il cilindro ricoperto da terra refrattaria Foto©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia

il cilindro ricoperto da terra refrattaria Foto©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia

Durante i giorni di Miart avremo l’occasione di vedere il capitolo finale del progetto Riddles, sviluppato dall’artista francese Marguerite Humeau vincitrice del Battaglia Foundry Sculpture Prize. In attesa dell’inaugurazione del 13 aprile, abbiamo avuto modo di intervistare Alexandra Baudelot, curatrice indipendente e co-director di Les Laboratoires d’Aubervilliers, con la quale l’artista ha avuto un nutrito scambio e dialogo.
Nata a seguito della mostra FOXP2 al Palais de Tokyo di Parigi, la relazione ha permesso di arricchire entrambe oltre a generare una stima intellettuale reciproca.
La vis imaginalis dell’artista unita a una sempre esigente formalizzazione si tradurrà per questa occasione in un’infinita trasformazione carnale di un’animale in un umano e viceversa, con la possibilità di un’autodistruzione ininterrottamente aperta. Se questo episodio rappresenterà l’ultimo per davvero non ne abbiamo certezza, ma sicuramente, come ci assicurano le parole di Baudelot stessa, la terza via proposta da Humeau, a metà tra racconti mitologici e ibridazioni tecnologiche, non cesserà di mettere al mondo nuove viscerali narrazioni.
Per leggere l’intervista con l’artista | Interview with Marguerite Humeau | Battaglia Foundry Sculpture Prize

Seguono alcune domande a Alexandra Baudelot —

ATP: Qual’è la tua relazione con Marguerite Humeau? Che cosa ne pensi del suo lavoro e come lo hai scoperto?

Alexandra Baudelot: Ho scoperto il suo lavoro al Palais de Tokyo di Parigi, nel 2016, dove presentava la mostra FOXP2. Mi ha impressionato la sua capacità di articolare una ricerca nutrita dai miti, dalle storie che percorrono la psiche umana e la sua rappresentazione immaginaria del mondo attraverso una produzione formale estremamente esigente, frutto della collaborazione con scienziati e ingegneri.
Questo incrocio tra racconti millenari e tecnologie avanzate è molto studiato, propone una terza via, che va ben al di là di questo semplice incontro, e che è nell’ordine della creazione di miti contemporanei con tinte futuriste, che trovo molto particolare. Lei pone la domanda necessaria su come migliorare queste visioni, queste rappresentazioni costitutive d’un gran numero di civiltà antiche, per renderle efficaci nel nostro mondo attuale. Nella sua indagine e nella sua pratica artistica c’è qualcosa di molto naturale e per questo anche molto complesso, che non gioca sul fascino per le tecnologie, ma piuttosto sulla sua capacità d’osservare i miti costitutivi della natura umana, come gli elementi presenti e permanenti della nostra costruzioni e delle nostre identità contemporanee.
Trovo affascinante la forza di visione e di percezione che lei riporta sui racconti e sulle referenze a partire dai quali poi lavora, l’intelligenza che smista le informazioni per farne uscire delle rappresentazioni limpide, estranee e senza compromessi, la curiosità insaziabile e sensibile che le permette di unire più dati per creare un’opera chiara e confusa assieme.

ATP: Quando devi lavorare con un artista, il quale ha una pratica e una ricerca fortemente strutturata, come entri in questo processo?

Il dialogo e l’ascolto sono evidentemente la miglior porta d’ingresso. Quando lavoro con un/a artista è perché sento prima di tutto un’affinità con il suo lavoro ed è a partire da questo e attraverso il dialogo che si costruiscono delle affinità intellettuali, che si possono incontrare dei paesaggi comuni e tessere dei legami che poi spero possano riformare la ricerca dell’artista. La posizione del curatore demiurgo non mi interessa, io ho voglia di apprendere e comprendere con l’artista, e ciò non ha niente a che fare col livello di carriera o con la maturità dell’artista, ma più con la sua essenza profonda, intima, con i suoi quesiti e la sua capacità d’offrire una visione personale attraversata dalla sua storia personale. Entrare nel processo di ricerca dell’artista, e qui in quello di Marguerite, significa dunque giungere a tessere dei legami intellettuali e di sensibilità con il suo lavoro. In questo caso preciso, noi non abbiamo lavorato insieme per quanto riguarda la produzione delle opere, dunque io non sono intervenuta nell’aspetto tecnico e formale.

