ATPreplica presenta la terza e ultima uscita legata alla mostra Spoken Narratives presso lo spazio di REPLICA (Villa Vertua Masolo, Nova Milanese). In questa occasione sono stati selezionati due libri d’artista di Francesco Pedraglio e due volumi realizzati dalla sua casa editrice indipendente Juan de la Cosa. Per leggere la prima e la seconda selezione di libri d’artista a cura di Diego Bergamaschi fare riferimento a #ATPReplica 18 e #ATPreplica19 .

A man in a room spray painting a fly (or at least trying to ) Francesco Pedraglio Book Works (London, UK)

A man in a room spray painting a fly (or at least trying to )
Francesco Pedraglio
Book Works (London, UK)

Considerando gli inevitabili alti e bassi nell’accidentata carriera di un artista, ho sempre pensato fosse importante proteggersi le spalle e riconoscere immediatamente un’attività su cui si possa far affidamento nel caso in cui tutto il resto vada alla malora. Essere pronti al peggio, insomma… senza mai farsi prendere di sorpresa.

Mi spiego meglio. Prendiamo il caso certamente non unico del mio amico Paul. Dunque, Paul si definisce “pittore” prima ancora di definirsi artista. L’ha sempre fatto e continua a farlo tutt’oggi. Ammetto che sin dal nostro primo incontro la cosa m’ha sempre incuriosito. A dirla tutta l’ho sempre ritenuta una limitazione, un auto-sabotarsi tipico, appunto, di un certo tipo di pittori (e non me ne vogliano male quel tipo di pittori!) L’idea stessa di compartimentalizzare la propria pratica mi sembrava un segno palese del confondere l’idea di “arte” con quella di “mestiere”. E sono andato avanti a crederlo per un bel po’. Fino a che, anni dopo, ho finalmente capito come la pittura fosse per lui – per Paul come per molti altri – quello che la scrittura è sempre stata per me: un angolo in cui, succeda quel che succeda, ci si può sempre rifugiare senza dare troppo nell’occhio. Insomma qualunque catastrofe si presenti all’orizzonte, qualunque impedimento non mi permetta di lavorare, posso sempre fermare tutto e scrivere.

Ora, dico tutto questo per il semplice fatto che il libro A man in a room spray painting a fly (or at least trying to) è una vera e propria celebrazione di questo luogo sicuro, questo rifugio, della scrittura stessa. Concepito come una raccolta di testi eterogenei e scritti nel arco di tre o quattro anni – note sparse, testi per performance, storie brevi, poesie, – il libro si trasforma lentamente e attraverso un lavoro di cut-and-paste in romanzo stratificato in cui un gruppo astratto di personaggi spariscono e ritornano, e in cui le loro storie si interrompono per poi ricominciare. L’idea di fondo è quella d’immaginarsi questo gruppo eterogeneo di personaggi surreali come fossero essi stessi l’incarnazione multiforme dell’idea di letteratura: cadaveri da rianimare ad nauseam ogni qual volta una storia viene ricordata e raccontata.

Come suggerisce il titolo stesso (e l’assurdità proposta dall’azione stessa di “dipingere” una mosca)lo sforzo di creare una narrativa coerente nel garbuglio di queste storie, di questi personaggi e di queste forme narrative diverse è una battaglia persa a priori, ma in cui il xxxx sembra una ragione sufficiente per combatterla.

Choreography/Coreografía Paul Becker Juan de la Cosa / John of the Thing (Mexico City)

Choreography/Coreografía
Paul Becker
Juan de la Cosa / John of the Thing (Mexico City)

Choreography/Coreografía è una novella breve che utilizza come struttura narrativa l’idea di messa in scena, di ripetizione e duplicazione. Come lo stesso Becker ama sottolineare, il libro è scritto “dall’interno” del film Chinese Roulette di RW Fassbinder (1976), riprendendone alcune scene, sviscerandole e analizzandone elementi scenografici, movimenti e intensità. E tuttavia ben presto il riferimento concreto al film di Fassbinder si perde, lasciando il posto a una personalissima narrazione barocca.

Forse proprio per questo, a voler parlare del libro, non posso che utilizzare la stessa strategia proposta da Paul e lavorare a una potenziale sceneggiatura che comprenda le ragioni per cui Juan de la Cosa ha deciso di pubblicare Choreography/Coreografía.

SCENA DI APERTURA:

passeggiare per le sale del 18°/19° Secolo del Prado di Madrid e giocare a un gioco in cui ognuno di noi sceglie un dipinto che ruberebbe volentieri dalla collezione per portarselo a casa. Chissà poi cosa avresti scelto. Forse anche tu ti saresti soffermato sul cane semi annegato, con solo il muso a resistere alla forza annientatrice delle onde marroni e del cielo ocra, alla loro rabbia muta e minacciosa. Chissà.

QUINDI… fissando in silenzio tre dei tuoi quadri:

A) un ritratto di una giovane Barbara Hepworth sdraiata su un letto color cremisi… o forse un divano. Il parallelo con il cane semi annegato mi sorprende… il mare e il cielo sostituiti dal letto scarlatto, la figura quasi completamente inghiottita dalla pienezza di quei colori. L’unico elemento sopravvissuto alla tragedia: una mano delicata che resiste al diluvio, alla fine del mondo. La mano diventa il soggetto principale, come tutte quelle altre mani che riappaiono più e più volte in questo tuo libro insieme ai loro movimenti coreografati. Una premonizione, forse.

