Things a Person is Supposed to Wonder, performance Bridget Moser - xing, Bologna 2017 - Photo credits Yuula Benivolski

Things a Person is Supposed to Wonder, performance Bridget Moser – xing, Bologna 2017 – Photo credits Yuula Benivolski

English text below

A volte sono gli oggetti – così perfetti e banali – a sceglierla. A volte, invece, li sceglie lei, proprio perché di uso quotidiano, magari sopiti dall’abitudine di averli sempre sotto gli occhi. Il suo talento è, potremmo dire, animista: genera vitalità dall’inanimato. L’artista canadese Bridget Moser darà un saggio delle sue “azioni” giovedì 2 marzo alle 22.00 a Raum (xing, Bologna), presentando Things a Person is Supposed to Wonder: una serie di brevi performance incentrate sul concetto di fallimento. Solo apparentemente frutto di improvvisazione – “C’è sempre una sceneggiatura molto specifica che seguo ma penso che, dato che non sono una performer virtuosa a livello tecnico, a volte le mie azioni possono sembrare precarie, o piuttosto spontaneo e, spero, umane.” – le sue performance sono in realtà accuratamente scritte, degli ibridi che fanno uso di bizzarre interazioni con oggetti inanimati sottratti alla quotidianità come uno sdraio, un appendiabiti, un tappetino, uno stura-lavandini. Nell’intervista che segue, l’artista ci racconta come nascono, dove trae ispirazione, come sviluppa le sue performance, citando da Marinetti a Beckett, passando per un programma televisivo o una conversazione origliata, ma anche da un “oggetto veramente miracoloso come un sedile del water perfetto.”

L’artista sarà la special guest – con A Very Reflexive Acid – di TRIGGER PARTIES PRESENT LIVE ARTS WEEK VI - un’edizione speciale in collaborazione con XING, mercoledì 1 marzo (dalle 18.30 alle 21, via privata Rezia 2, Milan). Alla serata parteciperanno Silvia Fanti (Xing), Daniele Gasparinetti (Xing), Andrea Magnani (Siliqoon), Alvin Spazio and Natalia Trejbalova e Nico Vascellari.

Seguono alcune domande a Bridget Moser —

ATP: Partiamo dal titolo, “Things a Person is Supposed to Wonder” che mi ricorda un po’ le rubriche dei giornali popolari. Quali sono le cose che un persona dovrebbe chiedersi?

Bridget Moser: In questo caso specifico una persona dovrebbe farsi domande sulla pazienza, l’esperienza, la rabbia, l’irresponsabilità, il cambiamento irrevocabile, l’espiazione, il prendere una cattiva strada (o il marcire), tra le altre cose. Non sono sicura che questo titolo non sia anche un modo per rassicurarmi che tutte le cose strane a cui penso siano cose normali su cui tutti dovrebbero riflettere, in effetti.

ATP: Cosa ti attrae del concetto di “fallimento”? In una società che ostenta a tutti i costi la necessità di essere ‘vittoriosa’, perché ti concentri sul suo opposto?

BM: Immagino di esserne attratta in parte per l’inevitabilità generale del concetto di fallimento in un universo per natura ostile (perché non ammetterlo?). Se invece ne parliamo più a livello  quotidiano o estetico, sposare una prospettiva di fallimento significa capire dall’inizio che il risultato finale non sarà perfetto e che potrebbe anche non funzionare del tutto. Ma questo fa sì che ci si prendano molti rischi e che si venga guidati verso nuove possibilità che non erano ovvie fino a poco tempo prima, anche se saranno un po’ poco rifinite. Qui si inserisce la citazione di Samuel Beckett che a tanta gente piace usare: “Ho provato. Ho fallito. Non importa. Proverò di nuovo. Fallirò di nuovo. Fallirò meglio.”
Specialmente ora, in un contesto più ampio, penso che la considerazione del fallimento sia molto importante. Se guardiamo al movimento che si dimostra “vittorioso” al momento (sto pensando a quello che trovo vicino a casa mia – le elezioni americane in particolare), i vincenti sono in realtà abbastanza orripilanti. La resistenza a queste vittorie è assolutamente imperativa.

ATP: La performance che presenti a Bologna, “Things a Person is Supposed to Wonder”, è composta da una collezione di brevi performance. Da cosa hai tratto ispirazione?

BM: La collezione abbraccia un periodo di tempo di quasi tre anni, quindi l’ispirazione è tratta da una grande quantità di fonti, alcune delle quali sono intensamente autobiografiche e molte altre sono più generali. Scrivo continuamente materiale, compongo costantemente musica e suono, e colleziono oggetti, e queste sono tutte aree che generano diversi livelli di ispirazione. A volte questa viene da un programma televisivo o da una conversazione origliata, a volte viene da un oggetto veramente miracoloso come un sedile del water perfetto.

