Søren Kierkegaard
L’avventura del giglio selvatico


Disegni di Matteo Fato 
Traduzione di Gianni Garrera
edizioni Quodlibet

2018, pp. 32 
240×340 mm, cartonato, illustrazioni bn

L’avventura del giglio selvatico di Kierkegaard è una fiaba straordinaria e spietata, che volevamo contrapporre alle parabole sentimentali dei brutti anatroccoli e delle sirenette. L’occasione ci si è presentata proprio con questo testo, pressoché sconosciuto, scoperto e tradotto da Gianni Garrera. Già in vita Kierkegaard si era intimamente contrapposto ad Andersen e alla sua maniera di raccontare favole, anzi, in competizione con il suo conterraneo e quasi contemporaneo Andersen, che stava diventando in tutto il mondo sempre più famoso e riconosciuto come insuperabile autore di favole, Kierkegaard meditava segretamente una propria maniera di scrivere favole: storie non di buon cuore, né rassicuranti, ma severe, dure, inesorabili, indagatrici del profondo. A una storia di questa natura doveva corrispondere una maniera di illustrare altrettanto estrema, senza però, come fa anche Kierkegaard, perdere di vista lo scopo di realizzare un reale ed effettivo libro per bambini. Anche tipograficamente, con il confronto con il responsabile di collana Giuseppe Garrera e con la Quodlibet, l’idea era stampare un libro “classico” di fiabe, comodo e maneggiabile per bambini, non tascabile alla maniera adulta, ma splendente, stampato a caratteri grandi, con copertina cartonata, resistente agli urti e alle aggressioni dei bambini. Però, questo principio è stato di volta in volta estremizzato allo scopo di mantenere alcuni bisogni di severità: il tratto nero e  tenebroso dei disegni (in apparenza predisposti ad accogliere l’eventualità e la libertà di essere colorati, in realtà scoraggianti), il biancore e il nitore della carta, i grandi vuoti e l’enfasi delle assenze. Pur in un apparente naturalismo del segno (d’altronde è la storia di un giglio ambizioso e di un uccellino dispettoso), le “illustrazioni” di Matteo Fato progrediscono segretamente verso un inappellabile monocromo finale, così come la storia progredisce verso l’angoscia del giglio. L’ideale di dare ai bambini, per la prima volta nella loro vita, la parola esistenzialista “angoscia” e simultaneamente visualizzarla con un monocromo nero ottenuto con furiosi scarabocchi e freghi, significava procurare due nozioni nuove, mai apparse prima nel loro mondo e premonitrici di temi o condizioni che si ritroveranno a vivere da adulti. Contestualmente il far convergere il nervosismo dei tratti dei disegni verso un monocromo era determinato dalla volontà di introdurre nella loro piccola vita un’astrazione della pittura contemporanea, altrimenti esclusa nel disegno per bambini. Pertanto il lavoro con Matteo Fato è stato di equilibrare i doveri e le attenzioni verso l’infanzia con la dose di violenza estetica che la storia del testo richiedeva. 

Santa Carne – Fanzine Teatro della Cenere

Santa Carne
2020
Stampa offset
26,5 x 38 cm

Direzione artistica: Marta Scaccia, Piero Martinello
Fotografie: Piero Martinello
Progetto grafico: Martina Camani, Gianna Rubini
Testi: Marta Scaccia, Cristiana Santambrogio, Cristina Simonelli, Alessandro Castegnaro
Training: Martina Camani, Elisabetta Luise, Marta Scaccia
Con L.S.L.C., Cristiana Santambrogio, Marina Picardi, Simone Maculan, Gianna Rubini, Maria Fiaccadori, Frida Turco
Produzione: L.S.L.C., Teatro della Cenere, Piero Martinello
Con il supporto di Crédit Agricole

© 2020 Associazione Culturale Teatro della Cenere Editore
© 2020 Gli autori per i loro testi e le loro opere

Non posso procedere di un centimetro
senza cercare di andare verso Dio.
Non posso muovere un dito
senza tentare di toccare Dio.
Forse funziona così:
Lui è nelle tombe dei cavalli,
è nello sciame la frenesia delle api,
è nel sarto che corregge il mio tailleur,
è a Boston, innalzato dai grattacieli.
È nell’uccello, l’impudica creatura alata.
È nel vasaio che trasforma l’argilla in un bacio.

Santa Carne
è un progetto di ricerca che vede la sua prima formalizzazione nella realizzazione di un prodotto cartaceo di 72 pagine, stampato in 5000 copie su carta di giornale formato tabloid e edito a marzo 2020 per Teatro della Cenere Editore. Questo non è il punto di arrivo ma la messa in forma di un’indagine ancora in atto.

Il progetto nasce dalla collaborazione tra Teatro della Cenere, il fotografo scledense Piero Martinello e il gruppo informale L.S.L.C. che si riunisce nell’indagine su tematiche LGBTQIA+, di antropologia, teologia e pratiche ecclesiali, fino alla questione tanto fondamentale quanto rimossa del rapporto tra la sessualità e la Chiesa cattolica.

