Salomé Chatriot & Samuel Fasse
Salomé Chatriot & Samuel Fasse

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Intervista di Marta Orsola Sironi —

Nei mesi di giugno e luglio State Of__, spazio dedicato all’arte contemporanea a Milano, ha invitato cinque artisti nel luogo virtuale della propria pagina Instagram per riflettere sulla ricontrattazione continua della sensazione di sicurezza online e offline e della loro reciproca influenza. Dopo le interviste con Nicholas Aloisio-Shearer, Kathi Schulz, Twee Whistler e Theodore Darst abbiamo posto alcune domande al duo formato da Salomé Chatriot & Samuel Fasse.

I due artisti si definiscono una “creative entity” e per loro è importantissima l’idea della condivisione e l’apertura all’accoglimento dell’altro nel processo generativo. Hanno addirittura creato un proprio universo digitale Big World, dove differenti storie, abitanti e attori possono incontrarsi. Interazione, però per S//, così si firmano, vuole anche dire riflettere sul corpo e sull’essere umano, considerato nelle sue possibilità di esistenza e coesistenza, sia a livello fisico che spirituale, che, infine, nella propria interdipendenza con l’altro, tecnologia, macchina o organismo che sia.  Tutto questo procede attraverso l’apertura di una dimensione altra eppure comunicante con la nostra realtà.

M.O.S.: Durante il lockdown tutti noi abbiamo esperito un tempo sospeso, svuotato e al contempo colmo di potenzialità. Per alcuni è stato occasione di crescita, per altri un deserto di inattività. Cosa ha rappresentato per voi e per il vostro lavoro quest’esperienza?

S//: Poiché il mondo era in totale lockdown, ci è parso di stare perdendo il nostro senso dello spazio e del tempo. Questi parametri nel complesso sono stati compromessi: noi stessi non eravamo più entità limitate e vincolate nel tempo e nello spazio, ma esseri definiti attraverso connessioni e interrelazioni. Esseri in carne e ossa, da un lato obbligati a restare a casa, ma dall’altro con la possibilità di vivere una nuova relazione con lo spazio. Siamo diventati i nostri iper-oggetti, come individui “reali”, connessi tra loro, come unico vettore di esistenza.
Ciò è in linea con il nostro pensiero del mondo orizzontale, secondo il quale la dimensione creata consente l’abolizione di alcuni modi classici di rappresentazione o classificazione. Questa dimensione ci obbliga, in virtù di queste interrelazioni e connessioni virtuali-reali, a posizionarci diversamente. Tale spostamento del desiderio individuale ci offre la possibilità, grazie a questi nuovi parametri di vita, di optare per la creazione dell’entità creativa comune chiamata S //. Non più Salomé e Samuel, mentre lavoriamo o pensiamo a Big World ci stiamo trasformando in un’altra entità, una terza persona all’incrocio tra le nostre identità.
Non abbiamo davvero deciso di operare in tale modo, semplicemente ci sembra di fondere intuitivamente la nostra coscienza mentre lavoriamo insieme. Risponde a una riflessione globale sulla convivenza e su questi parametri invisibili e non percepibili che governano le interazioni quotidiane. Il periodo di reclusione ha evidenziato quelle tensioni e interconnessioni, ma ci ha convinto che il processo del lavoro di S // e la creazione di un sé comune fosse rilevante nella società contemporanea del XXI secolo. Eravamo lontani da considerare questo periodo come un terreno fertile per la creazione e la scoperta di sé, ma anche questo terzo cervello è stato acceso dall’inattività.

M.O.S.: Quali risultati ritenete avrà questa che sembra a tutti gli effetti essere se non una “mutazione sociale”, di certo una “mutazione della socialità”?

Attraverso nuovi modi di rappresentazione e percezione, il corpo si evolve. Nè interiore o esteriore, la nostra semplice presenza, fisica o digitale potrebbe essere sufficiente per comunicare. Questa è una parte fondamentale del nostro lavoro, raggiungere tale punto di svolta, in un futuro potenziale, dove simili proiezioni possano essere realizzate e concepite. Tra queste per quanto riguarda i corpi vi è spingerli ai loro estremi limiti di visibilità e corporalità. Detto questo, ancora una volta attraverso quelli che puntiamo a utilizzare come strumenti, ricalibriamo il nostro rapporto con la tecnologia. In modo delicato e sensibile, ci occupiamo di togliere questo aspetto negativo e ci proponiamo di accompagnare senza animosità questa enorme mutazione (o mutazioni) della socialità.

M.O.S.: Nella vostra opinione (e nel lavoro artistico) può esistere una “comunità” senza uno spazio (fisico) di incontro comune?

