Bar Equador_a local History for a global Medium_Meoni, Rossi, Marchesini, courtesy Cantieri Aperti ph Carlo Favero

Intervista a  Giulio Saverio Rossi, Alessandra Franetovich e Gabriele Tosi curatori del progetto Bar Equador  «un luogo fittizio che prende ispirazione da un posto reale» e che, come recita il comunicato stampa progetto : «Attraverso la creazione di un doppio, che resta  attaccato al reale come un gemello siamese, delinea lo statuto dei luoghi del presente, divisi tra reale e virtuale, tra desiderio e fallibilità.»

Simona Squadrito: Bar Equador si articola in una mostra personale e una collettiva che vuole riflettere sul “tema della pittura tra locale e globale”. Gli artisti in mostra sono Valentina D’Amaro, Giorgio Giuseppini, Nella Marchesini, Beatrice Meoni, Giulio Saverio Rossi e Pier Luigi Zonder Mosti. Si tratta di artisti italiani che lavorano e vivono (hanno lavorato e vissuto) fatta eccezione per Pier Luigi Zonder Mosti, tutti nel nostro Paese. Rispetto a questa selezione, come si formalizza nella pratica effettiva l’intento di portare una riflessione sulla pittura tra locale e globale? E soprattutto cosa intendete per globale?

Giulio Saverio Rossi: Faccio un passo indietro introducendo lo scenario da cui emerge il festival Cantieri Aperti – e nella declinazione di quest’anno Bar Equador – per poter rispondere alla domanda. La zona in cui ci troviamo è l’area apuana: un ambiente in cui la presenza continua del marmo, che qui non è solo scultura ma è prima di tutto paesaggio, produce un’equazione implicita fra artista e marmo.
La mostra Bar Equador: a local History for a Global Medium tende a scardinare questa equazione per proporre un immaginario diverso secondo il quale, a partire da opere eterogenee di artisti legati a questo territorio (per nascita, scelta o formazione) è possibile identificare una genealogia locale (seppur non esaustiva) della pratica pittorica.
Secondo un punto di vista globale possiamo intendere la pittura come quella narrazione costruita a posteriori dalla storia dell’arte, dal mercato e, più in generale, da tutti quei fattori che concorrono all’istituzionalizzazione di un artista e alla sua legittimazione su di un piano storico. Di contro, dal punto di vista locale, dimensione più spaziale che non temporale, la pittura vive una vita parallela i cui valori vengono riscritti all’interno di immaginari parziali, dove le mitologie personali abbondano.
Da anni portiamo avanti un progetto di residenza all’interno di Cantieri Aperti ed è attorno alla residenza che più volte ci siamo domandati sul come un territorio influisca su di un lavoro o, più ancora in profondità, sull’artista stesso. Cinque dei sei artisti in mostra sono nati a Massa (me incluso) e Beatrice Meoni è di base a Sarzana, mentre Giacomo Montanelli ha realizzato la mostra personale Rimpiattino a seguito della residenza che lo ha visto protagonista del festival lo scorso anno. Oltre che nelle biografie degli artisti la correlazione fra locale e globale emerge nella scelta del luogo che ospita le due mostre. Si tratta di una ex galleria d’arte contemporanea di Massa (galleria Margini). Uno spazio che abbiamo fortemente voluto per porlo in un dialogo inedito con il vero Bar Ecuador, un luogo attivo da quasi trent’anni che promuove mostre di artisti locali e, più in generale, un luogo di cultura e di “restanza” (per citare un suggerimento di Beatrice Meoni).
Da un altro punto di vista, nel gergo del pittore, il medium non è, in prima battuta, il linguaggio pittorico, ma la sostanza fluidificante che agevola in vario modo la stesura del colore fra uno strato e l’altro. In senso esteso è proprio ciò che la mostra indaga; la proprietà transitiva della pittura di coesistere su due livelli: globale e locale.

S.S: Ospiti d’eccezione della collettiva sono certamente Pier Luigi Zonder Mosti (Massa, 1954), Giorgio Giuseppini (Massa, 1941), Nella Marchesini (Massa, 1901). Sicuramente ognuno di loro rappresenta un tassello fondamentale per la costruzione del vostro ragionamento. Potete raccontarci di più su queste tre figure e sulle motivazioni che vi hanno spinto a coinvolgerli?

