• Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti - Installation view
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  • Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti - Installation view

Un atto di seduzione è quello “messo in scena” dalla giovane artista Benni Bosetto, protagonista di un progetto impegnativo e complesso ospitato da TILE Project Space. “Florida” è il titolo della sua mostra, inaugurata pochi giorni fa e visibile fino al 17 ottobre 2016. Nella sua prima mostra personale Bosetto presenta un progetto che “consiste nella creazione di un dispositivo narrativo formato da diversi elementi: una scenografia, personaggi, elementi simbolici e un racconto tenuto in sospeso. (…) Lavorando più sulla costruzione di un’immagine narrativa che di un ambiente inglobante, l’artista obbliga il pubblico a rimanere a distanza dalla scena in corso, delimitando uno spazio fisico che permette ad ogni visitatore un’intimità con il racconto e i personaggi.”
Segue un’intervista con Benni Bosetti per approfondire molte sue scelte sia con contenutistiche che espressive, come quella del disegno, considerato dall’artista “il mezzo più ribelle, più umano e sincero” con il quale potesse lavorare in questo momento.

ATP: Partiamo dagli aspetti forse più d’impatto di una mostra, il suo titolo e l’immagine che ne guida la primissima comunicazione. Florida, è il titolo che hai scelto e, come corollario visivo, una cascata caratterizzata dalla colorazione rosa dell’acqua. Perché hai compiuto queste scelte? Come incipit della mostra, che significati veicolano?

Benni Bosetto: Quando ci si innamora di qualcuno il processo di seduzione è il primo meccanismo che si crea in una persona, la seduzione è la porta di accesso a un certo tipo di comunicazione, la comunicazione più intima. Etimologicamente sedurre significa portare via con sé, condurre lontano qualcuno o qualcosa e quindi sia il titolo “Florida” che l’immagine di una cascata d’acqua rosa hanno avuto il compito principale di sedurre e portare lontano, due temi per di più centrali nella mostra.
Florida inoltre è il luogo da cui la narrazione del progetto è iniziata. Mi sono ispirata alle varie leggende della miracolosa fonte della giovinezza, a Cranach, a Carlo Magno, arrivando alla storia del conquistatore Juan Ponce de Leon che nel sedicesimo secolo fu mandato nelle americhe dal Re di Spagna alla ricerca della leggendaria fontana magica, in grado di donare bellezza, benessere e vita eterna. Sbarcò in una nuova terra e la chiamò Florida e qui secondo la leggenda trovò questa fonte. Ovviamente non furono mai trovate prove o documenti che attestano la veridicità della storia ma in ogni caso migliaia di turisti ancora oggi accorrono attratti a visitare e bagnarsi sperando in qualche miracolo.
Nella mostra l’elemento liquido accompagna e collega la struttura narrativa e concettuale, presente sia sottoforma di disegno sia materialmente. La linea è liquida e ogni disegno pare stia per sciogliersi lentamente. C’è poi una piscina di fango acquoso e rosa, che nella narrazione i due personaggi usano per cospargersi il corpo e per impadronirsi così dell’immortale bellezza e quel rosa “soffice” intende proprio descrivere un certo tipo di calmo benessere, in un tempo lento, quasi immobile proprio come la scena alla quale si sta assistendo.

ATP: La mostra che presenti da TILE è strutturata come un dispositivo narrativo formato da una scenografia, dei personaggi, degli elementi simbolici e un racconto tenuto in sospeso. Perché hai sentito la necessità di suddividere questo progetto in diverse parti?

BB: Più che sentire la necessità di dividere direi che il mio bisogno è stato quello di mettere religiosamente “tutto” insieme. E dico religiosamente perche organizzare cose e pensieri in un’unità è utile fondamentalmente a dare un significato a tutte le cose, a cercare e creare una verità.
Intendo non solo mettere insieme differenti media come la pittura il disegno l’architettura la scultura, i personaggi ma anche creare un legame fra credenze, leggende e mitologie apparentemente disgiunte. Mi sono servita di molti elementi, ho collezionato storie, trovato simbologie e mettendo tutto insieme me ne sono anche liberata, creando così un discorso fluido, unico, aperto e in movimento.

Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti - Installation view

Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti – Installation view

ATP: Disegno e carta: questi, da quello che ho capito, sono gli elementi da cui sei partita per sviluppare l’intero progetto. Due elementi espressivi primordiali nella cultura visiva. Perché (in questo momento) ti senti a tuo agio con il mezzo del disegno?