Le comunità sono ovunque, reali o virtuali, le persone tendono sempre a incontrarsi. L’incontro interpersonale è soggettivo ed è cambiato: cambierà a causa di come che le persone sperano di partecipare, condividono pensieri, si uniscono per conoscere meglio l’altro. Noi / il mondo è una comunità, uno spazio condiviso di incontro collettivo con le sue molteplici possibilità. Queste potrebbero aiutarci a viverci non come soggetti autonomi, ma piuttosto a cambiare le nostre percezioni e il nostro punto di vista antropocentrico. Come artisti, miriamo ad ottenere queste stesse nozioni diffondendo immagini e proiezioni: in uno spazio comune condiviso, l’energia che emana sostituisce qualsiasi incontro fisico, è al di là di ciò che è fisico o no, ma più concentrato su come si contribuisce a questa corale energia della comunicazione.

M.O.S.: In “Estetica Relazionale” Nicolas Bourriaud ha definito l’arte uno “stato d’incontro”. Quale è la vostra posizione a riguardo? O meglio, come si configura secondo voi questo “stato”? Quali dinamiche devono innescarsi affinchè si verifichi?

La nostra arte utilizza le “nuove tecnologie”, che sono ai nostri occhi strumenti di comunicazione e percezione. Si basa in parte su un uso sensibile di questi materiali meccanici. Consentono una nuova comprensione, un riposizionamento del nostro sguardo etnocentrico. Questi corpi tecnologici ci offrono l’accettazione di altre visioni e interazioni. Come Internet, inteso come luogo di conoscenza e risorse accessibili per costruire ecosistemi, luogo di diffusione di dette iper-rappresentazioni, e infine luogo di incontro di individui in nuovi spazi di diffusione. Questo cambiamento di prospettiva implica un cambiamento fisico del quadro: le nuove tecnologie hanno questa capacità intrinseca di prospettiva forzata. Tutto e chiunque possono essere contemporaneamente soggetto e oggetto. Entrambi sostengono una verità epistemica in quell’idea di regressione, di accettazione di molte cose che altrimenti non sarebbero concesse. Ad esempio, una telecamera può essere accettata come soggetto a sé stante, un soggetto con un corpo tecnologico e un movimento specifico e possibilità visive, teoricamente in grado di mostrare il mondo da qualsiasi angolazione, scala o forma. Con tali caratteristiche un oggetto tecnologico può diventare un mezzo di mediazione diplomatica, può essere pensato sia come entità che come punto di partenza della soggettività meccanica. Una dinamica di cambio di prospettiva deve essere messa in atto: l’arte per l’arte non è più preziosa per noi. Ci interessano le sue esternalità e attraverso il mezzo tecnologico, l’incontro. L’incontro non è più uno stato, è soprattutto un vettore dinamico di trasmissione tra noi due, ma anche con le piante, con gli animali, con le macchine, con il nostro ambiente ‘reale’ (Parigi), co quello nostro metafisico (Big World) e con le nostre stesse creature che creiamo per innescare nuovi incontri.

Before and After Digital (C)ode | Salomé Chatriot & Samuel Fasse

Interview with Salomé Chatriot & Samuel Fasse

Interview by Marta Orsola Sironi —

The two artists define themselves as a “creative entity” and for them the idea of sharing and openness to the acceptance of the other in their generative process is very important. They have even created their own “Big World”, where different stories, inhabitants and actors can meet. Interaction, however, for  S//, as they call their artistic duo, also means reflecting on the body and the human being, considered in its possibilities of  existence and coexistence, both physically and spiritually, which, finally, in its interdependence with  the other, technology, machine or organism that is. All this proceeds through the opening of a different dimension yet communicating with our reality. 

M.O.S.: During the lockdown, we experienced a suspended time, emptied and at the same time full of potential. For someone it was an opportunity to grow, for others a desert of inactivity. What did this experience mean for you and for your work? 