G.S.R.: L’idea della mostra è quella di presentare artisti con un differente peso specifico all’interno dello scenario della pittura e vedere se anche opere che non hanno avuto lo stesso grado di ricezione e promozione si possono collocare felicemente al fianco di lavori  più noti e diffusi.
Si passa così da Nella Marchesini, massese di nascita trasferitasi poi a Torino dove ha partecipato del circolo di Felice Casorati, di cui esponiamo Natura morta con uva (1926) e che apre idealmente il percorso della mostra sia in quanto dipinto più antico fra quelli esposti, sia in quanto in questo quadro possiamo trovare l’idea di “pittura sommersa” che ha guidato la ricerca dei lavori da inserire in mostra. Con pittura sommersa intendo quella pittura che non viene generalmente recepita come legata ad un determinato territorio ma che rimane latente al di sotto dello strato epidermico. Il quadro, appartenente ad una collezione privata, non era mai stato esposto pur trovandosi dalla data della sua realizzazione nella città di Massa. Sulla stessa linea, il lavoro di Giorgio Giuseppini che vanta un lungo percorso all’interno della pittura con esposizioni importanti quali La Quadriennale di Roma negli anni ’70 e collaborazioni con gallerie storiche di cui abbiamo inserito in mostra due lavori degli anni ’80 connotati dal forte impatto visivo.
Infine Pier Luigi Zonder Mosti che ritengo un caso più unico che raro. Si tratta di un’artista che ha una frequentazione quotidiana con la pittura, che è stato allievo dello stesso Giuseppini al liceo artistico. Zonder Mosti non si è mai promosso come artista, pur frequentando l’ambiente artistico in Italia e a New York dove è arrivato nel 1987 (anno della morte di Andy Warhol), e proprio questo ha garantito una grande spontaneità ed ecletticità al suo lavoro, come in La felicità è un angelo dal volto triste (A.M.) (2005-6), ritratto immaginario di Amedeo Modigliani, tratteggiato a linee semplici e decise, direttamente dal tubetto di colore sulla tela ancora cellofanata.
Infine un quarto ospite d’eccezione è Pier Paolo Parolini di cui è allestita una mostra personale al (vero) Bar Ecuador. Noto artista di Massa morto negli anni ’90 e molto recepito nella zona e che ha, in modo diretto o indiretto, formato l’immaginario di molti. Un artista del cui lavoro, come spesso accade alla pittura sommersa, è difficile ricostruire il percorso.

Bar Equador_a local History for a global Medium_D’Amaro, Rossi, Giuseppini, Meoni, courtesy Cantieri Aperti ph Carlo Favero
Giorgio Giuseppini, Emersioni, 1981, acrilico su tela, 148 x 140 cm, courtesy Cantieri Aperti e l’artista, ph. Carlo Favero

Alessandra Franetovich: Il progetto espositivo ha avuto una gestazione di qualche mese, ma in realtà era nella testa di Giulio da almeno un paio di anni. Mi aveva già espresso il desiderio di lavorare a una mostra con e su artisti che sono stati o sono tuttora attivi sul territorio, sia per costituire una prima indagine così come per dare una diversa materialità (e anche solidità) al carattere decisamente effimero che la sezione di arte contemporanea del festival Cantieri Aperti ha sempre avuto. Dopo eventi dal vivo, residenze d’artista dislocate, portfolio review su due città ecc.. avevamo intuito l’importanza di fermare in un determinato spazio e luogo le riflessioni sulla relazione tra territorio in senso stretto (e quindi il locale) e l’esterno (che in senso allargato possiamo quindi definire, il regionale, il nazionale e, infine, anche il globale). In qualche modo, il sostegno regionale al festival ci ha portati entrambi a confrontarci con categorie problematiche, che nella teoria e nella storia dell’arte sono ormai analizzate e criticate da decenni. Come definire un senso di appartenenza? Possiamo lasciare che siano collocazioni spaziali o temporali a definire la nostra ricerca, o ancora di più, la nostra esistenza? E, come formare un dialogo equilibrato (magari orizzontale, per dirla con Piotr Piotrowski) tra ciò che avviene in una determinata area geografica con quello che si svolge in zone tendenzialmente più forti nell’ambito dell’arte contemporanea, se crediamo nel ruolo produttivo e “circolatorio” delle istituzioni? Questo approccio focalizzato sul senso di appartenenza è lo stesso che ci ha guidati verso Bar Ecuador e la sua “tribù”, con tutto il suo portato storico, artistico, etico e politico, e finalmente nello studio di Pier Luigi Zonder Mosti, un noto architetto che ha eseguito progetti di rilievo sul territorio e all’estero, vivendo alternandosi tra una metropoli e una città di provincia, dipingendo e producendo opere nella dimensione puramente privata. Le sue opere sono tutto e il contrario di tutto, perché liberamente decide come rendere in formati artistici le ombre delle sue visioni, che siano volti, paesaggi metropolitani, colori, segni, tratti. In mostra, abbiamo una sua opera nata in senso orizzontale, ma che da anni ha deciso di appendere per verticale, cambiando completamente asse e lettura, e così  per ora rimane, ma non mi stupirei se decidesse di modificarne ancora modalità di collocazione, o se vi intervenisse sopra. Tramite lui siamo entrati in contatto con la collezione Zonder, riferibile a un dottore locale attivo nei primi del ‘900, che oggi custodisce la natura morta di Nella Marchesini in mostra. Infine, le visite allo studio di Giorgio Giuseppini che si trova proprio a Borgo del Ponte (sede del festival e della compagnia Semi Cattivi). Con lui abbiamo fatto un ulteriore salto nel tema della città, come fattore limitante per la produzione artistica, sempre per mancanza di istituzioni, strutture, persone pseudo-istituzioni, o auto-istituzioni in grado di dare vita a un network se non forte, per lo meno saltuario. Pier Luigi, Giorgio e Nella presentano tre diversi percorsi artistici e professionali e altrettante diversi tipi di relazione con questa città, schiacciante per la sua inconsistenza.

