Fabio Cavallucci ha avuto il grande merito di creare, con questa XIV edizione della Biennale di Carrara, ‘PostMonument’, un precedente. Nel senso: quanti sono mai stati a vedere le precedenti edizioni? Da ora la Biennale di Carrara potrà solo migliorare (si spera). Sono stata positivamente colpita dal buon livello delle mostre che, suddivise in tanti spazi, hanno fa sì che ogni luogo vivesse in maniera autonoma e sufficiente. C’è da dire che gli spazi espositivi erano talmente suggestivi e caratterizzati che era difficile sbagliare. Un esempio su tutti l’opera di Antony Gormley nell’Ex laboratorio Corsi-Nicolai. L’opera consisteva di due corpi composti da poliedri di marmo (vedi foto). A me quest’ artista non mi interessa più di tanto, ma va da sé che, allestito in quello spazio incredibile, ha decisamente fatto ‘centro’. Le due sculture erano installate in mezzo a mattoni, damigiane, ombrelli rotti, scatoloni, sporcizia, polvere, legni ammuffiti. Insomma la cornice ha ‘fatto’ l’opera. Potrei dire la stessa cosa dell’opera di Giorgio Andreotta Calo?. Ma con una bella differenza. L’artista ha proposto un intervento site-specific all’interno della Chiesa di Santa Maria delle Lacrime. “Il suo monumento ai caduti nelle cave è una non-scultura, frutto dell’esperienza diretta dello stesso artista, che ha estratto un blocco di marmo con l’antico sistema dei cavatori.” A parte la spiegazione ecc. era incredibilmente forte questa non-opera. Il grande masso sollecitava la mia immaginazione: dentro a quella materia vedevo delle Pietà, delle ‘Velate’, imperatori divelti, monumenti fatti e da fare ecc. Il tutto circondato dall’atmosfera silenziosa della chiesa sconsacrata, impolverata, abbandonata (per chi ha intenzione di andare a vederla.. fate attenzione che rischiate di passarci davanti e non accorgervi che quello è un ‘sito’ della Biennale). Questa è stata una delle opere che mi sono piaciute di più, accanto al grande merdone di Paul McCarthy (scusate la prevedibilità), lungo le vie del centro; Nemanja Cvijanovic con il suo carillon che trasmetteva la melodia dell’Internazionale comunista; Artur Zmijewski e il suo “monumento alla normalita?”, con un video realizzato a Carrara seguendo come un’ombra due lavoratori del settore del marmo. Terence Koh che vede sé stesso nella spiaggia Molo di Ponente come un bambino rannicchiato e sereno (scultura in marmo bianco, il pezzo non lavorato costa all’incirca 10.000 euro); ha sofferto un po’ la grande scultura in alluminio di Urs Fisher installata in un luogo dal soffitto troppo basso nell’ ex segheria Adolfo Corsi. L’artista voleva simulare le rocce erose dalla pioggia. Deludente il muro della Bonvicini lì accanto. La preferivo nei suoi muri di cemento. Questo, in marmo lucido con vezzosi elementi decorativi, non era molto convincente. E’ stato buffo, il giorno della mia visita (25 giugno, preview per i giornalisti), vedere tutti i nasi all’insù per cercare L’uovo che non c’era di Damiàn Ortega. Sarà fuori? Appeso, nascosto, imbucato … l’opera non era ancora installata! E’ stata invece una bella sorpresa entrare nell’altro spazio sempre nell’ex segeria Aldo Corsi: storico e contemporaneo fusi insieme in un intelligente allestimento. Leonardo Bistolfi, Libero Andreotti, Adolfo Wildt (con una penetrante scultura del volto di Mussolini), Aldo Buttino, Arturo Dazzi, Lucio Fontana ecc. dialogavano con opere contemporanee. Molte sculture storiche erano collocate dentro delle casse di legno, scelta molto apprezzata nell’economia dell’allestimento. Su tutte le opere ‘vegliava’ un Mao Zedong ad opera di Wu Maoquan e Wu Huibao e un Lenin in ottone, sempre inscatolato e installato steso! Suggestivo il grande incenso rosso di Daniel Knorr che brucerà per tutta la durata della mostra (di questo non ne sono molto sicura. Ci sono stati un sacco di problemi nei giorno prima dell’inaugurazione per le polveri che l’incenso emana, che vanno a posandosi sulle varie sculture installate nello stesso luogo). Altre opere: Rossella Biscotti che ha presentato dei tavoli tipografici su cui sono disposti caratteri mobili per la stampa, incomprensibili a una prima occhiata, che compongono frammenti di testi anarco-socialisti; l’opera omaggio di Cyprien Gaillard alla memoria dell’11 settembre: una teca contenente l’unico pezzo di marmo di Carrara superstite che ricopriva la lobby del World Trade Center.
Debolissima e un po’ noiosa la parte dedicata all’architettura. Deludente (forse perché già visto pubblicato fin troppo) il monumento funebre a Bettino Craxi di Cattelan (strategicamente non accettato nel centro di Carrara e collocato nel cimitero vattelapesca). Insomma ma chi se ne frega, mi verrebbe da dire! Non ho capito il senso della grande croce di legno di undici metri di Valentin Carron: forse una parodia monumentale del simbolo della cristianità?
Alla fine Cavallucci e la sua Biennale PostMonument ci ha convinto.

Nei prossimi post: ‘niente da vedere tutto da vivere’ di Lorenzo Bruni, spazio Gum e Boom Boom, Castello di Malaspina

Ps. Scusate gli errori di battitura e la punteggiature ?