Exhibition view - I Never Promised You a Rose Garden - Credit Michela Palermo

Exhibition view – I Never Promised You a Rose Garden – Credit Michela Palermo

I Never Promised You a Rose Garden, mostra curata da a r c h i p e l a g o in occasione di Manifesta 12, indaga la complessa nozione di affetto in un’epoca connotata dalla crescente smaterializzazione delle relazioni interpersonali. Il progetto, caratterizzato da una radicale eterogeneità di linguaggi espressivi, si sviluppa attraverso diverse piattaforme: una mostra, una selezione di libri, un profilo Instagram usato da due artisti come se si trattasse di un’app di incontri.
Magali Avezou, fondatrice di a r c h i p e l a g o e curatrice del progetto, racconta la genesi della mostra, interrogandosi sui significati di affetto, intimità, amore e sulla nascita di una presunta “cultura delle emozioni” contemporanea.

Non ti ho mai promesso un giardino di rose affronta la dimensione emozionale delle nostre comunicazioni e l’impatto del digitale sulle relazioni interpersonali.
La mostra esplora le nozioni di emozione collettiva e intimità, di presenza ed assenza, e guarda all’amore nell’epoca del capitalismo e Tinder, al lessico affettivo e alla vocazione romantica. Nello studio Frontiera si presenterà il lavoro di dieci autori, artisti visuali e scrittori. A Minimum sarà esposta una selezione di saggi, romanzi e libri di artista. (da CS) 

ATP: Quello dell’affetto è uno di qui campi lessicali in cui la lingua italiana non riesce a raggiungere la complessità del linguaggio e della discussione anglosassone. Quale declinazione di affetto hai cercato di affrontare con questo progetto di mostra?

Magali Avezou: Rispondo con una citazione dal filosofo Brian Massumi: “Emozionare ed essere emozionati significa incontrarsi” / “To affect and to be affected is to be in encounter”. Ero interessata a esplorare lo svolgersi delle interrelazioni nell’era digitale, in confronto a quanto avveniva 30 o 200 anni fa. Se internet e i nuovi strumenti di comunicazione come WhatsApp moltiplicano i rapporti con le persone, non permettono quell’impressione intuitiva propria dell’incontro fisico. Allo stesso tempo il lessico politico e pubblicitario è sempre più emotivo, tanto da spingere alcuni teorici a parlare di “cultura emotiva”. Penso che qui ci sia un interessante paradigma/contraddizione, da un lato potremmo essere meno capaci nel relazionarci con altre persone nella realtà, dall’altro noi, nella sfera pubblica, parliamo costantemente di emozioni e di altre nozioni come cura, amore ecc.

Mentre facevo queste considerazioni mi sono imbattuta in un libro pubblicato da e-flux nel 2017: What’s love (or Care, Intimacy, Warmth, Affection) Got to Do with it? (Sternberg Press, 2017, Germaia) e mi sono interessata a come gli affetti e alcuni concetti che ruotano attorno all’amore possono essere utilizzati dal mercato e dal potere in generale. In modo simile, Eva Illouz nel suo libro Consuming the Romantic Utopia pone un’interessante ipotesi, ovvero che l’amore abbia rimpiazzato la religione quale motivo spirituale.

Ange Leccia - Logical Song

Ange Leccia – Logical Song

Ange Leccia - Logical Song - Installation view

Ange Leccia – Logical Song – Installation view – Credit Michela Palermo

ATP: E tale declinazione di affetto come prende forma nelle opere presentate in mostra?

MA: In Prayer Minna Pöllänen esplora il contrasto tra l’evidente intimità propria di un lenzuolo usato e i dispositivi tecnologici che permettono di “connetterci”, due “spazi” di affetto piuttosto diversi. Nel fare questo indaga il rapporto che le relazioni umane e la vicinanza instaurano con la società di mercato, il consumismo e la tecnologia.
Con l’applicazione Emotional Labor, Joanne MacNeil sottolinea come il modo in cui ci scriviamo fra di noi, persino in un contesto professionale, si suppone essere amichevole ed “emotivo”.
Heartbeat (1999), il lavoro web di Dora García, racconta la storia di una crescente comunità di giovani che ascoltano costantemente il proprio battito cardiaco attraverso le cuffie auricolari. È un’interessante metafora di un mondo nel quale l’affetto è così importante ma forse molto egocentrico.
Opening Tinder di Jocelyn Allen propone una conversazione tra due coinquilini impegnati a usare Tinder, l’applicazione per appuntamenti. Il video osserva con ironia il modo in cui ci rapportiamo con l’eventualità di scegliere un possibile partner affettivo, su un dispositivo digitale.