S.S: Giacomo Montanelli è l’artista più giovane coinvolto, che proprio in questa occasione ha avuto la possibilità di organizzare Rimpiattino, la sua prima mostra personale. Rimpiattino come recita il comunicato stampa “è un’occasione per ragionare sulle qualità digital-age di corpi, architetture, luoghi e oggetti”. Qual è stato quindi il vostro ragionamento sulle qualità digital-age di corpi? Di quali corpi si sta parlando?

A.F: La mostra personale di Giacomo segue, più temporaneamente che concettualmente, la residenza d’artista cui ha preso parte lo scorso autunno. Influenzati dalle esperienze precedenti, potevamo aspettarci che Giacomo realizzasse un lavoro relazionabile al territorio, invece siamo rimasti stupiti, positivamente, dalla libertà con cui ha affrontato la proposta di realizzare la sua prima personale qui, prodotta dal festival. Sicuramente avere un anno di stacco può aver influito in questa presa di distanza, ma credo che sia una peculiarità di Giacomo quello di muoversi tra dimensioni enigmatiche e solo apparentemente riconoscibili. Le storie raccontate nella mostra sono infatti composte da frammenti chiari nelle forme ma sfumatissimi nei contenuti, in cui astrazioni e simboli sono riuniti nella creazione di un personale apparato iconografico. In questo, i diversi livelli dell’esserci – in uno spazio fisico, in uno spazio digitale, ma soprattutto direi sulla dimensione del quadro o dell’opera – sono tutti esistenti allo stesso momento, tutti validi, e nessuno prende il sopravvento. A suo modo, penso stia facendo quello che molti si propongono di realizzare oggi, materializzare in formati puramente artistici un dialogo tra dimensione umana e dimensione digitale, che ormai tutte le generazioni vivono.

Gabriele Tosi : Un corpo rinasce in pittura come avatar, nel capriccio di un’inferriata, dall’età del ferro e quella del litio. Un corpo è la città tatuata: una scritta tagliata e un simbolo d’amore non cancellato. Un corpo si scontra con una linea sottile, l’accesso è negato. Serve una password, quando non la si trova las manos de la cueva iniziano a bussare, le scimmie di Kubrick a urlare, Homer Simpson a sclerare perché non riesce ad aprire la sua bottiglia di birra. Nella notte ormai profonda l’avatar si rilassa e diventa piccolo piccolo. I moscerini, come dice Montanelli, aggrediscono i computer d’estate, quando la finestra è aperta e due cieli s’incontrano. Due grandi occhi controllano e custodiscono le peripezie del ragazzo-avatar.
Guardando la narrazione di Montanelli vedo un mondo che sente connessioni ultra materiali tra i suoi tanti frammenti, vedo che ogni cosa è messaggio e messaggero. Mi domando se la digital-age stia ritrovando, per questa via, il sogno olistico della new-age.

