Michael E. Smith, Untitled series, 2019 – Mixed media – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Francesco Galli – Courtesy: La Biennale di Venezia

Quella di quest’anno la possiamo definire la Biennale d’Arte delle “emozioni contraddittorie”. Ralph Rugoff, al di là del motivare a più riprese il titolo con  l’anatema cinese “May you live in interesting times”, si è sempre concentrato nell’affermare che l’arte, prima di tutto, ci aiuta a trovare nuovi modi di guardare le cose e, non solo, anche ad allargare  i confini delle convenzioni e delle regole. In altre parole, ci consente di poterci pensare liberi, di dettare noi le regole e le congetture che governano il reale.
Se dovessimo enucleare le parole chiave di questa 58° edizione, le potremmo contare sulle dita di una mano: innovazione, ambiguità, contraddizioni, diversità, e non ultima, il tempo. Ognuna di queste parole è da considerare la chiave di accesso per la comprensione della complessa macchina espositiva sviluppata dal curatore.
Potremmo pensare queste parole come delle monete con due facce.
E’ stato evidente fin da subito, infatti, usciti dalle Corderie, dopo aver visto il Padiglione Centrale ai Giardini (o viceversa), che la Biennale è stata strutturata con una doppia anima, una doppia personalità: quasi tutti i 79 artisti presenti in mostra, hanno esposto due opere, frutto di ricerche e forme espressive a volte molto diverse. Questa doppia anima, inevitabilmente, ci ha portato a sollecitazioni, quando non vere e proprie emozioni, contraddittore, spaiate. La domanda che vien da porsi è: “Come trovare un nesso tra le due proposte di uno stesso artista? Perché l’artista ha deciso di proporre due opere così diverse?”
Forse una possibile spiegazione può ritrovata nella natura dei luoghi – il Padiglione ai Giardini e l’Arsenale – sono profondamente diversi: uno  è un edificio di fine ottocento, mentre l’altro è un ex cantiere navale. Come ha spiegato Rugoff, “l’Arsenale permette un’esperienza più fisica, energica; ho cercato quindi di selezionare delle opere che restituissero questo tipo aspettativa, di vissuto emotivo. Il Padiglione Centrale ai Giardini è invece uno spazio che permette un’arte più pulita, chiara.” Concetto ribadito dal curatore anche sull’ultimo numero di Artforum (maggio) – in una conversazione con Daniel Birnbaum – dove parla di due luoghi con atmosfere molto diverse, “Proposition A” all’Arsenale e “Proposition B” nel Padiglione Centrale.

Apichatpong Weerasethakul, Various works, 2009-2017 – Mixed media – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by Francesco Galli – Courtesy: La Biennale di Venezia
Jon Rafman, Disasters Under The Sun, 2019 – Single channel HD video, colour, sound – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Italo Rondinella – Courtesy: La Biennale di Venezia