ATP: Nel processo di smaterializzazione che oggi riguarda le relazioni interpersonali, cosa accade agli affetti quando vengono privati della loro componente incarnata?

MA: La mostra si interroga su quale sia la natura degli affetti oggi: la “cultura emotiva” nella quale viviamo è il risultato di un ampliamento dello spazio dedicato agli affetti nella vita reale, oppure sta compensando una mancanza di connessioni “reali”? Gli affetti, l’amore, la cura, l’intimità stanno diventando un motivo, un leitmotiv senza contenuto?

Exhibition view - I Never Promised You a Rose Garden - Credit Michela Palermo

Exhibition view – I Never Promised You a Rose Garden – Credit Michela Palermo

Exhibition view - I Never Promised You a Rose Garden - Credit Michela Palermo

Exhibition view – I Never Promised You a Rose Garden – Credit Michela Palermo

ATP: In occasione della mostra hai lanciato INeverPromisedYou, un account Instagram nel quale due artisti che non si conoscono tra loro stanno conversando come se stessero usando “un sito di incontri o … un social media”. Il processo si sta sviluppando secondo le tue previsioni? E la sua fenomenologia come si differenzia da quella di una vera app di incontri?

MA: Questo progetto è un esperimento. Gli artisti hanno totale libertà e io non avevo alcuna reale aspettativa a parte vedere cosa sarebbe potuto succedere. La mia unica considerazione è che i due artisti sembrano sentire una certa pressione nel dover scrivere abbastanza. Il fatto che questa conversazione sia pubblica la rende profondamente diversa da una conversazione privata: hanno l’”obbligo” di portarla avanti fino alla fine della mostra; credo siano più cauti e attenti nell’esprimersi e la natura pubblica del progetto rende probabilmente impossibile raggiungere una vera intimità, come in una conversazione uno a uno. Il progetto non vuole solo imitare un’app di incontri ma capire come due artisti possano interagire in tale cornice.

ATP: Che ruolo gioca nel progetto la selezione di libri?

MA: La mostra di libri da Minimum è la prosecuzione di un precedente progetto sui libri d’artista e sulle pubblicazioni indipendenti intitolato burning with pleasure. In questo caso lavora come una sorta di spina dorsale della mostra allo Studio Frontiera o una cosmologia riguardante la nozione di affetto. Il display di libri non vuole fare una dichiarazione ma piuttosto sollecitare domande. Presentando Pride and Prejudice (Jane Austen, 1813) affianco a Technologies of Romance (Paul O’Kane, eeodo, 2017) o Excess of Margins (Max Pinkers, 2018), vuole creare connessioni, corrispondenze o, eventualmente, interrogativi su cosa ci “emoziona” e su come siamo “influenzati” [N.d.R Magali Avezou insiste sulla polisemia del verbo to affect, che significa sia “emozionare” che “influenzare”] dalle nostre relazioni interpersonali, oggi in confronto ad altri momenti storici.

I Never Promised You a Rose Garden 
11 October – 3 November
Palermo
Artisti: Alessandro Calabrese, Ange Leccia, Brian Kuan Wood, Dora García, Jean-Philippe Toussaint, Joanne McNeil, Jocelyn Allen, Leah Clements, Lee Mackinnon e Minna Pollanen.

Minna Pöllänen - Prayer

Minna Pöllänen – Prayer

Jean-Philippe Toussaint -MMMM

Jean-Philippe Toussaint -MMMM

Jocelyn Allen-Opening tinder

Jocelyn Allen-Opening tinder

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Leah-Clements, You Promised Me Poems