Presso la Galleria Civica di Arte Moderna e Contemporanea di Torino, a cura di Danilo Eccher, il 15 marzo ha inaugurato Braco Dimitrijevic, personale dedicata al lavoro dell’artista bosniaco che negli anni Sessanta e Settanta ha gravitato nel capoluogo e nella provincia piemontesi formandosi e producendo le prime opere di grande rilievo.

A pochi chilometri da Torino si trova il borgo di San Sicario in cui vi è una piccola strada non presente in nessuna cartina geografica, ovvero “via Gianfranco Martina”: in tale luogo, nel 1976, è stato affisso a un muro il classico pannello bianco con l’indicazione di tale strada, seguito nella riga sottostante dalla data di nascita del personaggio in oggetto. E’ questo il caso di un’opera di Braco, dal titolo Gianfranco Martina, passante incontrato casualmente alle 15:28 e facente parte dei lavori Casual passer-by, ripresi più volte nel corso degli anni della propria pratica; l’artista intraprende e sviluppa sin dagli inizi una riflessione sul meccanismo automatico di attribuzione di significato e valore a luoghi e persone a causa di stimoli indotti o di segnali consolidati, forti a un livello tale da compensare con un atto di fiducia incondizionata persino la mancanza di conoscenza del contesto di riferimento.

Il percorso logico intrapreso lo porta successivamente ad aumentare l’intensità della provocazione tramite This could be a place of historical interest, didascalia assegnata a una serie di fotografie da lui scattate e aventi come soggetto un semplice interno di una casa o la sua facciata, un angolo di campagna o un’imponente scalinata: in tal caso espone la possibilità che ogni luogo possa assumere in futuro una rilevanza di qualche tipo, ma nel contempo paventa anche la possibilità che in passato un evento di rilievo sia già accaduto sebbene non ne sia ancora stata riconosciuta l’importanza. Uno sguardo che si protende lungo l’intero arco temporale, lasciando chiaramente intendere la precarietà della categoria di importanza storica in quanto tale.

ATP: “Considerate le precedenti opere, qual è allora il significato di luogo d’arte e che importanza può avere?”

BRACO: “Ritengo innanzitutto che non ci siano luoghi isolati, ma anzi che tutti siano a modo loro collegati, non volendone definire alcuno di superfluo né altro di non importante: in particolare ho notato che la compartimentazione non funziona più come metodo, poiché le cose troppo separate tra loro restituiscono solo una visione mutilata e semplicistica della storia universale. In una mia frase ho dichiarato ad esempio che, guardando la Terra dalla Luna, la distanza tra il Louvre e uno zoo non esiste; ed è ragionando in tal senso che ho cominciato a esporre anche per strada, negli zoo o nelle grotte”.

Ampliando quindi la sperimentazione di nuovi luoghi espositivi e sulla loro potenza comunicativa Dimitrijevic decide di fotografare alcuni passanti, cui chiede il permesso di produrre delle gigantografie dei loro volti esponendole sulle facciate di palazzi e nelle fermate della metropolitana di varie città. La decontestualizzazione del soggetto comune e il suo innalzamento a ipotetica opera d’arte ha così come conseguenza la determinazione della casualità quale potenziale scintilla fondante dell’opera stessa, ma non solo..

ATP: “Quale fu negli altri passanti la reazione di fronte a tali gigantografie?”

BRACO: “Le grandi foto hanno solitamente un significato importante, che però assume sfumature differenti da un Paese all’altro: per esempio nei paesi dell’est questo tipo di immagini è sempre associato ai leader politici, mentre nei paesi occidentali troviamo personaggi famosi come le star più frequentemente dei politici. Con questi grandi ritratti, cui ha fatto seguito la divulgazione di informazioni sui giornali e presso le gallerie in merito al fatto che si trattasse di semplici passanti, la gente ha disattivato un automatismo secolare innescato in primis dai grandi monumenti”.

Braco Dimitrijevic,   GAM Torino 2016,   Installation view - Photo Giorgio Perottino

Braco Dimitrijevic, GAM Torino 2016, Installation view – Photo Giorgio Perottino

La pratica esercitata fin qui ha poi portato l’artista a spingersi verso azioni ancor più radicali: una riflessione a tutto tondo su arte, quotidianità e natura dà vita al primo Triptychos Post Historicus, la cui realizzazione si deve anche alla lungimiranza quasi visionaria dell’allora direzione della Berlin Nationalgalerie. Braco nel 1978 riesce infatti nell’operazione di produrre un’installazione temporanea tramite tre oggetti, ovvero il quadro originale di Kandinskij Murnauer Kirche, la pala utilizzata da Joop Sanders e alcuni frutti. L’opera dell’artista bosniaco riassume in tal caso una molteplicità di concetti elaborati fin qui: il contrasto di importanza tra le singole componenti dell’opera e il livello della risultante finale, la casualità della fama dell’ex-sconosciuto signor Sanders, l’inesistenza di separazione assoluta nei rapporti tra il quadro come simbolo dell’arte, la zappa quale testimonianza della quotidianità e la frutta in rappresentanza della natura.

ATP: “Interviene quindi un nuovo e forte elemento nella sua pratica ovvero la natura, che rientra nella volontà di riequilibrare le forze in campo..”

BRACO: “Certamente: ho voluto mettere sullo stesso piano e conferire la stessa importanza ai tre elementi utilizzati; con i Triptychos ho inoltre sempre cercato di utilizzare quelle opere spesso conservate nei magazzini dei musei e delle collezioni, cosicché a seguito dei miei interventi ho in un qualche modo restituito una nuova importanza sia riportandoli alla luce sia riciclandone la funzionalità nel rapporto con le altre componenti dell’opera”.

L’insieme delle opere di Dimitrijevic è supportato inoltre da un’opera scritta, il Tractatus Post Historicus, in cui Braco definisce l’attuale disciplina della storia dell’arte quale voce narrante che espone l’arte come mera una successione di stili. Di conseguenza l’artista sarebbe perciò un genio mitizzato e indiscusso, creatore di stile all’interno di un’epoca riluttante nei confronti del singolo individuo portatore di cambiamento destabilizzante. Braco propone invece per la storia dell’arte la possibilità di fungere da strumento di proposta e innovazione:

ATP: “In che modo dovrebbero allora porsi l’uomo e l’artista nel raccogliere l’eredità dell’arte, nel tracciarne la storia e soprattutto nel proporne una valida lettura?”

BRACO: “La storia dovrebbe essere composta da un numero infinito di interpretazioni di eventi, in modo che la differenza tra la leggenda e la storia stessa scomparirebbe. Per facilitare ciò, gli artisti devono porsi come dei conduttori, trasmettendo una legge universale e non lasciandosi soggiogare da nessuna zeitgeist, così da far emergere e riaffermare l’importanza del giudizio personale e delle poetiche individuali”. 

La mostra Braco Dimitrijevic, presso GAM, è aperta dal 16 marzo al 23 luglio 2016.

Braco Dimitrijevic,    GAM Torino 2016,   Installation view - Photo Giorgio Perottino

Braco Dimitrijevic, GAM Torino 2016, Installation view – Photo Giorgio Perottino

Braco Dimitrijevic,   CASUAL PASSER-BY I MET AT 11.09 AM,   1971 Collection: Centre George Pompidou,   Paris

Braco Dimitrijevic, CASUAL PASSER-BY I MET AT 11.09 AM, 1971 Collection: Centre George Pompidou, Paris

Braco Dimitrijevic,   GAM  Torino 2016

Braco Dimitrijevic, GAM Torino 2016