Questa ripartizione, connota sia la ‘forma’ che la ‘sostanza’ della Biennale di Rugoff. Indagando il suo pensiero, espresso nelle molteplici interviste che lo hanno visto protagonista, scopriamo che la “doppia personalità” da lui tanto evidenziata, è dettata proprio dal rispetto della natura contraddittoria dell’essere umano: che odia e ama al tempo stesso una cosa, che è attratto, allo stesso tempo dal bello e dal brutto, che è dominato dall’eterno dubbio sulla decidibilità o meno delle proprie scelte. Ecco allora che le doppie proposte altro non fanno se non rinforzare l’ambiguità stessa dei principi che ci governano, le contraddizioni che ci animano, le complessità che ci caratterizzano. Nello specifico della figura dell’artista, invece, il curatore sembra rispettarne l’intrinseca natura ambigua, non classificabile, che rifugge etichette, che evita di essere definito in modo univoco e categorico.
Anche in merito all’innovazione tecnica, il curatore sembra aver quasi rispettato una sorta di ritmo cadenzato da artisti che da una parte hanno spinto verso un’avanguardistica visione dominata dalla robotica, l’informatica, il digitale, la realtà virtuale, ecc., penso a Ed Atkins, Korakrit Arunanondchai, Neil Belouf, Ciprien Gaillard, Ian Cheng, Ryoji Ikeda, Jon Rafman, Hito Steyerl, Su Yuan e Peng Yu, tra gli altri; dall’altra, con opere che invece ci riportano a una manualità tutta artigianale, da tecnicismi appannaggio delle avanguardie del secolo scorso, da virtuosismi legati al “saper fare”. Non trascuriamo la presenza consistenza della (buona) pittura che ha avuto artisti, sia giovani che affermati, considerevoli: dalle scene d’interni della nigeriana Njideka Akunyili Crosby alle dimensioni allucinate della francese Nicole Eisenman, dalle magistrali dipinti di Julie Mehretu ai mondi immaginari del giovane uruguaiano Jill Mulleady.
Anche in merito alla nozione di tempo, la mostra sembra scorrere su due velocità differenti: opere che abbisognano di un tempo lungo per essere digerite, accanto ad altre, invece, che richiedono un’attenzione più momentanea, impressionista. Tutto ciò sembra rispettare la temporalità contemporanea: che spinge verso una continua e costante accelerazione data dai social media – twitter con i suoi messaggi istantanei, Instagram e il suo potere onnipresente, Spotify e l’infinita reperibilità della musica ecc. – ma anche dalla facilità e accessibilità di servizi che solo 10 anni fa ci saremmo sognati (pensiamo all’affitto di case, biciclette, macchine, vestiti, tecnologia ecc.); così come il necessario bisogno di un tempo lento per riflessioni più profonde, scelte più ponderate, soluzioni più complete e composite.

Sun Yuan and Peng Yu, Can’t Help Myself, 2016 – Mixed media – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Francesco Galli – Courtesy: La Biennale di Venezia
Carol Bove, Various works, 2018 – Stainless steel, found steel and urethane paint – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times Photo by Maris Mezulis – Courtesy: La Biennale di Venezia

Premesso ciò dunque, accettiamo a meno l’invito del curatore – “I think that the best thing you can learn is how to learn. This is what artists can teach everyone” – a guardare l’arte come un tentativo di promuovere un modo di pensare più ricco? Sarà riuscito nel suo tentativo di caldeggiare l’ “apprendimento creativo”?
Partendo dal principio che non si può imparare a essere artisti, possiamo apprendere che ciò che l’artista può insegnare è proprio il fatto che tutto ciò che egli ha imparato lo ha imparato da sé, senza seguire regole, discipline o un’istruzione impostata. Gli artisti con la loro opera, e dunque con il loro linguaggio, ci suggeriscono un modo diverso di osservare la realtà; ne accentuano degli aspetti, ne rivelano dei dettagli, ma anche dei significati che altrimenti non scorgeremmo. Ecco, da qui forse il titolo della Biennale prende senso – al di là dell’aspetto negativo che l’anatema può contenere …  – la realtà diventa più ‘interessante’ perché raccontata in modo inaspettato, diverso da come l’abbiamo sempre conosciuta e concepita.

Utile è sicuramente legge alcuni passi dell’Opera aperta (1962) di Umberto Eco, libro che Rugoff ha citato come chiave di lettura di questa Biennale: “Umberto Eco ha già detto tutto. Non ho assolutamente nulla da aggiungere a quanto da lui affermato. Secondo Eco l’arte deve fare domande più che dare risposte, cosa dire di più? E’ una bibbia per me. Ha descritto il fenomeno in modo così preciso che sessant’anni dopo nulla è cambiato”.

Pubblichiamo alcuni stralci significativi di un passo tratto dalla prima sezione dell’opera (La poetica dell’opera aperta).

La poetica dell’opera “aperta” tende, come dice Pousseur, a promuovere nell’interprete “atti di libertà cosciente”, a porlo come centro attivo di una rete di relazioni inesauribili, tra le quali egli instaura la propria forma, senza essere determinato da una necessità che gli prescrive i modi definitivi dell’organizzazione dell’opera fruita; ma si potrebbe obiettare (rifacendosi a quel più vasto significato del termine “apertura” cui si accennava) che qualsiasi opera d’arte, anche se non si consegna materialmente incompiuta, esige una risposta libera ed inventiva, se non altro perché non può venire realmente compresa se l’interprete non la reinventa in un atto di congenialità con l’autore stesso. Senonché questa osservazione costituisce un riconoscimento che l’estetica contemporanea ha attuato solo dopo avere realizzato una matura consapevolezza critica di quello che è il rapporto interpretativo e certamente un artista di qualche secolo fa era assai lontano dall’essere criticamente cosciente di questa realtà; ora invece una tale consapevolezza è presente anzitutto nell’artista il quale, anziché subire la “apertura” come dato di fatto inevitabile, la elegge a programma produttivo, ed anzi offre l’opera in modo da promuovere la massima apertura possibile.