S//: As the world was in a total lockdown, we felt losing our sense of space and time. These parameters have been mainly compromised: we were no more entities limited and constrained by time and space, but beings defined through connections and interrelations. Flesh-and-blood beings, on one side obliged to stay at home, but on the other side with having the possibility to live a new relation to space. We became our own hyper objects, as ‘real’ individual persons, connecting with each other, as only existence vector. This is in line with our thinking of the horizontal world, according to which the dimension created allows the abolition of certain classical modes of representation or classification. This dimension obliges us, by these virtual-real interrelations and connections, to place ourselves differently. This shift of an individual desire offers us the possibility, thanks to these new  parameters of living, to opt for the creation of this common creative entity named S//. No longer Salomé and Samuel, while working or thinking about Big World we are morphing into another entity, a third person at the intersection our both identities. We didn’t really decide to operate in that way, it appears to us that we intuitively merge our consciousness while working together. It responds to a global reflection about coexistence and of these invisible and non-perceptible parameters, which govern everyday interactions. The confinement period highlighted those tensions and interconnections but convinced us that the process of S//’s work and the creation of a common self was relevant in the contemporary society of the 21st century. We were far to consider this period as a fertile  ground for creation and self-discovery but this third brain is also turned on by the inactivity.

What results do you think will have this, which seems to be if not a “social mutation”, certainly a “mutation of sociality”?  

Through new ways of representation and perception, the body evolve. Nor interior or exterior, our simple presence, physical or digital could be enough to communicate. This is one main part of our work, to reach this turning point, in a potential future, where these projections can be achieved and conceived. As the bodies, to push them to their extreme limits of conspicuity and bodies is one among them. That being said, through again what we aim to use as tools, we rewire our relationship with tech. In a delicate and sensitive way, we attend to take off this negative aspect, and propose to accompany without animosity this huge mutation(s) of sociality.  

In your opinion (and in your artistic work) is it possible that there is a “community” without a (physical) space of common encounter?

Communities are everywhere, real, or virtual, people always tend to meet each other. The common  encounter is subjective and has changed – will change due to what people hope to attend, share  commons thoughts, come together in order to better apprehend the other. We/the world is a community, a shared space of common encounter with its multiple possibilities. These ones might help to live us not as autonomous human subjects, but rather to change our perceptions and anthropocentric point of view. As artists, we aims to have these same notions by spreading visuals and projections: in a common-shared space, the energy emanating replace any physical encounter, it is beyond what is physical or not, but more focused on how you contribute to this common energy of communication. 

In “Relational Aesthetics” Nicolas Bourriaud defined art as a “state of encounter”. What is your position on this? Or rather, how do you think this “state” is configured? What dynamics must be triggered for it to occur? 

Our art uses “new technologies”, which are in our eye tools of communication and perception. It is partly based on a sensitive use of these mechanical materials. They allow a new apprehension, a repositioning of our ethnocentric glance. These technological bodies offer us the acceptance of other visions, and interactions. Like the internet, considered as a place of accessible knowledge and resources to build ecosystems, place of diffusion of said hyper-representations, and finally a place of encounter for individuals in new diffusion spaces.  This perspective shift implies a physical change of frame: new technologies have this inherent capacity of forced perspective. Anything and anyone can simultaneously be the subject and the object. Both hold an epistemic truth in that idea of regression, to accept many things you would not concede otherwise. 
For instance, a camera can be accepted as its own subject, a subject with a technological body and specific motion and visual possibility, theoretically capable of showing the world at any angle, scale or form. With such characteristics, a technological object can become a mean of diplomatic mediation, it can be thought as an entity as well as the starting point of mechanic subjectivity. Dynamics of perspective’s switch must put in place; art for art is no more valuable for us.
We are interested in its externalities and by this technological means, the encounter. The encounter is not a state anymore, it is more a dynamic vector of transmission between the two of us, but also with plants, with animals, with machines, with our ‘real’ environment (Paris), with our metaphysical one (Big World) and with our own creatures we create to trigger new encounters. 

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Digital (c)ode S// @salomechatriot @samuelfasse Liquid Interdependencies is a work of the creative entity S// composed of Samuel Fasse and Salomé Chatriot. The two artists are creating together a universe called 'Big World' whose story unfolds around a narration composed of different multifaceted chapters. Liquid Interdependencies presents two digital bodies, the alter egos of the two artists. These avatars turn their backs on each other. Each of them is connected to the other via a real-time fluid generator. The pipes are traversed by thought flows, whose receptacle is the common brain of S Slash Slash. The activation of this third brain is made possible by the interaction of Samuel and Salome's subconscious mind. This grey zone is representative of a moment of solitude when the brain is not reanimated by a common thought dynamic. The sculpture that emanates from it is a Chalice that can contain the energy released by the interdependence of the two bodies. – Created for the digital exhibition 'Lonely' by @spacedinlost On view in the virtual galery at https://spacedinlost.com/ Exhibition concept by Filip-Andreas Skrapic @skrapic – curated by Yvannoé Kruger @yvannoe enhanced by Socle Collections @socle.collections – Media Partner @atpdiary @insta_artslife #stateof_______ #salomechatriot #samuelfasse #digitalexhibition #instagram

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