ATP: Ci sono degli autori, dei performers o degli artisti a cui associ il tuo lavoro o che hai studiato per trarne degli insegnamenti?

BM: Certamente scrittori come Beckett sono stati molto importanti per il modo in cui penso alla scrittura, e al testo scritto che è pensato per essere declamato. Anche Diane Williams, che è un’autrice che scrive sconcertanti short stories – molto corte, a volte soltanto un paragrafo – ha influenzato il modo in cui penso al testo e alla narrativa.
Anche se (quasi ovvio) potenzialmente fastidiosi a livello politico, Marinetti e altri futuristi italiani hanno creato, più di un secolo fa, opere live melodrammatiche che sono ancora importanti per me (per esempio “Vengono”, il primo cosiddetto “dramma per oggetti” scritto da Marinetti, che includeva un cast di sedie che alla fine escono di scena da sole). Artisti performativi più contemporanei come Laurie Anderson, Stuart Sherman, Shana Moulton e Ieva Misevičiūtė sono tutti importanti per me. Alcuni anni fa sono stata così fortunata da prendere parte a una residenza guidata dall’artista multimediale americano Michael Portnoy, che non è soltanto un artista eccellente ma anche un ottimo insegnante, che mi ha aiutato a capire cosa esattamente volessi fare nel mio lavoro personale.

ATP: Le tue performance sono, apparentemente, frutto di improvvisazione. Quando sei “in scena”, quanto c’è di improvvisato e quanto è frutto di un attento studio e progettazione?

BM: C’è molta improvvisazione in studio e quello che è generato lì viene poi editato e riformato in modo particolare. Ogni performance è eseguita usando soltanto una traccia audio che registra tutti i cambiamenti o le battute d’entrata, così tutto dev’essere programmato e provato molto precisamente, per essere sicuri che i tempi risultino corretti. C’è sempre una sceneggiatura molto specifica che va seguita ma penso che, dato che non sono una performer virtuosa a livello tecnico, questo a volte possa sembrare precario, o piuttosto spontaneo e, spero, umano. Odio davvero improvvisare davanti a qualsiasi tipo di pubblico, perché ho un bisogno di controllo molto forte. Vedo un terapista per questa ragione… e anche per altro.

ATP: Nelle tue performance utilizzi molti oggetti, prelevati dalla vita quotidiana. Penso all’intensa performance in cui utilizzi una sedia pieghevole, Memory Foam (2015), uno stura-lavandini,  Season of the Witch (2016), tavoli e sedie, Asking for a friend (2013) ecc. Come scegli questi oggetti? Perché ne alteri le funzioni?

BM: A volte scelgo gli oggetti e a volte sono gli oggetti a scegliere me. Ci sono volte in cui scrivo qualcosa e capisco il tipo di oggetto che sto cercando, ma ci sono anche altre volte in cui incontro un oggetto nel mondo che è così perfetto che, anche se non so quando, so che lo userò, so di doverlo avere. Normalmente deve essere un oggetto abbastanza banale che sia facilmente riconoscibile ma che abbia anche un deciso potenziale di adattamento. Una cosa che aiuta è che l’oggetto sia un po’ stupido, come con il sedile del water che ha una bella immagine di pesci sott’acqua stampata sopra. La cosa che mi piace del lavorare con questo tipo di oggetti è che sono generalmente concepiti da un pubblico molto ampio per il loro avere un particolare uso o significato, e modificandoli o sbloccandoli dal loro uso consueto, nuove possibilità e significati vengono a galla. Nello stesso modo in cui capiamo una barzelletta prendendo una cosa familiare e ribaltandone il significato per disattendere le nostre aspettative, e quella sorpresa può far ridere – penso che questo sia un modo importante in cui l’arte può agire.

 Traduzione dall’inglese di Martina Odorici

Things a Person is Supposed to Wonder, performance Bridget Moser - xing, Bologna 2017 - Photo credits Yuula Benivolski

Things a Person is Supposed to Wonder, performance Bridget Moser – xing, Bologna 2017 – Photo credits Yuula Benivolski

Xing presents  Bridget Moser,  Things a Person is Supposed to Wonder
thursday 2 March 2017
Raum Via Ca’ Selvatica 4/d Bologna

Things a Person is Supposed to Wonder is a collection of short works that take on multiple forms and shift unpredictably between performative modes, texts, and sound. Seemingly improvised, but in fact carefully scripted, these hybrid works make use of bizarre interactions with everyday inanimate objects (a toilet seat, a coat rack, bath mats, a plunger) to articulate moments of anxiety, impatience, wrath, fury, change, loss, wickedness, and more. Moving between states of criticality, humour, and emotion, the resulting performance is at times entertaining, affective, and bewildering.

