Lang/Baumann, Intervention at Hotel Ladinia (Rendering for Biennale Gherdëina 7), 2020

E’ inaugurata l’8 agosto la settimana edizione Biennale Gherdëina, la mostra internazionale di arte contemporanea nello spazio pubblico di Ortisei in Val Gardena. In corso fino al 20 ottobre 2020, l’esposizione ha assunto in questi mesi un diverso assetto. Dato il momento di crisi ed incertezza che ha condizionato l’apertura prevista per giugno, il team della Biennale e il curatore Adam Budak hanno deciso che, assieme alla posticipazione dell’apertura, la manifestazione dovesse intensificare un messaggio importante: che l‘arte contemporanea non solo  ha un ruolo decisivo nella cultura in continua evoluzione, ma che essa possa e debba dare un importante contributo sociale.

Il titolo, “ – a breath? a name? – the ways of worldmaking” (Un respiro? Un nome? Come realizzare nuovi mondi) – come ci racconta Adam Budak nell’intervista che segue – sintetizza momenti drammatici e intensi che abbiamo vissuto dell’ultimo periodo: la pandemia causata dal Covid-19 e i tragici eventi di violenza a sfondo razziale avvenuti negli Stati Uniti.

Oltre al significativo titolo, abbiamo chiesto al curatore quanto possa essere decisivo e importante, in questo momento, una mostra d’arte e nello specifico una Biennale come quella a Ortisei. Le circostanze della prossima edizione sono davvero molto impegnative.” Si spiega Budak, “La crisi pandemica ci ha resi consapevoli della vulnerabilità dell’uomo e della natura. La resilienza diventa un’urgenza fondamentale; le nozioni di responsabilità condivisa e umiltà come moderatori etici delle relazioni interpersonali acquisiscono un’importanza particolare nel tentativo di ridefinire i campi di azioni della reattività e della cura.”

In questa settimana edizione, la Biennale è stata strutturata in aree tematiche – il significato del patrimonio culturale, la ricerca del posizionamento strategico nella storia, l’importanza del concetto di comunità, l’onnipresenza della natura e della sua “industria” – che saranno messe in relazione con dinamiche che guardano ad un più ampio quadro della situazione socio-politiche attuale. Contemporaneità e tradizione si intrecciano per dar vita a un percorso espositivo che non tralascia ambiti poetici, spirituali ed esistenziali fondamentale per raccontare a tuttotondo il complesso momento che stiamo vivendo. Sottolinea Budak, “La ricca tradizione locale della Val Gardena, come ad esempio l’arte della scultura in legno e l’unicità della lingua ladina, è potente e stimolante ed è materiale prezioso per progetti artistici site-specific. La tradizione e il processo di costante rilettura della tradizione ci aiutano a capire da dove veniamo e ci insegnano ad affrontare il presente e il futuro.”

Segue l’intervista con il curatore Adam Budak

Elena Bordignon: Una delle premesse della settimana edizione della  Biennale Gherdëina è considerare l’arte come uno strumento che può dare un importante contributo sociale dato il suo ruolo chiave all’interno della cultura. Mai come ora, visto il periodo che abbiamo vissuto a causa del Coronavirus, l’arte deve mandare un segnale positivo e costruttivo. A suo parare, quale messaggio dovrebbe veicolare l’arte? E più in generale, una manifestazione come la Biennale Gherdëina?

Adam Budak: Considero l’arte un aspetto importante, se non cruciale, della nostra cultura e quindi del nostro quotidiano. La Biennale Gherdëina si è concentrata su progetti basati sulla comunità, progetti partecipativi e performativi, sviluppati in collaborazione con i protagonisti locali. Il coinvolgimento della comunità è sempre stato ricercato dal curatore e dagli artisti internazionali invitati a partecipare alla Biennale, perché il compito della Biennale è quello di stabilire un rapporto con la tradizione locale e con le persone del luogo, sottolineando in questo senso la vocazione sociale dell’arte. Concentrandosi sulla presenza dell’arte nello spazio pubblico, la Biennale Gherdëina è sempre stata vissuta come la celebrazione di un luogo unico, della sua ricchezza culturale e della vivace tradizione locale.

