Bertille Bak, Radice, installation view at The Gallery Apart, Rome, (ground floor), photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Radice, installation view at The Gallery Apart, Rome, (ground floor), photo by Giorgio Benni

Testo di Alessandra Arancio

Lo spazio che si conosce entrando a The Gallery Apart per questa esposizione sembra dimostrarsi e costruirsi nel passaggio tra le opere scelte dall’artista per presentare RADICE: parola che dà il titolo alla mostra,  il cui significato è da intendere come origine del  pensiero dell’artista, dei suoi ragionamenti, dei suoi primi passi oltre che dei sentimenti che nella vita l’hanno imprescindibilmente portata a scelte particolari e irripetibili. Bartille Bak, nata nel 1983 ad Arras in Francia e allieva di Christian Boltanski all’Ecole Nationale des Beaux-Arts di Parigi, ci introduce al contatto con questa cominciando a guidarci da una conoscenza generale, per coinvolgerci sempre più profondamente nell’intimo della RADICE stessa, per coglierne infine l’essenza.

Su nove supporti che occupano la maggior parte del primo ambiente si trova ricomposta – “fotografata a mano” – la piccola cittadina di Barlin, in alta Francia, località dove il nonno dell’artista lavorava nelle miniere; si presenta divisa in blocchi (Blocks 2014-2015) che la rievocano e la ricompongono come fosse dal vivo, attraverso dei disegni: oggetto e nello stesso tempo  mezzo usato dalla Bak per renderci partecipi della sua visione e ricerca personale. Gli spazi che separano i prospetti disegnati delle abitazioni di questo piccolo villaggio incuriosiscono, suscitano domande da parte di chi percorrendo virtualmente le strade, si ritrova faccia a faccia con finestre, muri, porte vissute e visibilmente abbandonate che lasciano spazio a immaginazioni nascoste in mezzo a tanti particolari così ben eseguiti.  

Poco lontano, alzando lo sguardo, appesi come stendardi – o stemmi frutto di mani ricamatrici – si trovano sei arazzi (Shelving, Banners realizzati tra il 2009 e il 2013) rappresentanti tele famose di altrettanti artisti, da Francisco Goya a Willem Cornelisz Duyster, a Eugene Delacroix, le cui immagini rivivono intessute di filo.  Ad evidenziare il pregio dell’originalità che dalle mani di ciascuno deriva, nelle tele risulta così importante riconoscerne il soggetto, quanto anche l’interprete che ha deciso come usare a proprio modi i fili che disegnano l’immagine. Le autrici dei ricami sono alcune persone che hanno abitato nei blocks alle nostre spalle, dentro quelle case fatte di esili segni a penna; piano piano, tra gli umori tessuti come fossero fili di lana così come tra i vibranti tratti che compongono i disegni, abbiamo la sensazione di conoscerle senza ancora averle viste. Ne sentiamo la coesione familiare, il legame che l’insieme di tutti questi oggetti ci mostra.

Ancora di più, prima di addentrarci ad un successivo livello di conoscenza del luogo e della comunità, ci appare un monito a protezione della RADICE: Untitled del 2009 è una installazione surreale tanto quanto i due volti che si baciano coperti ne Gli Amanti di Magritte, mascherando un fine logico attraverso un gioco ottico. Alcune porte della vera casa della nonna dell’artista, sono chiuse una sull’altra e legate insieme tra loro e alla parete attraverso un sistema intricato ma funzionale di chiavistelli, che ci mette sull’attenti contemplando la possibilità di essere degli intrusi. Le porte invece, e così la volontà di Bertille Bak, permettono il passaggio, e perciò di proseguire  introducendoci al livello ancora successivo in cui qualcos’altro si svela.

Al piano inferiore l’ambientazione è visibile attraverso diverse rappresentazioni in movimento, filmati di vita resi come cinegiornali, video al limite dello scientifico e sperimentazioni dello e nello spazio che ormai abbiamo imparato a conoscere: Barlin, coi i suoi muri, finestre, mattoni;  le signore che ricamano arazzi e la casa della nonna… Siamo inseriti adesso nella comunità, le immagini davanti ai nostri occhi sono dolci, simmetriche e coinvolgenti. Negli spazi già vissuti, sudati di lavoro e di fatica, non c’è ormai limite alle sperimentazioni, e così qualcuno si occupa di far scorrere delle reti metalliche sulle proprie teste per permettersi di passeggiare ridendo tra le strade con macchine di fortuna rubate all’autoscontro; qualcun altro ripete gesti passati in modo quasi ironico, dimostrando come un giornale quotidiano da cui aggiornarsi,  passato di mano in mano possa finire tra le mani di qualcuno che lo trasformerà in un mattone, che composto esso stesso di mani, parole e avvenimenti, si costituisce solido elemento per una nuova costruzione. Sono così intensi questi video da indurci a ricordare se esiste anche nella nostra esperienza una comunità e un luogo, una RADICE che ha assorbito altrettanti particolari della vita di ognuno, che possa nuovamente fiorire sotto le mani di un attento raccoglitore.

Mostra visitabile fino al 23 aprile 2016

Bertille Bak, Radice, installation view at The Gallery Apart, Rome, (ground floor), photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Radice, installation view at The Gallery Apart, Rome, (ground floor), photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Untitled, block n°12, 2014, black pen on paper, 4 m, photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Untitled, block n°12, 2014, black pen on paper, 4 m, photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Shelving, Banner 2, from “Corps de garde suppliant les soldats”, Willem Cornelisz Duyster, 2009, wool on canvas, 90 x 130 cm, photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Shelving, Banner 2, from “Corps de garde suppliant les soldats”, Willem Cornelisz Duyster, 2009, wool on canvas, 90 x 130 cm, photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Radice, installation view (basement), photo by Giorgio Benni

Bertille Bak, Radice, installation view (basement), photo by Giorgio Benni