Visionario, giocoso e divertente. La mostra di Matteo Rubbi, ‘Bounty nello spazio’ – presentata nella sezione Eldorado della Gamec di Bergamo – mi è proprio piaciuta. Entrando nello spazio non facile del museo (grande stanzone che si sviluppa in lunghezza e dal soffitto molto alto), dedicato all’artista, si rimane subito avvolti dall’installazione sospesa fatta di scampoli di stoffa e coperte. Rubbi ha ricreato un’immaginaria volta celeste sopra Bergamo nell’anno 3000. Ma la cosa veramente coinvolgente è l’enorme ‘lavagna’ che l’artista ha creato dipingendo di nero le pareti a tutta altezza. Qui, disegni, scritte, ditate, sfumati, scarabocchi, grafici, segni gestuali, ricoprono tutto lo spazio. Rubbi ha invitato amici ed artisti ad visualizzare l’aspetto del mondo subatomico. Le persone coinvolte, davanti all’enigmaticità di una superficie nera, hanno dato sfogo alla loro immaginazione, in totale libertà e guidati dall’istinto. Per l’occasione, l’artista ha anche rifatto un lavoro presentato alla Fondazione Sandretto, questa volta però, collaborando con il quotidiano locale, L’Eco di Bergamo’. Ha fatto stampare un numero del giornale datato 13 aprile 1961. Titolo della prima pagina: Lanciato nello spazio il russo ha girato la terra in 89 minuti.
Forse, però, la cosa più ‘fantastica’ era quello che, ancora, non c’era.
Per tutta la durata della mostra si avvicenderanno dei workshop in cui, guidati da veri falegnami e docenti di un istituto professionale (Azienda Bergamasca Formazione C.F.P), chiunque potrà fare una vera esperienza di ‘fai da te’, dentro al museo. A tappe, si andrà a costruire, in scala 1:1, una parte dello scafo del Bounty. Nello spazio, c’erano disegni progettuali e un modello ridotto e scomposto di questa mitica nave.
Matteo ha già iniziato, in precedenti mostre, questo surreale progetto (‘La festa dei pirati’, Fondazione Pomodoro e CNAC Le Magasin di Grenoble), con l’intento di rendere partecipi le persone nella comune costruzione della mitica fregata mercantile britannico. Giocoso e generoso, Matteo riesce finalmente ad attuare un tipo di arte (veramente) relazionale, in cui i presupposti non restano solo sulla carta, ma diventano reali, concreti. Obbiettivo non raggiunto, a parere mio, nel lavoro presentato al Premio Furla, che si presentava troppo macchinoso e, purtroppo, non risolto nelle intenzioni. Qui, invece, la condivisione come pratica estetica, è sicuramente raggiunta o soddisfatta. Le persone condivideranno fatica, sbagli, tempo e soddisfazioni, per realizzare un enorme oggetto immaginifico. Quando sarà ultimato, sarà sicuramente stupefacente vedere l’enorme scafo dentro alla sala. Scombussolando e fondendo – non senza un buona dose di indisciplinata immaginazione – il dentro e il fuori, il lontanissimo spazio profondo e le strade di Bergamo, intrecciando le vite di artigiani, falegnami, insegnanti, studenti, artisti e curatori, Matteo realizza quella cosa molto rara nell’arte: la partecipazione, l’originalità e l’altruismo. Non ultima, la realizzazione di una grande opera che, semplicemente, definirei bella!
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Il curatore Alessandro Rabottini e Valentina Rapelli , Matteo Rubbi e Vincenzo Latronico