Danh Vo, Suum cuique, 2019 – Mixed media – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Francesco Galli – Courtesy: La Biennale di Venezia
Yu Ji, Flesh in Stone series, 2013-18 – Mixed media – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Francesco Galli – Courtesy: La Biennale di Venezia

Sviscerate le motivazioni, intenzioni e ambizioni sottese alla mostra  “May you live in interesting times”, ci sono degli ambienti nel Padiglione Centrale e all’Arsenale dove la scelta e il dialogo tra le opere, i contenuti approfonditi dagli artisti e, non ultima, l’atmosfera d’insieme, sembrano riassumere per molti versi il taglio curatoriale di Rugoff.

Padiglione Centrale

La più intensa e ‘vibrante’ è sicuramente quella che ospita le opere di Cyprien Gaillard, Danh Vo e Yu Ji. Abbolti in una semi oscurità le opere dei tre artisti bisbigliano tra loro: al centro l’ologramma di Gaillard che prende ispirazione dal dipinto “L’angelo del focolare” di Max Ernst, alle pareti si alternano le sculture in cemento di Ji, formate da frammenti corporei, con gli altrettanti frammenti esistenziali di Danh Vo, che in questa occasione ha coinvolto l’opera del suo ex insegnante della Royal Danish Academy of Fine Art, Peter Bonde.
Più spettacolare e marcata la sala che mette in dialogo le opere di Christian Marclay, “Scream”, dedicata al suono primordiale per antonomasia, l’urlo; al frammento di muro crivellato di pallottole che Teresa Margolles ha prelevato dalla scuola pubblica di Ciudad Juarez; i corpi frammentati e uniti con graffette di Frida Orupabo e la grande scultura robotica “Can’t Help Myself” di Su Yuan e Peng Yu: un mastodontico braccio meccanico che, nonostante i continui movimenti di contenimento, non riesce a impedire la copiosa fuoriuscita dal pavimento di liquido rosso e denso che sembra sangue. Tra i “momenti” più belli del padiglione: l’incontro, nel giardino delle sculture, tra Carlo Scarpa e Michael E. Smith; lo stravolgimento della scultura “classica” di Carol Bove, mediante le dissonanze materiche; le sculture potenti e vulnerabili di Alexadra Bircken; la creature BOB (bag of Beliefs) di Ian Cheng: una forma di intelligenza artificiale con una sua personalità, un corpo e valori in crescita; il suono ossessivo del cancello battente di Shilpa Gupta;  le maschere rovesciate di Cameron Jamie; i penetrarti volti in bianco e nero di Zanele Muholi; la grande mappa mentale di Kaari Upson.

Shilpa Gupta, Untitled, 2009, MS Gate which swings side to side and breaks the walls – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Francesco Galli – Courtesy: La Biennale di Venezia
Ian Cheng, BOB (Bag of Beliefs), 2018–2019 . Artificial lifeform 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times Photo by: Francesco Galli – Courtesy: La Biennale di Venezia

Arsenale

Curioso che Rugoff abbia voluto “aprire” la mostra all’Arsenale con la grande opera di George Condo. Con il Double Elvis, Condo ironizza sulla poetica di Andy Warhol, trasformando il mito di Elvis in due ‘beoni perdigiorno’, “glorificazione dell’umanità più abietta”, spiega l’artista. Poco oltre, l’assordante guerriglia caleidoscopica di Christian Marclay con “48 War Movies”… senza tregua, ci ritroviamo tra le lacrime primordiali del bebè di Ed Atkins che, inevitabile, ci cattura per empatia (ma potrei anche dire, ci frigge, ci trita, ci affetta, ci maciulla). Al volto straziato di un vecchio che, con sguardo penetrante, ci legge nell’anima; folle anonime che cadono negli abissi accompagnate dal suono monotono di un pianoforte. E poi ci sono i panini, i toast e i sandwich imbottiti, farciti e stratificati della cultura occidentale grassa, incolta e senza immaginazione che, piena di cibo, hobby e social media si fa nutrire cadenzata dal ding del Mc Donald che l’avverte che il doppio cheeseburger è pronto! Nei video una pseudo-umanità, attorno le sue vestigia: costumi da opera lirica, per evidenziare la farsa.