Le circostanze della prossima edizione sono davvero molto impegnative. La crisi pandemica ci ha resi consapevoli della vulnerabilità dell’uomo e della natura. La resilienza diventa un’urgenza fondamentale; le nozioni di responsabilità condivisa e umiltà come moderatori etici delle relazioni interpersonali acquisiscono un’importanza particolare nel tentativo di ridefinire i campi di azioni della reattività e della cura. La Biennale Gherdëina 7 rifletterà questi temi come sfide nei processi attivi della ricreazione del mondo. Come tale, mostrerà un approccio positivo e celebrerà l’etica dell’affermazione. Con le parole della filosofa Rosi Braidotti: “Dobbiamo prendere in prestito l’energia dal futuro per rovesciare le condizioni del presente. Si chiama amore per il mondo. (…) Immagina ciò che non hai ancora; anticipa ciò che vogliamo diventare. Dobbiamo dare alle persone il potere di desiderare, volere, aspirare a un mondo diverso, per estrarre dalla miseria del presente relazioni e pratiche gioiose, positive, affermative. L’etica guiderà le politiche affermative”. Inoltre, la Biennale concepisce l’arte come un processo terapeutico e riconosce i poteri curativi e trasformativi dell’arte. Molti progetti artistici, presentati dagli artisti prima della diffusione del Coronavirus, si sono evoluti durante la pandemia e sono stati rimodellati sotto la pressione di una nuova condizione sociale, acquisendo nuovi significati e contesti. Alcuni sono apparsi profetici, proclamando già in epoca pre-pandemica un urgente bisogno di ripensare il nostro rapporto con la natura e il clima, così come il rapporto con l’Altro. La 7a edizione della Biennale propone una consapevolezza dell’ecologia come concetto espanso che racchiude un nuovo tipo di intimità critica come modello comportamentale di convivenza responsabile con il nostro ambiente naturale e con gli altri esseri umani.
Con la Biennale Gherdëina 7 torno in Trentino-Alto Adige, dove oltre 10 anni fa ho co-curato Manifesta 7. Mentre per Manifesta 7, il principio Speranza (dopo Ernst Bloch) ha costituito la cornice per progetti artistici che negoziavano uno spazio tra la tradizione locale e globale, qui in Val Gardena, per la Biennale Gherdëina 7, la riflessione sul vernacolare e su un momento particolare della nostra vita sociale, politica e culturale è condotta secondo il principio della Responsabilità. Tale principio stabilisce le misure per le nostre vite e comportamenti come homo faber – fabbricanti del mondo, e aumenta la consapevolezza del nostro posto qui e ora, in mezzo agli altri, a ciò che ci circonda e verso il futuro.

Paulina Ołowska, Discretion, 2019. Installation in 4 parts. Courtesy of the artist and Simon Lee Gallery Ph. Ben Westoby
Sharon Lockhart, Pine Flat, 2005. 16mm film (color/sound). 137 minutes. © Sharon Lockhart, 2005. Courtesy the artist, neugerriemschneider, Berlin and Gladstone Gallery, New York and Brussels
Kris Lemsalu, Holy Hell O, 2018. Installation view. Commissioned by Goldsmiths CCA, and Tramway, Glasgow. Ph. Mark Blower

EB: Il titolo della Biennale è decisamente appropriato: “ – a breath? a name? – the ways of worldmaking” (Un respiro? Un nome? Come realizzare nuovi mondi). Si fa riferimento all’atto di respirare ma anche a quello di significare, dare un nome, e a quello di costruire nuovi mondi. Mi racconta perché lo avete scelto? Avete tratto ispirazione da qualcosa di preciso?

