Trestles of Milk  by John Berger

Ph Francesco Fonassi

In occasione della recente scomparsa di John Berger ripubblichiamo un suo scritto  apparso su  L’ALLOCCO. Una rivista d’avanguardia a Perarolo di Cadore (periodico bimensile n.3, luglio-agosto 2012). Le immagini sono state scelte da Francesco Fonassi.

English test below.

Che cos’è una barra costiera? Una barra costiera è una grossa trave posta longitudinalmente rispetto alla nave a vela. Collocata su entrambi i lati dell’albero insieme alle barre traverse, disposte trasversalmente, concorre a sostenere la coffa e l’albero di gabbia.

I cavalletti che sostengono un tavolo somigliano a una A in tre dimensioni. Se li chiudi, cadono.

Invisibili cavalletti verticali (senza il ripiano di un tavolo) fatti di miglia.

Questa immagine mi è venuta in mente mentre visitavo un penitenziario della città di B. Un carcere femminile che ospita circa centocinquanta detenute. Il mare è a dieci minuti di distanza. La maggior parte delle donne sta scontando sentenze di otto, dodici o quindici anni. La loro età varia dai venti ai quarantacinque anni. Alcune sono madri, e qualcuna allatta. Per lo più sono state arrestate e condannate per trasporto e importazione di droghe, di solito eroina. Spesso il primo a accorgersi dell’eroina che portano nascosta dentro il corpo è un cane a un posto di controllo della dogana o della polizia. Quasi nessuna faceva uso o vendeva in proprio “la blanche”; erano portatrici dirette da uomini, e si sono messe a farlo per soldi. Vengono da paesi poveri e la loro lingua comune, imparata in prigione, è lo spagnolo. I dettagli di ogni singola storia sono diversi e costituiscono il senso stesso di quel che fa di Alexandra Alexandra, di Maria Isabel Maria Isabel, o di Laura Laura.

“Non generalizzare!”, mi sembra di sentir dire a mia madre – e non è la prima volta.  

In prigione c’è un buon numero di madri assenti. E anche di uomini assenti. Ma, secondo me, le madri assenti sono più numerose. Gli uomini sono già nelle storie che hanno condotto al carcere. Le madri precedono queste storie e appartengono a un’epoca in cui il futuro somigliava a una prigione con le porte spalancate. Adesso farò questo, più tardi farò quello, poi correrò e mi fermerò, e deciderò di testa mia che cosa fare nei prossimi dieci minuti, l’anno venturo, per il resto della mia vita. Le madri invisibili vengono in prigione perché una volta appartenevano alla vastità di un tempo in cui le storie erano favole della buona notte.

Ci sono vari laboratori dove le donne possono imparare un mestiere oppure lavorare e produrre e, di conseguenza, guadagnarsi da vivere. C’è un cortile interno dove si tengono in esercizio e possono fare giardinaggio. Le detenute con bambini piccoli li vedono tutti i giorni, ma la sera i figli devono andarsene. Alle carcerate che stanno scontando gli ultimi anni di una lunga pena detentiva è consentito lavorare in città, però la notte tornano a dormire in prigione. Ciò significa che c’è parecchio traffico, un gran va e vieni. Ogni uscita verso l’esterno, verso gli uffici del carcere o altri servizi, è sbarrata, vigilata e sorvegliata. Tuttavia, all’interno dell’area riservata alle detenute e entro i limiti temporali stabiliti da un orario rigido e ripetitivo, il movimento, la deambulazione, è relativamente libero e senza impedimenti. Il posto dei cavalletti è questo.

Le donne indossano i propri vestiti: ciascuna ha un aspetto diverso e uno stile tutto suo. Eppure non si muovono come una folla, ma come una comunità. Incontrandosi, affrontandosi, lasciandosi o incrociandosi, ognuna naviga attorno a qualcosa. Non è tanto un ostacolo quanto una piccola possibilità da negoziare. Sta lì per terra come un esile pezzo di mobilio. Ogni detenuta ha la propria: quando è presente, lo si vede dal modo in cui lei cammina o sposta quasi impercettibilmente il peso del corpo. I cavalletti sono questi pezzi di mobilio: stanno lì in piedi sul pavimento e non sostengono nessun ripiano. Come dicevo, sono invisibili.

Quel che osservo è l’interazione tra donne che si comportano con naturalezza, spesso con spontaneità, in una situazione profondamente, intensamente, abissalmente familiare a tutte loro. Nelle loro interazioni e nel loro comportamento ci sono, appena avvertibili, riflessi, esitazioni, finte, sorrisi, passi, movimenti, che si possono spiegare e definire solo grazie agli invisibili cavalletti.

Le lunghe pene detentive che Alexandra, Maria Isabel, Laura e le loro compagne di prigionia stanno scontando rappresentano anni sottratti alla loro vita di cittadine libere, ma anche – e più intenzionalmente, visto che quest’arco naturale è assai più breve – anni sottratti al loro “tempo biologico” di donne fertili. Ridurre la consapevolezza e la coscienza di sé che accompagna quella fertilità agli atti elementari della procreazione, della gestazione e della cura significa non capire nulla della condizione umana vissuta da donne o uomini.  

Una coscienza di sé inseparabile dalla fertilità potenziale è in qualche misura presente in tutte le scelte compiute da una donna: bambina, possibile sposa o anziana che sia. Eppure qui, per le donne, una vita di scelte quotidiane è cancellata per tutto il tempo della loro pena detentiva. È come se, fino al giorno del loro rilascio, fossero condannate alla sterilità, come se la loro femminilità fosse costretta a trasformarsi in un cavalletto che non sostiene nulla.

