Dopo Time is Out of Joint, mostra inaugurata l’11 ottobre 2016 che ha costituito non soltanto l’occasione per presentare l’immenso patrimonio dell’Istituzione (circa cinquecento opere per più di centosettanta artisti), ma anche il culmine delle grandi operazioni di riorganizzazione e riallestimento degli spazi espositivi, la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma lancia un nuovo progetto dal titolo Breve videostoria di (quasi) tutto.

Cristiana Collu, direttrice dell’Istituzione dal 2015 e promotrice dell’importante processo di trasformazione prima accennato, ha prestato la propria voce per il video-lancio di quest’ultima iniziativa virtuale avviata il 23 novembre 2020. È importante ascoltarne le parole per comprenderne l’essenza:

“Breve videostoria di (quasi) tutto racconta di un punto sorgente, di un palazzo enciclopedico, di mille matriosche, di mille piani e combinazioni, è una webserie, anzi no è un film, un film a episodi, anzi no, è una mostra.
Ha un tema, anzi mille ma sono solo pretesti, il racconto oscilla tra approssimazioni e distanze, affondi e prodezze da surfisti, sorvola, plana e poi si sofferma, ma solo per pochi istanti. È un mazzo di carte, un alfabeto, una cartina di tornasole, dice quello che vogliamo noi ma anche quello che vuoi tu, ma soprattutto quello che vogliono loro, le opere. Sono loro il resto irriducibile, quello che rimane in questa affollata giungla del reale insieme a tutte le altre rovine del mondo dopo la catastrofe.
Esiste un altro pianeta, ma è sempre la terra e possiamo abitarla solo temporaneamente, molto indaffarati a creare mondi e mondanità che la terra tenta ogni tanto di scrollarsi di dosso. Ricominciamo dai fondamentali, da questo tempo ulteriore, il tempo di ora, adesso, ricordandoci che questo non è un tempo supplementare, ma il nostro tempo, quello in cui il tempo che viene si fa”.

Le contraddizioni che alimentano la poeticità del testo sono insite, in verità, nelle molteplici dinamiche della nostra vita e, soprattutto, negli ultra-tecnologici format virtuali che in quest’ultimo periodo ci hanno permesso (fortunatamente) di continuare a fruire l’arte. Ognuno di noi, infatti, è libero di gestire la propria visita virtuale riavvolgendo il nastro del discorso, giocando a rincorrere il tempo o ad anticiparlo, o ancora direttamente a raggirarlo: nessuno ci vieta infatti di aprire più finestre sul web e di visitare contemporaneamnte più sale di una stessa istituzione (o magari di più istituzioni!). 

Breve videostoria di (quasi) tutto, una sorta di video-teca virtuale che col passare del tempo raccoglierà sempre più contenuti, riflette proprio su queste considerazioni, dimostrando “ancora una volta – come scritto nel comunicato del progetto – che niente è dato una volta per tutte”. Dopo Time is Out of Joint – alla quale si aggiunse nel 2019 Joint is Out of Time, mostra che segnò l’ingresso delle opere di altri sette artisti nella collezione permanente (si trattava di Elena Damiani, Fernanda Fragateiro, Francesco Gennari, Roni Horn, Giulio Paolini, Davide Rivalta e Jan Vercruysse) – le sale espositive della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma tornano dunque protagoniste di una nuova iniziativa, questa volta, però, interamente digitale: a ogni spazio è stato assegnato un titolo diverso – Go wild, Miss Universe, LA Galleria Confidential, Sex & the Gallery, Urban Jungle, Mise en Galerie e #unlabelled sono solo i primi – e per ogni sala si darà una lettura sempre diversa delle opere cercando di approfondirne aspetti inediti e inconsueti.

Dopo il video d’apertura, concepito idealmente per una Sala #0 e incentrato sulla figura del leone – l’opera di riferimento è stata la Scalinata dei leoni (2018) di Mattia Panunzio – l’etologo Enrico Alleva ci accompagna, nel secondo video, alla scoperta degli spazi della Go wild, la Sala #1, i quali si protraggono fin dentro i depositi dell’Istituzione: dopo una breve introduzione sulle caratteristiche della tigre – soggetto ritratto ad esempio da Filippo Palizzi nel 1861 in Una tigre e una jena (Jardin des Plantes a Parigi) – sono Un ippopotamo (Jardin des Plantes a Parigi) dello stesso anno e Un elefante (Napoli) del 1853, sempre a opera di Palizzi, a infondere ad Alleva l’ispirazione per raccontare di questi animali esotici, ancora preda, purtroppo, della crudeltà dei bracconieri (il traffico del cosiddetto “oro bianco”, ossia dell’avorio, praticato da più di un secolo, non si è ancora fermato). Il viaggio tra storia, etologia e arte termina poi con Cammelli nella tenuta di San Rossore (1883-1887) di Odoardo Borrani, emblema – come afferma lo stesso Alleva – dell’“economia circolare”.

Breve videostoria di (quasi) tutto
Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea, viale delle Belle Arti 131, Roma
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@lagallerianazionale