AB: La prima parte del titolo: “ – a breath? a name? – ” proviene da una poesia intitolata “Tabernacle Window” (da “Die Niemandsrose”, raccolta di poesie del 1963) del poeta nato in Romania e di lingua tedesca Paul Celan (1920-1970). Ho riletto questa poesia durante la pandemia, nel periodo che coincideva con i drammatici eventi di violenza a sfondo razziale avvenuti negli Stati Uniti. Entrambi i casi, collegati alla crisi respiratoria, hanno sottolineato l’importanza e la precarietà del respirare e dell’atto in sé che è l’essenza della vita. “I can’t breathe”, pronunciato senza speranza da George Floyd, è diventato un simbolo di resistenza; qui il respiro indica la morte e lo sfinimento, e rappresenta la chiusura del ciclo della vita. I recenti eventi hanno inoltre riacceso l’attenzione sulle politiche dell’identità, riaprendo la discussione sul significato di appartenenza e di identificazione come parametri di giudizio. Pertanto, la (corretta) “denominazione” come fattore di riconoscimento acquista un significato fondamentale. Entrambi, l’atto di respirare e l’atto di nominare, costituiscono un quadro di natura politica, gli elementi essenziali dell’“ecologia degli altri” e i modi di fare il mondo, o piuttosto i modi di rifare (la pluralità) dei mondi. Si tratta di questioni estremamente rilevanti per l’attuale condizione di divisione e disgregazione delle nostre società.

EB: Uno degli aspetti che caratterizzano la Biennale Gherdëina è avere sia un respiro internazionale che di essere fortemente radicata nel territorio che la ospita. Come nelle passate edizioni un ruolo rilevante è̀ rivestito dalla complessità della lingua ladina e si torna ad occuparsi della continuità e della persistenza delle tradizioni. A livello tematico come coniugate le tradizioni con una visione contemporanea della società?

AB: Sì, in effetti, il ruolo ambizioso della Biennale è quello di generare un dialogo (o meglio un polilogo) tra il vicino e il lontano, il qui e là, l’adesso e il dopo, il nostro e il vostro. Le recenti edizioni della Biennale si basavano su un graduale avvicinamento che mirava a ricontestualizzare il vernacolare attraverso lo sguardo degli artisti provenienti da vari angoli del mondo. La Biennale è incentrata sulle opere nello spazio pubblico e può contare in larga misura su nuove produzioni sviluppate in situ che si rapportano al contesto locale. Il coinvolgimento degli artisti con i luoghi della Biennale è fondamentale ed è sempre basato su una profonda conoscenza e ricerca che dimostra la curiosità e la passione degli artisti per questi spazi. La ricca tradizione locale della Val Gardena, come ad esempio l’arte della scultura in legno e l’unicità della lingua ladina, è potente e stimolante ed è materiale prezioso per progetti artistici site-specific. La tradizione e il processo di costante rilettura della tradizione ci aiutano a capire da dove veniamo e ci insegnano ad affrontare il presente e il futuro. Gli artisti coinvolti nella Biennale sono interessati alle questioni sociopolitiche, culturali e comunitarie e ci forniscono una visione diversa, spesso nuova, di ciò che sembra essere familiare e che spesso diamo per scontato.
La sesta edizione della Biennale Gherdëina “Writing the Mountains” ha puntato i riflettori sulla lingua ladina e sulla tradizione linguistica nella regione. La collezione di poesie appositamente commissionata all’artista e poeta italiano Alessandro de Francesco ha costituito il punto di partenza e di ispirazione per le opere degli altri artisti. Nella prossima edizione della Biennale, la lingua gioca ancora una volta un ruolo significativo. L’identità visiva, infatti, si basa sulle Martellate dell’artista italiano Marcello Maloberti, brevi slogan in quattro lingue, tra cui il ladino, che collegano poesia e politica e che si ritroveranno in tutta la Val Gardena. Un altro degli artisti della Biennale di quest’anno è Franz Josef Noflaner (1904-1989), un celebre artista e poeta della Val Gardena il cui verso “Die Sonne scheint, so lang die Sehnsucht weint” adornerà la Luminaria dell’artista italiana Marinella Senatore.

EB: La Biennale è suddivisa in tre capitoli: Ecology of others, In praise of hands e The cloud of possibile. Mi può raccontare su quali basi tematiche si sviluppano le tre sezioni?