Interview with Bridget Moser —

ATP: Let’s start from the title, “Things a Person is Supposed to Wonder”, that reminds me a little about the column of popular newspapers. Which are the things a person should wonder?

Bridget Moser: To be specific in this instance, a person is supposed to wonder about patience, experience, anger, irresponsibility, irrevocable change, atonement, and going bad (or rotting), among other things. I’m not sure if this title is also a way of reassuring myself that all of the stranger things I think about are in fact normal things that every person should be wondering about too.

ATP: What does attract you in the concept of “failure”? In a society that shows off at all costs the necessity to be “victorious”, why do you focus on its contrary?

BM: I imagine I’m attracted to it partly because of the general inevitability of failure in an inherently hostile universe (why not welcome it?). If we’re talking on a more day-to-day or aesthetic level, embracing a prospect of failure means understanding from the beginning that the end result won’t be perfect and may not even work at all. But that allows for a lot of risks to be taken and leads to new possibilities that weren’t obvious before, even if they’re a little unpolished. There’s that Samuel Beckett quote that many people like to cite: “Ever tried. Ever failed. No matter. Try again. Fail again. Fail better.”
Especially now, in a broader context, I think a consideration of failure is very important. If we look at the movements that prove to be “victorious” at the moment (I’m thinking about what’s closer to home for me—the U.S. election in particular), the victors are actually quite horrifying. Resistance to these victories is absolutely imperative.

ATP: The performance you are presenting in Bologna, “Things a Person is Supposed to Wonder”, is composed by a collection of short performances. From where did you draw your inspiration? 

BM: The collection spans a period of almost three years, so the inspiration is drawn from a number of sources, some of which are intensely autobiographical and many of which are more general. I am continually writing material, compiling music and sound, and collecting objects, and those are all areas that generate different levels of inspiration. Sometimes it comes from a TV show or an overheard conversation, or sometimes it comes from a very miraculous object like a perfect toilet seat.

ATP: Are there some authors, some performers or artists to whom you link your work or that you studied to get some teaching?

BM: Certainly writers like Beckett have been very important to the ways I think about writing, and about writing text that is meant to be spoken. Diane Williams, who is an author that writes perplexing short stories—very short, sometimes a single paragraph—has also influenced how I think about text and narrative.
Although obviously eventually politically troubling, Marinetti and other Italian Futurists created live theatrical works over a century ago that still seem relevant to me (for example “Vengono”, Marinetti’s first so-called drama of objects, which included a cast of chairs that eventually exit the scene on their own). More contemporary performance artists like Laurie Anderson, Stuart Sherman, Shana Moulton, and Ieva Misevičiūtė are all important links for me. A few years ago I was fortunate to attend a residency led by American multimedia artist Michael Portnoy, who is not only an excellent artist but also a very good teacher in that he helped me figure out exactly what I wanted to be doing in my own work.

ATP: Your performances are, apparently, results of improvisation. When you are “on stage”, how much do you extemporize and how much is your work the result of an attentive study and planning?

BM: There is a lot of improvisation that happens in the studio and then what is generated there is edited down and re-shaped in a particular way. Every performance is executed using only one audio track that has all of the changes or cues embedded into it, so everything must be very carefully planned and rehearsed to make sure the timing will work out correctly. There is always a very specific script that is followed but I think that because I’m not a virtuosic performer on a technical level it can seem precarious or more spontaneous, which is hopefully more human. I really hate to improvise in front of any type of public because I have a very intense need for control. I see a therapist for this and other reasons.

ATP: In your performances you use a lot of objects, drawn from daily life. I am thinking of the intense performance Memory Foam (2015), where you use a folding chair, Season of the Witch (2016) where you use a suction cup, Asking for a friend (2013) where you use tables and chairs and so on. How do you choose these objects? Why do you change their functions?

BM: Sometimes I choose the objects and sometimes the objects choose me. There are times when I am writing something and I know the type of object I am looking for, but there are also times where I encounter an object in the world that is so perfect that even if I don’t know when I will use it, I know I have to have it. Usually I need it to be a fairly mundane object that is easily recognizable but that also has a lot of potential for adaptation. It also helps if the object is a little bit stupid, as with the toilet seat that has a beautiful underwater image of fish printed on top of it. What’s nice about working with this type of object is that it’s generally understood by a broad audience to have a particular type of meaning or use, and that by shifting that or by unlocking it from its usual function, new possibilities and meanings come to the surface instead. The same way that we understand a joke to take the familiar and turn it around to disrupt our expectations, and that this surprise causes us to laugh—I think this is also an important way that art can operate.

Things a Person is Supposed to Wonder, performance Bridget Moser - xing, Bologna 2017 - Photo credits Yuula Benivolski

Things a Person is Supposed to Wonder, performance Bridget Moser – xing, Bologna 2017 – Photo credits Yuula Benivolski

© Bridget Moser

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