In occasione di Vapore d’Estate, le curatrici Grace Zanotto per Famiglia Margini, Federica Palmarin per Venice Faktory e il curatore Jorge Vacca per La Cueva (No-Art Gallery) si sono uniti nel progetto Beyond the Dark, la mostra di  Miguel Ángel Martìn ospitata nello spazio Ex Cisterne alla Fabbrica del Vapore di Milano dall’8 al 30 luglio 2021.

Miguel Ángel Martìn, Happy Family

Intervista di Francesca De Zotti e Tommaso Pagani —

Come sei entrato in contatto con Miguel Ángel Martìn e che cosa ti ha colpito fin dall’inizio del suo immaginario?

Ho incontrato Miguel Ángel Martìn nel 1991 al Salone dei Fumetti di Barcellona. Qui in Italia avevo una piccola casa editrice, la Topolin Edizioni, con cui avevo già pubblicato qualche libro. Un amico comune me lo presentò e fu così che vidi il primo dei suoi lavori. Era un disegno molto fine, elegante, quasi infantile ma con un contenuto molto estremo e futuristico. Fu un vero e proprio shock. Si trattava di un disegno della serie Brian The Brain, la storia ambientata in un futuro prossimo di un bambino senza calotta cranica, a causa di alcuni esperimenti a cui è stata sottoposta la madre nel laboratorio di esperimenti genetici in cui lavora, e con alcuni poteri, tra cui la telecinesi. 

 Beyond the Dark raccoglie al suo interno 160 tavole, appartenenti a serie differenti dell’artista e articolate attraverso quattro sezioni: The Dark, The Future Glows in the Dark, Beyond the Dark e Cold World, quest’ultima vietata ai minori. Come è nata la mostra e in che modo questi diversi lavori che la compongono dialogano tra loro all’interno del percorso espositivo?

La mostra raccoglie tutto l’immaginario di Martìn; ci sono personaggi di tutte le sue opere come Brian the Brain e Life Fading. Non è una retrospettiva, c’è ancora tanto altro materiale non esposto. E c’è anche la parte più estrema, Cold World, la sezione vietata ai minori, che contiene lavori tratti da Psychopathia Sexualis, libro per il quale, come editore, ho avuto cinque processi qui in Italia. In generale la mostra si propone di restituire una panoramica dei suoi lavori, ecco perché l’esposizione si articola anche in sottosezioni; ad esempio The Future Glows in the Dark è a sua volta suddivisa in quattro sezioni: Global Delights, The Future Glows in the Dark, Space is the Place e Sexual Personal

Miguel Ángel Martìn, Transhuman

Tra le diverse tavole alcune sono dedicate a Brian the Brain, la serie più conosciuta e acclamata di Martìn. Qui il tratto molto pulito ed essenziale si accompagna a immagini talvolta molto crude che danno vita a scenari distopici che affrontano urgenze della contemporaneità. Quali sono i temi più ricorrenti nella sua poetica? 

Attraverso i suoi lavori Martìn evita qualsiasi presa di posizione rispetto a ciò che racconta e il lettore è dunque libero di adottare il proprio punto di vista, mettendo in discussione ciò che convenzionalmente viene classificato come bene o male, come morale o immorale. In generale, possiamo dire che nei fumetti è sempre il lettore a formare la storia, situandosi nella riga bianca che divide una vignetta dall’altra, e questa posizione determina un processo di co-autorialità. I temi affrontati da Martìn sono molto diversi, eppure tutti rimandano all’emarginazione del diverso. Perché spesso ciò che non si conosce provoca timore, e alle volte viene marginalizzato. Oggi al centro del dibattito pubblico ci sono fenomeni di bullismo e omofobia, tutte fobie verso l’Altro. E in Brian the Brain questo tema dell’esclusione sociale emerge molto chiaramente. 

 Psychopathia Sexualis è considerato da molti il fumetto più violento mai realizzato, al centro di un clamoroso scandalo giudiziario in seguito alla sua pubblicazione nel 1995. Nonostante la vicenda si sia risolta positivamente nel 2001, ancora oggi molte persone nutrono forme di pregiudizio nei confronti di Martìn e del suo lavoro, invocando talvolta forme di censura. Che reazioni sta ricevendo la mostra?

