Berlinde de Bruyckere, Palindroom, 2019, Aletheia – Installation view – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt

Aletheia è il titolo scelto per la personale di Berlinde De Bruyckere, curata da Irene Calderoni, negli spazi della Fondazione Sandretto Re Rebaudengo a Torino. Un titolo significativo, e per certi versi altisonante, che richiama alla mente alcune delle considerazioni condotte da Heidegger ne L’origine dell’opera d’arte.
Nell’arte è la verità stessa che si mette in opera. Il gioco tra disvelamento e occultamento assume la forma di una lotta tra il campo su cui l’essere umano fonda i suoi desideri, mai definitivamente esplicitabili – una zona naturale dell’esistere – e il mondo che coincide con il manifestarsi dell’opera d’arte stessa. L’opera a questo punto diventa una forma di compensazione per rivelare qualcosa che è connesso con il mondo. Aletheia significa dunque non-nascondimento, a conferma dell’eterna tensione tra ciò che è svelato e ciò che inevitabilmente rimane nascosto. Più che riprodurre la verità, l’opera d’arte istituisce la verità.
C’è un campo davvero sterminato di possibilità attraverso cui interagire, in maniera più o meno consapevole, con l’opera e lo spazio che la circonda. Situarsi, sia per l’opera che per lo spettatore, corrisponde in prima istanza a una scelta: l’attraversamento di spazi non neutrali determina al contempo la configurazione del contenuto emotivo e sostanziale che l’opera costruisce intorno a sé stessa.
La mostra di Berlinde De Bruyckere lascia spazio a una articolazione del linguaggio in cui le fantasie recondite, protese tra sogno e incubo, diventano la metafora più evidente per parlare dell’uomo e della eterna contrapposizione tra vita e morte, tra luce e oscurità, tra disvelamento e occultamento. Le atmosfere ricreate vengono studiate nel minimo dettaglio: il dispiegarsi degli spazi, l’illuminazione accuratissima, la climax determinata dalle scelte allestitive sono i fattori che concorrono a rendere assolutamente abbagliante ed emotivamente impressionante l’esperienza che sopraggiunge nell’istante esatto in cui si sceglie di varcare la soglia che dà inizio al percorso.
Il lacerto e il corpo assente sono i due paradigmi su cui si impronta una narrazione drammatica in tre atti. Un gigantesco monumento, Palindroom (2019), in cui cera e metallo si fondono a suggerire la crasi tra l’aspetto organico dei materiali e la loro rigidità, introduce al primo atto: una enorme scultura fallica,  simbolo del corpo assente, diviene il surrogato di quello che negli allevamenti equini viene impiegato come fantoccio di una cavalla per la riproduzione.

Berlinde de Bruyckere, Aletheia, on-vergeten, 2019 – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt
Berlinde de Bruyckere, Aletheia, on-vergeten, installation view, 2019 – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt
Berlinde de Bruyckere, Aletheia, on-vergeten, 2019 – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt

Se con Palindroom si viene catapultati, in modo tanto evidente quanto misterioso, davanti allo scontro tra Eros e Thanatos – il simbolo fallico e la sua controparte oggettificata e inanimata – con l’installazione ambientale immersiva Aletheia, on vergeten (2019) De Bruyckere riproduce il laboratorio per la lavorazione delle pelli di Anderlecht, un luogo che ha profondamente impressionato la sua immaginazione. In questo spazio lo spettatore è invitato ad aggirarsi camminando attorno alle cataste di pelli lasciate essiccare al di sopra di ampie basi di legno. C’è un aspetto ritualistico nel passaggio reiterato da un catasta all’altra, nelle impronte impresse sul pavimento cosparso di sale. La continua sovrapposizione di livelli di realtà e finzione fa leva sulla possibilità di intercambiabilità tra l’opera e il suo doppio: il calco in cera e la pelle animale, l’uno si confonde con l’altra esasperando la continua ricerca di discernimento.
È con le tre grandi opere a parete dell’ultima sala It almost seemed a lily V (2018), It almost seemed a lily IV (2018) e Pioenen, (2017-2018) che il percorso si chiude. In queste opere i petali di gigli e peonie si dischiudono a partire dal calco delle pelli animali originando dei tableaux votivi in cui l’afflato di morte si trasforma incessantemente in un anelito di vita. È qui che vengono a formarsi la suggestione e la familiarità con un linguaggio impresso nell’istante congelato della dimensione ritualistica, rivissuti nell’ossessione e nell’immagine ricorrente.
I materiali duttili e sensuali impiegati dall’artista, insieme a un’attenzione costante verso variazioni cromatiche e passaggi di colore dal grigio al blu, fino al rosso, originati da una rottura decisa tra astrazione e figurazione, strutturano una ricerca in cui l’attenzione rivolta ai dettagli costruisce un universo visionario e surreale alla Hieronymus Bosch, intervallato dal materializzarsi di immagini forti che veicolano contenuti universali.

“In questo momento storico, in cui proliferano estremismo e razzismo, in cui compassione e solidarietà sono inariditi, in cui vediamo troppe somiglianze con l’inquietudine degli anni trenta che ha preceduto le mostruosità innominabili dell’Olocausto e quella particolare diffamazione della civiltà è persino negata da persone con troppo potere politico, sento l’esigenza di proporre immagini audaci, forti. Voglio portare quella stanza al pubblico. Come una esperienza fisica, immersiva”.

Berlinde de Bruyckere, Anderlecht II, Anderlecht III, Anderlecht, installation view, 2019 – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt
Berlinde de Bruyckere Pioenen, 2018 – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt
Berlinde de Bruyckere, It Almost seemed a lily V, 2018- Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt
Berlinde de Bruyckere, It Almost seemed a lily IV, 2018- Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Turin © Mirjam Devriendt