Rugoff ha pensato di articolare l’Arsenale come un susseguirsi di tante stanze e corridoi. Evita l’effetto ‘cartongessato’  grazie ad alte pareti ricoperte di legno. Scelta direi vincente.

Risulta dunque piacevole soffermarsi a osservare le varie opere isolate dalle altre, senza però essere inscatolate. Ecco allora che risultano ottima la scelta di chiudere alcuni artisti in vere e proprie stanze: come nel caso del muro tremante di Teresa Margolles (fa venire i brividi percepire le vibrazioni delle basse frequenze che simulano il passaggio di un treno); l’opera di Apichatpong Weerasethakul e Tsuyoshi Hisakado, “Synchronicity” dove luce, video e schermo interagiscono per dar vita ad un ambiente immersivo; Haris Epaminonda che, ispirandosi al romanzo L’invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares (1940), propone un ambiente totale tra sculture, ceramiche, libri e fotografie; Hito Steyerl che presenta una grande installazione che prevede passerelle sopraelevate in mezzo ad una nebbiolina e a schermi video che mostrano i fiori digitali che sbocciano e appassiscono in un giardino utopistico e senza futuro; la scatola trasparente che ci protegge dalla violenza di un frustino impazzito nell’installazione di Su Yuan e Peng Yu; la freddezza siderale e silenziosa della grande installazione di Liu Wei; gli ironici personaggi dei video del video Rubber Pencil Devil di Alex Da Corte; l’angosciante case di bambola di Kaari Upson; le poetiche sculture sonore di Trek Atoui ecc.

Istruttiva, accattivante, godibile… la biennale di Rugoff non sarà ricordata come memorabile, ma probabilmente sarà rammentata per la qualità e serietà con cui il curatore ha scelto e ‘curato’ le opere, per lo più prodotte per questa edizione; pensate per allargare il percorso professionale dell’artista e, non ultima, per lasciarci la bella sensazione che, alla fine, il nostro giudizio, la nostra lettura dell’opera è giusto. Semplicemente perché è la nostra.

George Condo, Double Elvis, 2019 – Acrylic, gesso, metallic paint and pigment stick on linen – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo b Andrea Avezzù – Courtesy: La Biennale di Venezia
Ed Atkins, Old Food, 2017-19 – Video loops with sounds, racksof costumes from Teatro Regio Torino, Texts by Contemporary Art Writing Daily – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Andrea Avezzù – Courtesy: La Biennale di Venezia
Christian Marclay, 48 War Movies, 2019 – Single channel video installation, colour, stereo sound – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Italo Rondinella – Courtesy: La Biennale di Venezia
Teresa Margolles, La Búsqueda (2), 2014 – Intervention with sound frequency on three glass panels – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: AVZ: Andrea Avezzù – Courtesy: La Biennale di Venezia
Julie Mehretu, Various works, 2017-2018 – Ink and acrylic on canvas – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: _AVZ: Andrea Avezzù – Courtesy: La Biennale di Venezia
Hito Steyerl, This is the Future, 2019, Mixed media – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Andrea Avezzù – Courtesy: La Biennale di Venezia
Kaari Upson, THERE IS NO SUCH THING AS OUTSIDE, 2017-2019 – Mixed media – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – Photo by: Italo Rondinella – Courtesy: La Biennale di Venezia
Haris Epaminonda, VOL. XXVII, 2019 Mixed media installation Photos: © Nick Ash – 58th International Art Exhibition – La Biennale di Venezia, May You Live In Interesting Times – All images courtesy La Biennale di Venezia, the artist, Rodeo, London / Piraeus, Galleria Massimo Minini, Brescia, Casey Kaplan, New York.