Finora tutte positive; non abbiamo ricevuto critiche, censure o lamentele. Innanzitutto, perché abbiamo messo ben in chiaro che la mostra è vietata ai minori di 18 anni, in aggiunta a un cartello che sconsiglia l’ingresso alle persone particolarmente sensibili. Inoltre, non è possibile scattare fotografie nella sezione Cold World.

Miguel Ángel Martìn, I am not a girl

Pensi che ciò sia dovuto a queste ragioni, o pensi che il pubblico si stia sempre di più abituando al suo linguaggio e quindi non sia più concepito come una provocazione fine a se stessa, ma come una provocazione atta a stimolare un dibattito?

Ci sono due tipi di pubblico: chi considera il suo lavoro come una provocazione fine a se stessa, senza aver letto l’opera, e chi lo considera violento. Io però penso che la violenza sia dentro la sua poetica esattamente come sia presente nella vita. Un’altra cosa da dire è che Psychopathia Sexualis è stata scritta alla soglia degli anni ‘90. Oggi con Internet e piattaforme come Youporn e Pornhub la gente è molto più abituata a certe immagini. Poi c’è da considerare che nei suoi lavori la provocazione si muove su livelli diversi. Ad esempio Brian the Brain, da un punto di vista narrativo è molto più provocatorio rispetto a Psychopathia Sexualis che lo è da un punto di vista prettamente visivo.

La mostra è parte del palinsesto di Vapore d’Estate, un ricco programma di appuntamenti che spaziano dall’arte alla musica, dalla danza al teatro e al cinema. Quanto è importante presentare in un contesto come Fabbrica del Vapore, incubatore sempre attento e aperto alle nuove generazioni, un progetto che attraversa diversi linguaggi visivi e temi conturbanti, di forte attualità?

È molto importante proprio perché la mostra si inserisce in uno spazio dedicato alla cultura e ai giovani. Martìn è un autore di culto che ha esposto in tutto il mondo, da Tokyo a Buenos Aires, a Mosca, oltre all’Europa. Il suo immaginario, essendo proiettato in un futuro immediato, è di grande richiamo per le giovani generazioni. Infatti, la cosa che mi ha più sorpreso in questi giorni è la quantità di ragazzi giovani che sono venuti. Pensate che quando noi con Topolin Edizioni abbiamo iniziato a pubblicarlo, la maggior parte di questi ragazzi non era nemmeno nata. Non solo sono venuti a vedere la mostra, ma già lo conoscevano. Questo vuol dire che la sua opera esercita un grande fascino anche su chi non è del settore. E di questo sono molto soddisfatto.

Miguel Ángel Martìn, Thought Police

Il mondo del fumetto, qui più che mai, è indissolubilmente legato al mondo dell’arte visiva, e risulta un linguaggio calzante per affrontare temi della contemporaneità. Ritieni che questa mostra possa essere il volano per un mondo dove i saperi, e le categorie un tempo considerate autonome e chiuse in compartimenti stagni, possano sempre più travalicare i confini le une delle altre per giungere a saperi interdisciplinari? 

Ritengo che ultimamente il fumetto si stia avvicinando sempre più verso l’arte visiva. Ovviamente questo è il risultato di un lungo processo, forse iniziato i lavori di Roy Lichtenstein che già negli anni ‘60 realizzava opere a partire dalle tavole dei fumetti. Poi una grande spinta è stata data dal proliferare delle graphic novel, dove letteratura e disegno si completano. Basti pensare che sempre negli anni ‘60 Hugo Pratt, autore di Corto Maltese, aveva iniziato a definire i suoi lavori come “letteratura disegnata”.

Oggi il fumetto può quindi superare il limite di essere considerata “letteratura minore” sia perché il livello di disegnatori è molto alto, ma soprattutto perché molti autori sono anche artisti e comporre una graphic novel vuol dire innanzitutto plasmare una sceneggiatura sofisticata.

Insomma, se prima il fumetto era considerato una lettura per bambini, adesso si rivela uno strumento efficace per indagare temi ed esigenze della contemporaneità.

Miguel Ángel Martìn, Broken. Courtesy: Asia Argento