Il nostro percorso comincia diverso tempo fa quando i membri di L.S.L.C., dopo aver già incontrato la pratica di Martinello, decidono di incontrare i registi e performer di Teatro della Cenere per comprendere come dar forma alla loro ricerca, consapevoli delle potenzialità insite nell’utilizzo di linguaggi differenti quali corpo, parola, fotografia.
I primi incontri tra gennaio e marzo 2019 sono serviti alla preparazione di un terreno comune da cui iniziare, attraverso l’intreccio di storie personali, la ricerca visiva e lo studio teorico. A questi sono poi seguiti alcuni giorni di formazione teatrale-performativa propedeutici alla settimana residenziale prevista per luglio 2019.
Il lavoro di training performativo attuato durante la settimana di residenza rappresenta il nodo centrale dell’intera fanzine, poiché “quello che si osserva in queste pagine è prima di tutto un tentativo mai concluso ma sempre ripetuto dall’inizio, e così rinnovato, di indagare le ragioni di una radicale rimozione del corpo, e di quanto è ad esso connesso, dall’esperienza teologica e di pratiche ecclesiali da parte di un gruppo di non attori. […]Perché ciò che si agita in quest’opera è senz’altro la ferma decisione di non voler intraprendere un discorso sui corpi ma di fare in modo che siano i corpi a dare vita a un discorso.”

I membri del gruppo L.S.L.C. hanno così intrapreso la loro ricerca attraverso il corpo guidati dalle performer di Teatro della Cenere, venendo sapientemente immortalati dalla fotografia di Piero Martinello.
I materiali emersi in tutta l’esperienza sono successivamente divenuti cuore dell’elaborato grafico di Santa Carne, che insieme alle fotografie di Martinello e ad alcuni testi scelti, contiene quattro testi firmati da Marta Scaccia (direttrice artistica), Cristiana Santambrogio (L.S.L.C.), Cristina Simonelli (presidente del Coordinamento Teologhe Italiane) e Alessandro Castegnaro (sociologo), che insieme aiutano a comprenderel’opera e offrono visioni complementari di lettura della stessa. 

Il fine del progetto è la divulgazione su larga scala della fanzine allo scopo di sensibilizzare e di stimolare una riflessione nella società odierna rispetto ai temi sopracitati, il che ne spiega l’alta tiratura e la distribuzione gratuita.
Anche ora, a giornale stampato, sembra che il percorso sia tutt’altro che concluso e si aprono sempre nuovi spazi di riflessione, altri modi per pensare e vivere il corpo; affiorano le testimonianze di chi si interroga su cosa sia Chiesa e perché, su quale sia il conflitto tra il corpo e la sacralità della fede e perché debba esisterne uno.

Daria Tommasi
Palette ionica

La fanzine raccoglie una selezione di fotografie digitali e analogiche, disegni e collages, che come una palette emotiva sintetizzano le impressioni di un viaggio. L’elaborazione attraverso il formato-libro è una maniera di fissare e definire colori e odori, sensazioni inafferrabili suscitate da un luogo dal forte potere evocativo come la Calabria, più nello specifico l’Aspromonte.

Il ritratto che emerge da questa composizione però non si limita agli aspetti naturalistici, che non basterebbero a definire il territorio. Questa indagine per immagini volutamente priva di commenti o didascalie cerca di cogliere l’aura di quell’estate eterna in cui vivono questi luoghi, pervasi da una dilatazione dello scorrere del tempo che annulla lo scarto tra passato e presente.
Uomini vissuti centinaia o migliaia di anni fa, leggende e miti sono presenze che ancora oggi abitano quegli spazi selvaggi, dove non è l’uomo a connotare il territorio ma piuttosto il contrario.
La cura della stampa e i materiali scelti trasformano le suggestioni vissute in un supporto fisico dove la soggettività dell’autrice si fa da parte per lasciare spazio al dialogo con il territorio, vero Io narrante di questo personale album delle vacanze.

15×21 cm; stampa digitale; sovracopertina in carta
semitrasparente, 28 pagine; 15 copie; anno di pubblicazione 2018.

Giulio Lacchini e Ermanno Cristini In mezzo alle cose

Giulio Lacchini e Ermanno Cristini
In mezzo alle cose
2016
Edizione in 200 copie – Tipografia Fantigrafica, Cremona
Produzione Studio Permanente
Libreria del Convegno, Cremona

È un libro costruito in dialogo tra due artisti e concepito come “frontiera” lungo cui camminano e si scambiano due diversità. Ad immagine risponde immagine in un gioco di specchi dove il parlare all’altro è un modo per riconoscere il sé. In mezzo sta la trama degli interstizi, la pausa tra le cose, i loro silenzi eletti a luoghi in cui si disegna il senso. Il racconto visivo procede con un incedere lento, nutrito del rapimento per il marginale, le incertezze, le negligenze, la pigrizia del gesto, l’economia del segno. Fa da filo conduttore il fantasma della finestra, o un “guardar fuori” eletto a proiezione verso un’altrove da cercarsi nelle pieghe del qui.