Sugli inesistenti piani dei tavoli sorretti dagli invisibili cavalletti sono sparpagliati: un quaderno di scuola con una macchia scura che somiglia a un acero, un paio di scarpe rosse mai indossate, una pila di indumenti stirati, bollette da pagare, una macchina fotografica digitale, i bicchieri della scorsa notte ancora da lavare, un vestito azzurro che va accorciato, cipolle da fare a pezzetti, un Game Boy, uno strofinaccio scolorito, alcune carte stradali, l’orologio della mamma, un paio di jeans da uomo, un bouquet di fiori raccolti con le proprie mani, le chiavi di un’auto, un cacciavite, del mascara… La lista va avanti.

Ed è così che le barre costiere sono la Croce portata dalle donne durante la loro prigionia presso il centro penitenziario della città di B.

Quincy, 13 maggio 2009.

Traduzione dall’inglese di Maria Nadotti.

Trestles of Milk  by John Berger

Ph Francesco Fonassi

What is a  Trestle of Milk?  A Trestletree consists of two short lengths of wood attached to the mainmast of a sailing ship to support, as cantilevering members, the cross-tree and the topmast.  

Trestles which support a table are like the letter A in three dimensions.  You can close them, but if you do they fall down.

Standing trestles (without a tabletop) made of mile and invisible.

This image came to me when I was visiting a prison in the city of B.  A woman’s prison with about 150 inmates.  The sea is ten minutes away.  Most of the women are serving long sentences of eight, twelve or fifteen years.  Their ages vary from their early twenties to early forties.  Some are mothers, a few are nursing mothers.  Most  were arrested and sentenced for carrying, and importing drugs – usually heroin.  They hide the heroin in their bodies and it’s often detected first by dogs at  a Customs or Police checkpoint.  

For the most part, they didn’t use or sell “la blanche” themselves;  they were transporters directed by men, and they undertook to do it for the money.  They come from countries that are poor and their common language, learnt in the prison, is Spanish.  The details of each of their stories are different and those details constitute the very sense of what makes Alexandra Alexandra, or Maria Isabel Maria Isabel, or Laura Laura.  

“Don’t generalise!” I hear my mother saying – not for the first time.  

In the prison there are a good number of absent mothers.  Absent men too.  But my guess is that the absent mothers are more numerous.  The men are already in the stories that led to the prison.  The mothers predate these stories and belong to a time when the future was like a prison with all its doors flung open.  Immediately I’ll do this, then I’ll do that, then I’ll run and I’ll stop, and I’ll decide for myself what to do in the next ten minutes, in the next year, in the rest of my lifetime.  The invisible mothers come to the prison because they once belonged to that openness when stories were bedtime ones.

There are several workshops where the women can learn a craft, or work to produce and, consequently, earn money.  There is an inner patio where they exercise and can garden.  Prisoners with infant children see them daily, but the children leave each evening.  Prisoners serving the last years of a long sentence are often permitted to work in the city, returning to sleep in the prison at night.  This implies that there is a good deal of circulation, of coming and going.  Every exit to the exterior, to the prison offices and other services, is locked, surveyed and guarded.  But within the prisoners area, and within the temporal limits set by a strict routine timetable, movement, perambulation, is relatively free and unimpeded.  And it’s here that the milk trestles belong.

The women wear their own clothes;  each has her individual appearance and style.  They do not, however, move like a crowd but like a community.  As they meet, confront, leave or pass one another, each one navigates around something.  It’s not so much an obstacle as a small contingency to be negotiated.  It stands on the floor like a narrow piece of furniture.  Every prisoner has her own, and she acknowledges it, when it’s present, in the way she steps, or the way she, almost imperceptibly, changes her balance.   It is these pieces of furniture, standing unfolded on the floor, and supporting no tabletop, that are the trestles of milk.  As I’ve said before, they’re invisible.

What I’m following is the interaction of women, behaving naturally, often spontaneously in a situation which is deeply, profoundly, abysmally familiar to all of them.  In their interactions and behaviour there are certain barely discernible reflexes, hesitations, feints, smiles, steps, movements, which can only be explained and defined by the improbable and invisible trestles of milk.  

The long sentences being served by Alexandra, Maria Isabel, Laura and their fellow-prisoners represent years subtracted from their lifetimes as free citizens, but also, and more pointedly, because the natural span involved is much briefer, years subtracted from their ‘biological time’ as fecund women.  To reduce the awareness and self-consciousness which accompany such fecundity, to the basic acts of procreation, childbearing and succouring, is to understand nothing about the human condition as lived by either women or men.  

A self-consciousness which is inseparable from the potential of fecundity is present, to some degree, in every choice made by a woman, whether as a child, possible bride or old woman.  Yet for the women here a lifetime of daily choices have been eliminated for the duration of their sentence.  It is as if they have been condemned, until the day of their release, to be barren, as if their femininities had been constrained to become trestles supporting nothing. 

On the inexistent tabletops of the invisible trestles are strewn:  a school exercise book with a brown stain on it like a maple tree, a new pair of red shoes, a pile of ironed clothes, bills to pay, a numeric camera, last nights’ unwashed glasses, a blue dress that needs shortening, onions for chopping, a Game Boy, a cloth whose dyes have run, some roadmaps, Mother’s clock, a pair of men’s jeans, a bouquet of picked flowers, a car key, a screwdriver, mascara …..The list goes on and on. 

And this is how the trestles of milk are the Cross that the women bear in their captivity at the Penitentiary Centre of the city of B. 

Quincy, 13 th May 2009.

Trestles of Milk  by John Berger

Ph Francesco Fonassi