BB: Il disegno è il mezzo più diretto, è il mezzo artistico più antico che da sempre aiuta l’uomo a svincolarsi dalla realtà, a proteggersi e a cercare di capire ciò che non si può comprendere del tutto. E’ ormai più di un anno che porto avanti una lunga serie di disegni che continuavano a sembrarmi l’inizio di qualcosa e che avrei fin da subito voluto racchiudere in un unico racconto. Cercavo da un anno di metterli insieme e di comprenderli in una sola unità. E quindi è attraverso questo mezzo che sono arrivata a vedere e immaginare il progetto. Ho pensato fosse il mezzo più ribelle, più umano e sincero con il quale potevo lavorare in questo momento. Ho pensato che se avessi utilizzato materiali più ricercati, più costosi, che tendono alla perfezione avrei mentito a me stessa e agli altri. Invece nel disegno l’errore ed il fallimento vengono perdonati ed è anche per questo che nella mostra ho desiderato evidenziare le azioni più semplici attraverso i materiali più semplici e poveri come la carta, il cartone, la terra, l’acqua, il corpo.

ATP: Perché hai deciso di obbligare il pubblico a rimanere a distanza dalla mise-en-scene?

BB: Innanzitutto in questo progetto la scelta di creare una distanza tra l’opera e l’osservatore accentua l’ aspetto fittizio e dissociato rispetto alla realtà, ciò che provoca è una netta distinzione tra il mondo reale e il mondo immaginario, tra l’interno e l’esterno, ma anche sottolinea il contrasto tra lo spazio intimo e privato dei due personaggi all’interno della scenografia che semplicemente riposano sdraiati in attesa o in contemplazione e lo spazio pubblico esterno. Sarebbe la terza volta che pongo l’osservatore davanti un’immagine unilaterale dove non è consentito entrare, dove il punto di vista è unico e distaccato. In Razzle Dazzle Love, la performance che ho presentato quest’estate al parco Lambro a Milano, ho dato al pubblico, attraverso un audio da ascoltare al cellulare alcune indicazioni su come raggiugere, come guardare l’opera, per quanto tempo e da che distanza. Il pubblico era anche qui in un certo modo partecicpe attivamente e al contempo passivamente a questa dinamica. Mi piace l’idea di mettere delle regole da rispettare, in ogni gioco deve esserci una regola per fare in modo che funzioni, e poi a me capita spesso di rimanere affascinata da un immagine lontana, è come se quell’immagine mantenesse il suo segreto, la sua sacralità. Il mantenimento e l’obbligo di una distanza mentale o fisica alimenta il desiderio. Il pubblico così, trovandosi inerte di fronte alla mise-en-scene ha solamente il compito di assistere alla scena. Forse sta assistendo ad un miracolo, forse a quell’attimo finale in cui tutto sta per finire, non si sa con certezza…

ATP: Di recente hai partecipato ad un progetto collettivo durato poche ore alla Marselleria. Hai presentato un gruppo di ragazze stese tra tessuti e stoffe nell’atto di dormire/riposarsi. Mi raccontavi che è un’azione che ha dei nessi con la tua mostra da TILE. Mi spieghi brevemente la relazioni tra i due progetti?

BB: In tutti e due i lavori ci sono dei personaggi sospesi momentaneamente dalla realtà, che sdraiati si riposano. La nostra è una cultura dove il riposo e l’atto di non fare nulla sono visti come azioni fallimentari ed inutili, perciò cause di sensi di colpa e condanne all’ossessione del lavoro e alla costante necessità di produrre a volte senza pensare troppo a ciò che si sta facendo. L’importante è fare, lavorare, guadagnare, spaccare ed essere ovunque. Quando in realtà ogni essere umano secondo recenti statistiche spende il quarantasette per cento del suo tempo a sognare ad occhi aperti. Il vagabondare della mente comunemente chiamato “mind wandering” è quindi un’esperienza umana universale fondamentale, apparentemente finalizzata a nulla ma in realtà è un processo di elaborazione e rielaborazione di informazioni di materiale. È come se il cervello in quel momento d’inattività fisica fosse in grado di riordinare secondo una propria logica tutte le informazioni raccolte fino a quel momento eliminando il superfluo e collegando immagini e pensieri legati al passato al presente ed al futuro. La noia, lo stato di inerzia è uno stato naturale che porta neuronalmente alla creazione ed al collegamento di idee e immagini. Uno stato in grado di creare narrazioni.

Sia in “shhh”, il lavoro che ho esposto a Marselleria sia in “Florida” i personaggi erano quindi la chiave fondamentale per mettere insieme tutti i pezzi del puzzle. In entrambi i lavori, delle ragazze sono intente a non fare nulla, si trovano in uno stato di riposo, di semi veglia o di sonno, non seguono regole posizioni ne coreografie, sono semplicemente lì, in un atto intimo e vulnerabile, raccontando una storia che non ha un inizio né una fine ma che rimane sospesa nel qui ed ora.

Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti - Installation view

Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti – Installation view

Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti - Installation view

Benni Bosetto, Florida (2016), courtesy TILE project space, Foto Floriana Giacinti – Installation view