• Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, oil, varnish on Mdf, 39,5 x 31,5 cm - Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, Octagon surrounded by white smokers, 2014, oil asphaltlack on Mdf, 240 x 177 cm - Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, A cognition by words, 2015 Oil, varnish on Mdf, wax frame 63,5 x 54 cm Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, oil, varnish on Mdf, 39,5 x 31,5 cm - Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York
  • Benedikt Hipp, The genuine reduction, 2015, oil, varnish on Mdf, 56 x 46 cm - Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York

L’autunno romano è proprio il tempo adatto a questa personale. “Non ci sono più le mezze stagioni” afferma stancamente, con un po’ di risentimento, il barista che mi versa un the caldo, effettivamente fuori luogo rispetto ai 35° che ci sono qui fuori. Entro alla Monitor Gallery e mi ritrovo in un altro tempo ancora, di nuovo fuori luogo. Né sole né pioggia, ma nemmeno presente, passato o futuro. Un tempo indefinito. L’artista in mostra è Benedikt Hipp, tedesco, classe ’77. Le sue opere resteranno esposte fino al 7 Novembre, sperando nell’ombrello o almeno nelle castagne. Come dicevo, si nota subito il lavoro sul tempo, che mangia i luoghi e i corpi. Dalle figure sciolte, senza spigoli come gli orologi di Dalì, alle innumerevoli sovrapposizioni presenti in ogni quadro. “The Educated Monkey” è la ricerca di un nuovo corpo, sfuggito all’evoluzione, e Hipp è il suo demiurgo. Prende elementi simbolici dal mondo animale – scimmie e pappagalli -, dalle foreste pluviali, da minerali antichi e li innesta su corpi umani quasi futuristici – fatti di metalli raffinati, occhi onnipresenti, collier multicolori -. Fino a sconfinare, oltre Darwin, la scimmia e l’uomo, ma solo la scimmia educata, ammaestrata che è l’uomo. E poi ancora oltre, attraverso lo specchio tonale dell’arcobaleno. Fisionomie rivisitate, anzi, visitate dall’altro. È questo il tempo della mostra. Corpi mai interi, organi sparsi e ricomposti. È come se lo spettatore potesse prendere dei pezzi a piacimento e comporre il puzzle, o come quando si scelgono i colori dei mobili sui cataloghi – in molte tele c’è, vicino al disegno, una tavolozza a righe o quadrati colorati -. Tasselli. Fra i quadri più piccoli troviamo “The genuine reduction”: una testa di cocco come una maschera africana dagli occhi invisibili, senza pupille, un colletto di vermi colorati e sotto una pietra bianca a forma di cuore. Un essere appena uscito da qualche rituale vudù. Sotto c’è sempre una superficie specchiante, che ricorda. Fra questi ibridi c’è un’altra maschera-casco pelosa. Un collage di cultura e natura, coronato da piccole palline iridescenti, da un’aureola di caramelle gommose. Sempre simil-sculture. Sculture dipinte. Occhi fessure. Fondo lillà e tutte le tinte del rosa, dal pallido al salmone.

Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York

Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York

Nella prima stanza, il dipinto più grande è al centro dello spazio e ha come titolo “Octagon surrounded by white smokers”. L’ottagono irregolare è la bussola della mostra, aiuta ad orientarsi. È la figura essenziale dell’arte cristiana che rappresenta l’eterno, il giorno in più dopo la creazione, la promessa della resurrezione. È l’otto di Aquisgrana, di San Vitale e della Gerusalemme Celeste. Ecco di nuovo i simboli. L’ottagono è la figura intermedia tra il quadrato – terra – e il cerchio –cielo – e segna il passaggio dell’uno all’altro. Questo ottagono sembra uno specchio in cui entrare, un sogno fumoso, ma potrebbe sembrare anche il finestrino di un aereo spaziale o una pietra preziosa. I colori sfumano, dal giallo dei deserti all’azzurro del mare. Da lontano sembra tempestato di pietre tutt’intorno. Da vicino sembra spugna, come quella che Apelle gettò sul cavallo perché non riusciva a disegnare la schiuma e la schiuma, come per magia, fu.

Si va indietro, verso la preistoria, solo per tornare davvero indietro, all’origine, in un ventre vuoto. Come la scultura. Tele dipinte come fossero sculture, capeggiate dall’unica scultura, visibile nella sala grande, che si specchia sulla finestra che c’è di fronte al muro. È una grande scultura, “Console with pin-body mounted on repetition”, (pneumopathologic studies). Un busto scavato d’argento, composto da piccole perle magnetiche dai contorni ben definiti, limiti del dentro. Fuori una pelle di terra. È fissata su un supporto minimale, una città bianca e nera, sopra ad un blocco di marmo bianco sporco, sopra ad un traliccio in ferro.

Ma cosa sono questi studi di pneumopatologia? Eric Voegelin ne è l’ispiratore. Questo filosofo, compatriota di Hipp, pensava che bisognasse indagare il processo di continua accumulazione che è l’esistenza umana, nel suo caso, recuperando alcuni concetti passati e coniando nuovi termini. Pneumopatologia, lo spirito malato. Il mito del nuovo mondo come un grembo vuoto metallico: la scultura prende vita, dall’allegro chirurgo a Frankenstein, dal demiurgo a Dio. Come in “Things are looking back”, un altro piccolo quadro. Occhi neri sempre senza volto, su fondo scuro, e sotto quello che sembra un pezzo di garza sporca, un sudario. Occhi che guardano, come quelli descritti da Fitzgerald, del “dottor T. J. Eckleeulg, un oculista dimenticato, i cui occhi si ergevano meditabondi su tutto, come gli occhi di Dio.”.

Testo di Valeria Montebello

Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York

Benedikt Hipp, The Educated Monkey, 2015, installation view at Monitor, Rome Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York

Benedikt Hipp,Console with pin-body mounted on repetition, (pneumopathologic studies), 2015 Concrete, iron, loam, bullen-nails, epoxy, color approx. 80 x 50x 170 cm  Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York

Benedikt Hipp,Console with pin-body mounted on repetition, (pneumopathologic studies), 2015 Concrete, iron, loam, bullen-nails, epoxy, color approx. 80 x 50x 170 cm Photo credit: Massimo Valicchia Courtesy: the artist and Monitor, Rome-New York