AB: Dopo “From Here to Eternity” (Biennale Gherdëina 5, 2016) e “Writing the Mountains” (Biennale Gherdëina 6, 2018), “– a breath? a name? – the ways of worldmaking” è l’ultimo capitolo di una trilogia sulla politica dell’appartenenza. I temi affrontati – il significato del patrimonio culturale, la ricerca di un posizionamento strategico nella storia, l’importanza della comunità, l’onnipresenza della natura e della sua “industria” – verranno contestualizzati in un quadro sociopolitico che non trascurerà gli aspetti più poetici, spirituali ed esistenziali. Si sviluppa così ulteriormente la complessità del linguaggio vernacolare, facendo attenzione alla continuità e permanenza della tradizione, alla sua necessaria riscrittura, al suo farsi e disfarsi e al suo potenziale trasformativo. Questa edizione si concentra sull’importanza e sulla consapevolezza di un gesto politico in un processo attivo di creazione del mondo, sul suo fattore dinamico che garantisce una resilienza della cultura e della natura, modella l’unicità vernacolare di un luogo e manifesta una visione coraggiosa e matura di un futuro a venire.  

Tre sono i capitoli sulla sociologia dell’incontro e la strategia della pluralità che costituiranno il nucleo originario della realizzazione di nuovi mondi: ecology of others – sul rilancio della relazionalità (secondo la riflessione di Philippe Descola in merito al legame natura-cultura); in praise of hands – sull’arte del tatto (questo capitolo è fortemente ispirato al sogno di Henri Focillon sull’autonomia dell’arte rispetto ai materiali, alle tecniche e ai segni); e infine the cloud of possibles – sulla diffusione dell’entusiasmo e sul potere della differenziazione (facendo riferimento a quello che Maurizio Lazzarato definisce “il passaggio da un rapporto capitale-lavoro a uno capitale-vita”).

Paolo Icaro, Innesto, bosso, (2008-2009). Legni e piombo/woods and lead, 164x20x16 cm. Courtesy the artist and P420, Bologna. Ph. C.Favero
Pakui Hardware, Thrivers, from the series Thrivers, 2019. Glass, leather, silicone, chia seeds, metal stands, led lamps, polyurethane filter foam. 210 x 102 x 78 cm. Courtesy of the artists and carlier | gebauer, Berlin / Madrid

EB: Il nodo natura-cultura è da sempre è una delle sfide intellettuali su cui si sono imbattuti filosofi, storici, scrittori, scienziati e, non ultimi, gli artisti. Dalle opere in mostra, come è raccontata, risolta o semplicemente mostrata la dicotomia tra natura e cultura?