ATP: Lavorare con un’artista come Marguerite di sicuro implica relazionarsi con un team di figure provenienti da diversi ambiti professionali. Com’è lavorare insieme? Se mai entrata in contatto con loro?

AB: Ancora una volta, il nostro confronto è avvenuto soprattutto a livello di idee e meno su quello della produzione. Non sono stata quindi in contatto col resto della sua équipe.

ATP: Che cosa ne pensi di questa esperienza presso la Fonderia Battaglia? Potrebbe rappresentare per Marguerite un nuovo inizio, in particolare in relazione a queste pratiche e materiali che non coinvolgono le nuove tecnologie?

Lavorare con la Fonderia Battaglia significa avere la possibilità di immergersi nell’universo molto particolare della fabbricazione del bronzo. Quando entriamo nella Fonderia precipitiamo in un altro mondo, fuori dal tempo e dagli spazi del nostro quotidiano. È molto stimolante! Quando un artista contemporaneo viene a contatto con questo materiale, non c’è nulla di insignificante nella misura in cui l’uso di questo materiale riporta alla dimensione di un saper fare ancestrale, con i suoi codici, i suoi artigiani, i suoi gesti precisi che non lasciano niente al caso. Questo muove nei nostri immaginari delle referenze e delle visioni desunte da culture millenarie.
Mi interessa molto pensare a cosa rinvia allora il bronzo, in un linguaggio e un mondo contemporaneo dove i materiali non sono pensato per durare, ma per rispondere al meglio agli ambiti specifici in cui sono utilizzati, in cui si cerca soprattutto di rappresentare dei racconti e delle identità effimeri in costante mutamento, piuttosto che inscriverli in una dimensione duratura. Per questa ragione ho approfittato di questa bella proposta che mi è stata fatta dalla Fonderia per proporre a Marguerite di riflettere su un progetto, perché lei ha questa incredibile capacità di incrociare la ricerca sui materiali servendosi di tecnologie avanzate insieme a racconti antichi e contemporanei, di dare una forma materiale fuori dalla norma alle sculture che crea e di fronte alle quali ci troviamo spinti nel tempo, passato e futuro, come se questo desse prova di una sorta di loop temporale che si potrebbe ripercorrere all’infinito. Il bronzo, grazie alla sua durata e alla sua storia, le ha permesso di esplorare un altro aspetto del suo lavoro, andando paradossalmente più lontano nel racconto futurista che lei propone.

ATP: Nell’intervista che ho avuto modo di realizzare con Marguerite Humeau, l’artista ha affermato che una mostra è un processo, un luogo per esperienze viscerali. In relazione a questo progetto per la Fonderia che cosa riesci a vedere? Quale potrebbe essere il risultato di questa esperienza?

AB: Il lavoro che Marguerite ha creato per la Fonderia Battaglia è un’opera che presenta le tracce del processo di trasformazione e dell’esperienza carnale che la attraversano. La maschera di bronzo, quella d’Otto le sphynx come lo ha chiamata Marguerite, è colta nel movimento e disegnato con un’estrema precisione per offrire una rappresentazione in alta definizione. Questa maschera, questa figura in piena trasformazione, è la carne umana che si trasforma dall’animale all’umano e dall’umano all’arma da guerra – un’arma in bronzo come lo furono le prime armi fabbricate dall’uomo e che avrebbe la capacità, in un futuro mitizzato, di distruggere l’intera umanità. È anche la maschera mortuaria di una forma che l’avrebbe preceduta, quella della sfinge che fu esposta a Versailles e all’Haus Konstruktiv di Zurigo. Per questo è in sé la ragione di un lavoro che non sembra finire e che probabilmente procederà ancora verso altri luoghi e altri contesti.

