani di trattenere le esperienze da cui sono attraversati. Questo approccio corrisponde alla loro specifica richiesta di chiarezza, ma anche di una nuova profondità rispetto ad un mondo mediatico digitale, in cui tutto sembra raggiungibile, ma dove nulla lo è veramente. Un mondo in cui gli archivi/piattaforme elettronici hanno ridisegnato completamente il concetto di evento, di memoria e di comunità.

EB: Oltre ai tre giovani artisti, presenti anche Vedovamazzei e Cesare Viel? C’è un nesso tra questi artisti più affermati con i tre in mostra? Qual è la natura del loro intervento?

LB: Il percorso di Vedovamazzei e Cesare Viel è stato caratterizzato fin dagli anni ‘90 da una forte indagine sul ruolo e la natura dell’opera d’arte, che ha messo in evidenza il dialogo con il contesto in cui l’opera nasceva e si sviluppava. Pertanto la loro presenza in questa mostra pone l’attenzione alla dimensione processuale dell’opera. In particolare permettono di ripensare nel profondo alle categorie di astratto e figurativo, oltre che a quelle di azione effimera e durata della stessa. Proprio questi due aspetti sono importanti da notare perché sono quelli su cui stanno lavorando gli artisti più interessanti delle nuove generazioni. Inoltre, osservando il loro lungo percorso dai giorni nostri appare evidente che il voler far coincidere l’estraneo con il quotidiano non è legato a sorprendere o scioccare l’osservatore, ma a far riflettere su queste categorie proprio per portare l’attenzione sul suo ruolo e di conseguenza su quello della cultura.

Diego Mirabella, Si,Si #05, 2015, Inchiostro, matite, smalto spray su carta, 140 x 99 cm