AB: Sulla scia di un’innovativa opera antropologica di Philippe Descola, la Biennale mette in discussione la divisione tra natura e cultura che è stata una caratteristica fondamentale del pensiero occidentale dalla fine del XIX secolo. Descola cerca di abbattere il divario tra natura e cultura, sostenendo un’antropologia liberata dal suo antropocentrismo e da questa concezione dualistica di natura e cultura come regni di fenomeni distinti. Descola immagina una visione del mondo radicalmente nuova, in cui esseri e oggetti, umani e non umani vengono analizzati sulla base delle relazioni che intercorrono tra loro. Dopo Descola, la Biennale sostiene una “ecologia delle relazioni” che mira a “ricomporre natura e società, umani e non umani, individui e collettivi, in un nuovo assemblaggio in cui non si presenterebbero più come divisi tra sostanze, processi e rappresentazioni, ma come espressione istituita di relazione tra entità multiple il cui status ontologico e capacità di azione variano a seconda delle posizioni che occupano l’una rispetto all’altra.”
Il progetto collaborativo dell’artista tedesca Antje Majewski, Sculpture Forest Sanctuary è uno dei progetti più significativi in ​​questo senso. Simile alle Foreste Sacre nell’Africa occidentale o nella Cina meridionale – luoghi spirituali in cui può svolgersi la comunione tra esseri viventi e spirituali, Sculpture Forest Sanctuary sarà un luogo nella foresta che diventerà una casa per le sculture donate da alcuni artisti. Le sculture, lasciate nel bosco, saranno realizzate con materiali che possono essere trovati nel bosco stesso e che con il tempo si disgregheranno fino a diventare parte dell’ambiente. L’obiettivo degli artisti è quello di creare boschi che non saranno di proprietà di alcuna persona giuridica, tantomeno loro. Dal momento che ciò non è legalmente possibile in Europa, la proposta è stata considerata come il primo passo per istituire il Santuario della Foresta delle Sculture. Per la loro donazione, gli artisti riceveranno in cambio dal proprietario del bosco – il comune o il proprietario privato – la parola che la foresta rimarrà intaccata dagli esseri umani per 1.000 anni (o, se possibile, per sempre). Ciò include il caso in cui il bosco cessa di essere un bosco per motivi ecologici. L’unica eccezione è il mantenimento di un percorso che conduce alle sculture. Il proprietario della foresta in cambio avrà un giardino di sculture che può essere mostrato ai visitatori. Il Santuario potrà anche essere ampliato con nuove donazioni o acquisizioni di sculture di altri artisti, preferibilmente artisti locali, a condizione che queste sculture siano costituite da materiali che possono essere trovati nel bosco. L’importante è che il proprietario rinunci al diritto di fare qualsiasi altro uso di questo bosco o a interferire in alcun modo.
Sculpture Forest Sanctuary diventerà un piccolo campo di sperimentazione in cui è possibile studiare l’adattamento ai cambiamenti climatici. Quali piante, quali insetti svaniranno, quali sorgeranno, quali sono i più resistenti? Darà anche spazio a una moltitudine di piante, animali, microbi, funghi e altri esseri viventi. Si legge nel manifesto di Sculpture Forest Sanctuary: “Speriamo che questi boschi abbiano un impatto positivo attorno a loro e che i visitatori li attraversino con buone intenzioni, facendo un’esperienza speciale. Vogliamo preservare i boschi non per tenerli lontani dalle persone – al contrario, vorremmo approfondire la connessione tra uomo e bosco”.
Un’altra installazione site specific, A Tree Mirrored dell’artista svedese Henrik Håkansson, sarà una rappresentazione poetica di una simbiosi natura/cultura. Per il critico d’arte T. J. Demos, Håkansson espone l’estetica di una condizione post-naturale (che rifiuta la nozione obsoleta di una natura pura distinta dalla cultura), in cui un ambiente organico è immerso in molteplici ecologie tecnologiche, mediatiche e culturali. Questo atto di riorientamento percettivo, unendo la crescita organica con la progettazione architettonica, si avvicina alla maglia del binomio natura/cultura e apre a nuove implicazioni per l’esperienza soggettiva, secondo la quale ci troviamo intrappolati in mondi sempre più multipli – quelli della biotecnologia, dei media, della farmacologia, della legge e dell’economia, così come in nature non umane. La natura, in questa luce, propone un luogo di inaspettata estraneità e di divenire, che ha sempre costituito il suo essere in continua evoluzione.


Artisti invitati alla settima edizione della Biennale Gherdëina

Agnieszka Brzeżanska (POL), Brave New Alps (ITA), Carlos Bunga (PRT), Pavel Büchler (CZE/UK), Josef Dabernig (AUT), Aron Demetz (ITA), Habima Fuchs (CZE), Henrik Håkansson (SWE), Petrit Halilaj e Alvaro Urbano (RKS – ES), Ingrid Hora (ITA), Paolo Icaro (ITA), Hans Josephsohn (CH), Lang/Baumann (CH), Tonico Lemos Auad (BRA), Kris Lemsalu (EST), Sharon Lockhart (USA), Myfanwy MacLeod (CAN), Antje Majewski (con Pawel Althamer (POL), Alioune Diouf (SN), Cecilia Edefalk (SWE), Pawel Freisler (SWE), Gregor Prugger (ITA) u. a.) (GER), Marcello Maloberti (ITA), Franz Josef Noflaner (ITA), Paulina Ołowska (POL), Pakui Hardware (LIT), Maria Papadimitriou (GR), Nicolas Party (CH), Stefan Rinck (GER), Hermann Josef Runggaldier (ITA), Marinella Senatore (ITA), Paloma Varga Weisz (GER)

Josef Dabernig, Untitled (Degree Sculpture No. 5), 1981. © Josef Dabernig, Bildrecht Vienna 2020
Maria Papadimitriou, Disco for one (Rendering for Biennale Gherdëina 7), 2020
Nicolas Party, Tree, 2017. Pastel on canvas. 217h x 167w cm
Tonico Lemos Auad, Violin, 2019. Carved wood and linen, 142.5 x 21.6 x 13.5cm (56 1/8 x 8 1/2 x 5 1/4in). Copyright Tonico Lemos Auad. Courtesy the artist and Stephen Friedman Gallery, London. Ph. Mark Blower
Adam Budak