S. S.: Sempre ragionando sui lavori esposti a Rimpiattino, vorrei chiedervi: Cosa intendete quando affermate che le opere di Montanelli testimoniano un mondo che assomiglia per realismo a quello “di sempre” ? In questo specifico caso, cosa intendete  per realismo ?

G.T: Intendo dire che l’intenzione dell’artista è di raccontare le cose per come sono, senza concettualizzazioni e senza teorizzazioni. Le cose di Montanelli si animano perché, come ne Il quarto stato di Pelizza, c’è una massa di “altro” che le muove in una direzione forse non così definita. Sono spingitori di emozioni e influencer di segni. Ma le entità non sono solo come appaiono. Nella loro ostentata “piattezza”, che poi è la stessa “flatness” presentata dalla pittura di Montanelli, si nasconde un desiderio di vitalità che è un realismo ottenuto dando forma al mistero. La prima scultura di Montanelli ad esempio, presentata in Rimpiattino come scaturigine della narrazione e come traslazione di un disegno in tre dimensioni – uno strano schizzo ritrovato in un taccuino, oggetto citato da Montanelli nella quadrettatura della base e nella cromia blu biro –  dimostra come la magia dello spazio e del tempo propria dell’arte sia un linguaggio vivissimo, e che l’illusione della pittura e della scultura generi ancora terre promesse in cui fare pace col mondo.

G.S.R: All’interno di Rimpiattino coesistono diversi livelli di realtà. Il primo è il disegno progettato da qualcun altro che Giacomo eredita e porta ad una formalizzazione tridimensionale. Il secondo è costituito dai quattro dipinti collocati alle pareti che, similmente alle predelle rinascimentali, hanno una carica narrativa, agita da un possibile personaggio immaginario in funzione però di un evento principale che non è rivelato nella mostra e, in relazione al quale, agiscono come narrazioni a margine. Infine, l’ultimo livello di realtà appare nella mappa elaborata da Federico Cantale che propone, esattamente come in un videogame, un sovra livello. Sebbene si tratti di una mostra personale, Montanelli fa emergere lo spazio di una coautorialità, che aveva già connotato altre sue esperienze precedenti.

Giacomo Montanelli_Rimpiattino, courtesy Cantieri Aperti e l’artista, ph. Carlo Favero
Giacomo Montanelli_Rimpiattino, courtesy Cantieri Aperti e l’artista, ph. Carlo Favero
Giacomo Montanelli_Disegno blu su carta, 2020, Ferro verniciato. MDF. Acrilico, 60 x 60 x 40 cm, courtesy Cantieri Aperti e l’artista, ph. Carlo Favero

S.S : Bar Equador si inserisce all’interno di un progetto molto più articolato: Cantieri Aperti – The Empty Museum VII edizione. Oltre a voi e agli artisti coinvolti nelle due mostre prendono parte anche: Beatriz Escudero, Cripta 747, Kasia Sobucka, Alice Ronchi, Michelangelo Consani, Salvator Rosa, Matteo Fato, Virginia Zanetti, Marcello Spada, Silvia Hell, Ruth Beraha. Quale saranno le attività di questi soggetti coinvolti? Potete raccontarci meglio la regia dell’intero progetto?

A.F: Al suo secondo anno, la portfolio review ha subito alcune modifiche in quanto, consapevoli delle difficoltà che avremmo incontrato nel riunire tante persone in un unico luogo, abbiamo cercato di trarre da questo del positivo. Abbiamo quindi utilizzato l’online per coinvolgere tre realtà culturali di rilievo internazionale, ossia, Beatriz Escudero, Cripta 747, Kasia Sobucka, a interfacciarsi tramite incontri online con nove artisti, sei dei quali sono stati selezionati da spazi del contemporaneo attivi in Toscana: Salvator Rosa da Carico Massimo, Virginia Zanetti da Estuario project space, Michelangelo Consani da Museo d’Inverno, Stefano De Ponti da Nub project space, Marcello Spada da Toast project space e Alice Ronchi da Lottozero. A loro si aggiungono i tre nomi per Cantieri Aperti, io ho incluso Silvia Hell, Giulio ha invitato Matteo Fato, e Gabriele ha chiamato Ruth Beraha. Questi incontri avverranno privatamente in modalità uno a uno, cioè ogni curatore si relazionerà a ciascun artista tramite la conversazione sui contenuti di portfolio condivisi in precedenza. Successivamente si terranno tre incontri pubblici online (che potranno essere seguiti in streaming sul sito che stiamo per rendere pubblico a giorni), in cui ciascun curatore presenterà un intervento su temi curatoriali di sua elezione coinvolgendo alcuni degli artisti conosciuti durante questo mese di portfolio review private. L’idea di base è sempre quella di porre in dialogo figure che operano in aree geografiche differenti perché reputiamo sia importante “mescolare le carte”, oltrepassare limiti, personali e professionali, di luogo di elezione o vita, limiti che siano imposti dai bandi o semplicemente andare oltre il proprio network.