Intervista di Lisa Andreani —
Il testo è stato tradotto dal francese da Marco Arrigoni —

Marguerite Humeau, 35000 A.C (Sphinx Death Mask), 2018 Foto©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia

Marguerite Humeau, 35000 A.C (Sphinx Death Mask), 2018 Foto©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia

Battaglia Foundry Sculpture Prize, Marguerite Humeau

Exposition de Marguerite Humeau, intitulée « 35.ooo a.C. », qui aura lieu du 14 avril au 4 mai, chez Fonderia Artistica Battaglia de Milan. Le vernissage est prévu pour le 13 avril à partir de 19 heures.

Quelques questions à Alexandra Baudelot, conservatrice indépendante et co-directrice des Laboratoires d’Aubervilliers, avec qui l’artiste a échangé et eu un dialogue nourri.

ATP: Comment est votre relation avec Marguerite Humeau? Que pensez-vous de son travail?

J’ai découvert son travail au Palais de Tokyo à Paris en 2016. Elle y présentait l’exposition FOXP2. J’ai été impressionnée par sa capacité à articuler une recherche nourrie par les mythes, par les histoires qui traversent la psyché humaine et sa représentation fantasmée du monde avec une production formelle extrêmement exigeante, résultat de collaborations avec des scientifiques et ingénieurs. Ce croisement entre récits millénaires et technologies de pointe est très maitrisé, il propose une troisième voie, allant bien au-delà de cette seule rencontre, et qui serait de l’ordre de la construction de mythes contemporains teintés de visions futuristes que je trouve très singuliers. Elle pose la question nécessaire de savoir comment faire rejaillir ces visions, ces représentations constitutives d’un grand nombre de civilisations anciennes pour les rendre opérantes dans notre monde actuel.
Dans sa démarche et son engagement artistique il y a quelque chose d’assez naturel et pourtant de très complexe qui ne joue pas sur la fascination des techniques mais plutôt sur sa capacité à observer les mythes constitutifs de la nature humaine comme les éléments présents et permanents de nos constructions et de nos identités contemporaines. Je trouve fascinant cette force du regard et des perceptions qu’elle porte sur les récits et les références à partir desquels elle travaille, cette intelligence qui trie les informations pour en faire ressortir des représentations limpides, étranges et sans concession, cette curiosité insaisissable et sensible qui lui permet de croiser plusieurs données pour produire une œuvre à la fois claire et déroutante.

ATP: Quand vous devez travailler avec un artiste qui a une pratique et une recherche très structurées, comment entrez-vous dans ce processus?

Le dialogue et l‘écoute sont évidemment la meilleure porte d’entrée. Quand je travaille avec un.e artiste c’est parce que je sens au préalable une affinité avec son travail et c’est à partir de là et à travers le dialogue que les affinités intellectuelles se construisent, que des paysages communs peuvent se rencontrer et tisser des liens qui viennent, je l’espère, renforcer la démarche de l’artiste. La position du commissaire démiurge ne m’intéresse pas, j’ai envie d’apprendre et de comprendre avec l’artiste et cela n’a rien à voir avec le niveau de carrière ou la maturité de l’artiste mais plus avec son positionnement profond, intime, avec ses questionnements et sa capacité à offrir une vision personnelle traversée par sa propre histoire. Entrer dans le processus de recherche de l’artiste, et ici dans celui de Marguerite, c’est donc parvenir à tisser des liens intellectuels et sensibles avec son travail. Dans ce cas précis nous n’avons pas travaillé ensemble sur la production de l’œuvre, je n’ai donc pas collaboré sur l’aspect technique et formel.

ATP: Travailler avec un artiste comme Marguerite implique bien sûr une relation avec une large équipe de personnes de différents domaines. Comment travaille-t-on ensemble? Êtes-vous en contact avec eux?