S.S : Trovo molto interessante l’idea di affiancare alle due mostre una  piattaforma digitale barequador-cantieriaperti.com dove verranno approfonditi temi e riflessioni, spostando parte del progetto in questo format curatoriale digitale, che nell’attuale scenario mondiale diventa quasi una necessità. Potete raccontarci di più di questo “progetto nel progetto”?

G.T : Lavorando con Maria Cecilia Cirillo e Matteo Pirolo alla realizzazione della piattaforma è apparso centrale il tema dello sdoppiamento. Bar Ecuador con la C che diventa Bar Equador con la Q: un gemello siamese virtuale, attaccato al reale per prescrizione viscerale. L’esercizio è quello di moltiplicare gli occhi in luoghi dove il corpo resta seduto e incontra altri occhi con regole fisiche diverse dalla presenza scolastica. Non trovo differenze tra l’Equador che ha rianimato per qualche giorno la ex-galleria margini e l’Equador che sarà online. Sono tutti luoghi falsi che fingono di essere veri perché in essi prenda vita un territorio alternativo. In senso più ampio penso che lo statuto del digitale, corroborato dalla sua necessità attuale, possa aiutare a ripensare le mostre stesse e i loro format rinfrancandoli dal peso della concretezza, aiutandoci a ricordare che spesso l’arte è la più vera tra le cose finte e viceversa.

A. F: Dal 25 ottobre il sito internet sarà progressivamente fruibile, accogliendo riletture di eventi che si stanno tenendo dal vivo (come le mostre all’ex galleria Margini), e interventi che si propongono di offrire visioni diverse, magari approfondimenti, sia su Bar Ecuador che su Bar Equador. Cirillo e Pirolo sono autori dell’identità grafica di un organismo che nasce nella consapevolezza e nell’ambiguità di voler essere un doppio, perciò ospiterà elementi “originali” ma digitalizzati (delle vere e proprie copie) però rielaborandole, di modo da aggiungere significati e visualizzare alcune delle riflessioni sull’appartenenza che sono state presentate in questa intervista. Tra i vari contenuti che saranno fruibili, ci saranno interventi testuali e visuali che intendono spiegare cos’è Bar Ecuador, testimoniare come questo bar sia stato ed è ancora oggi epicentro di buona parte della produzione creativa in ambito alternativo e underground del territorio. Sul sito ci sarà difatti anche la versione digitale della personale allestita al bar di Pier Paolo Parolini, un artista molto noto a Massa ma ingiustamente ancora sconosciuto fuori dalla città. Ma contiamo di allargare questo discorso, inglobando altri artisti che gravitavano e gravitano attorno a questo spazio, come Domenico De Angeli, ma anche testi commissionati a scrittori attivi a Massa, come lo stesso Franco Rossi, fondatore del festival e dell’associazione Semi Cattivi, e Ivan Carozzi che, oltre ad essere di Massa, ha già partecipato al festival diverse volte, come partecipante ma anche pubblico. Ci interessa provare a mescolare ciò che Giulio ha definito “mitologie personali” locali con le memorie dei testimoni-scrittori, e poi con brandelli di storie che intersecano e costituiscono narrazioni minoritarie nella Storia di una città, provando così a contribuire alla scrittura di vicende di figure importanti su cui ancora cala il silenzio. Chissà che il formato del sito internet, con la sua possibilità di giungere ovunque e a chiunque, non si presenti come mezzo ideale per riuscirci.

Bar Equador: a Local History for a Global Medium all’interno della settima edizione di CANTIERI APERTI – The Empty Museum.
Bar Equador è a cura di Alessandra Franetovich, Giulio Saverio Rossi, Gabriele Tosi.
16 – 25 ottobre 2020 | Ex Galleria Margini, via dei Margini 11, Massa