Encore une fois, notre échange a été surtout au niveau des idées et moins sur la production de la pièce. Je n’ai donc pas été en contact avec le reste de son équipe.

ATP: Que pensez-vous de cette expérience chez Battaglia Foundry? Peut-être un nouveau départ pour Marguerite en relation avec les matériaux et cette pratique du travail qui n’implique pas les hautes technologies?

Travailler avec la Fonderie Battaglia c’est avoir la possibilité de plonger dans cet univers si particulier de la fabrication du bronze. Quand on entre dans la Fonderie on bascule dans un autre monde, hors du temps et des espaces qui nous environnent quotidiennement. C’est très stimulant ! Lorsqu’un artiste contemporain s’empare de ce matériau cela est tout sauf anodin dans la mesure où l’usage de ce matériau renvoie à celui d’un savoir-faire ancestral avec ses codes, ses artisans, ses gestes précis qui ne laissent rien au hasard. Cela agite dans nos imaginaires des références et des visions puisées dans des civilisations millénaires. Cela m’intéressait beaucoup de penser à quoi renvoie alors le bronze dans un langage et un monde contemporain où les matériaux ne sont pas pensés pour durer mais pour répondre au mieux aux domaines d’application pour lesquels ils sont utilisés, où l’on cherche plus à représenter des récits et des identités éphémères en constante mutation qu’à les inscrire dans une vision durable. C’est pour cela que j’ai profité de cette belle invitation qui m’a été adressée venant de la Fonderie pour proposer à Marguerite de réfléchir à un projet, parce qu’elle a cette incroyable capacité à croiser la recherche de matériau faisant appel à des technologies de pointe avec des récits anciens et contemporains, à donner une substance matérielle hors norme aux sculptures qu’elle crée et face auxquelles on se retrouve propulsé dans le temps, passé et futur, comme si il déployait une sorte de boucle temporel que l’on pourrait parcourir à l’infini. Le bronze, de part sa durabilité et son histoire lui a permis d’explorer un autre aspect de son travail, en allant paradoxalement plus loin dans le récit futuriste qu’elle propose.

ATP: Dans l’interview que j’ai faite avec Marguerite Humeau, elle a dit qu’une exposition est un processus, un lieu pour une expérience viscérale. Par rapport au projet de la Fonderie, quoi allez-vous voir? Comment ce genre d’expérience peut-elle sortir?

La proposition artistique de Marguerite pour Battaglia, et en soi une œuvre qui porte les traces du processus de transformation et de l’expérience charnelle qui la traversent.
Ce masque de bronze, celle d’Otto le sphynx tel que l’a nommé Marguerite, est ici saisi dans un mouvement et dessinée avec une extrême précision pour offrir une représentation en haute définition. Ce masque, cette figure en pleine transformation, est celle d’une chair humaine qui se métamorphose de l’animal à l’humain et de l’humain à l’arme de guerre – une arme en bronze comme le furent les premières armes fabriquées par les hommes et qui aurait la capacité dans un futur mythifié de détruire toute l’humanité. Elle est aussi le masque mortuaire d’une forme qui l’aurait précédée, celle du sphynx tel qu’il fut exposé au château de Versailles et au Haus Konstruktiv, Zurich. C’est pourquoi elle est en soi le motif d’un travail qui semble ne jamais s’achever et qui probablement cheminera encore vers d’autres lieux et dans d’autres contextes.

Marguerite Humeau, 35000 A.C Battaglia Foundry Sculpture Prize#02 at Fonderia Artistica Battaglia from April 13th to May 4th, 2018 Photo©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia

Marguerite Humeau, 35000 A.C Battaglia Foundry Sculpture Prize#02 at Fonderia Artistica Battaglia from April 13th to May 4th, 2018 Photo©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia

Il cilindro Foto©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia

Il cilindro Foto©Virginia Taroni. Courtesy Archivio Fonderia Artistica Battaglia