B) un babbuino, o una scimmia che fissa la propria immagine riflessa in un piccolo specchio di rame. L’animale è dipinto di profilo, dando l’impressione che noi – gli spettatori – possiamo quasi scorgere il profilo del animale nel piccolo oggetto. Eppure lo specchio non è dipinto e la sua lucentezza viene direttamente dalla lucentezza della lastra di rame su cui hai applicato il resto dei colori. E così finiamo per osservare la scimmia che si guarda allo specchio, trasformandoci noi stessi in soggetti potenzialmente osservabili. Un gioco di prospettiva contorto.

C) una donna… una Sfinge che fissa ostentatamente qualcosa o qualcuno che si trova fuori dalla cornice. Le sue mani appaiono minute mentre si appoggiano su di una forma semicircolare, un contorno astratto posizionato al centro di quella che sembra essere una configurazione cerimoniale. A una osservazione più attenta, scopriamo che quella seconda forma non è altro se non il contorno di un’altra testa. Il rituale è intimo, quasi domestico. Possiamo solo scorgere frammenti della scena: una donna, un altro contorno umano che non possiamo discernere completamente, uno sguardo senza messa a fuoco, nessun punto di fuga. In fondo non possiamo nemmeno essere certi a chi appartengano quelle prime mano, e la loro improvvisa estraneità le trasforma in oggetti di scena.
Questi stralci d’immagini e le caratteristiche della loro composizione orbitano attorno alla tua coreografia, si muovono attraverso il tuo sistema di riferimenti.
Finalmente: la lettura completa la scrittura… la scrittura completa la pittura.

BASE BASE Jesper List Thomsen Juan de la Cosa / John of the Thing (Mexico)

BASE BASE
Jesper List Thomsen
Juan de la Cosa / John of the Thing (Mexico)

Questo libro viene da molto lontano. Viene da un luogo che incarna l’essenza stessa di confine. Non mi riferisco semplicemente a un limite geografico, ma più ampiamente alla lettura dell’idea di estremità come potenziale baluardo del significativo, del consequenziale. E inevitabilmente, una volta introdotta quest’attenzione speciale verso il margine, ecco spuntare un riferimento al movimento, al corpo. Movimento verso e attraverso. Movimento dentro e oltre. O più semplicemente, movimento come spazio di pensiero.

Uno dei miei primi ricordi legati al lavoro di Jesper ha a che vedere con la fine di una strada… letteralmente la fine di una strada. All’epoca ero appena tornato da un viaggio in Nord Africa dove, nel girovagare più caotico, avevo accidentalmente attraversato lo stesso paesino di confine in cui anche Jesper, pochi mesi prima, aveva trascorso alcuni giorni. Si trattava dell’ultimo villaggio prima del deserto, prima che la strada scomparisse, inghiottita dalla sabbia… l’inizio di un altro percorso più incerto. I suoi giorni in quel paesino erano stati giorni di scrittura, mi ha poi raccontato. E proprio lì, incarnando tutte le soglie e le estremità che sarebbero poi comparse nei suoi testi, il camminare e lo scrivere si erano confusi in una sola azione… il corpo riecheggiando nel linguaggio, i limiti di uno espressi attraverso i limiti del altro.

Ma è anche vero l’opposto, e questo libro potrebbe venire da molto vicino… dall’epidermide che sente e divide. Dal corpo deambulante che si avvicina e che distanzia. Da una lingua parlata che è anche suono incoerente, espressione che imita, produce o più banalmente riproduce.

In fondo BASE BASE è una raccolta di tre poesie lunghe che vanno lette come semplici pezzi di linguaggio, brandelli di suono e ritmo, meccanismi puramente empirici facilmente assimilabili e abitabili da qualsiasi corpo in gradi di parlare e camminare… o parlare in movimento.

Finalmente si tratta di un libro di un artista il cui lavoro si incentra sulla fisicità del pronunciare una frase, una parola, una lettera… e nelle conseguenze della loro messa in stampa, del loro divenire oggetto. Ancora una volta: un confine e il superamento del confine.

Spoken Sculptures – Francesco Pedraglio Juan de la Cosa / John of the Thing (Mexico)

Spoken Sculptures
Francesco Pedraglio
Juan de la Cosa / John of the Thing (Mexico)

Volevamo un formato agile, più facile da commissionare e produrre rispetto ai libri bilingue (inglese e spagnolo) su cui si basava il lavoro editoriale di Juan de la Cosa / John of the Thing. Insomma un libretto dalle caratteristiche ben precise e dal design riconoscibile: 32 pagine in bianco e nero con una doppia pagina d’immagini a colori e una copertina a tinta unica. Semplice e diretta. Da qui è nata l’idea d’iniziare una nuova serie e di chiamarla Notebooks series. Ci saremmo focalizzati su tutto ciò che di scritto un/a artista si lascia alle spalle durante la preparazione di una mostra. Una selezione di appunti, note e bozzetti rubati dai quaderni – i notebooks, appunto – di un/a artista giusto mentre è occupato/a con una produzione di nuovi lavori.

L’idea è semplice: prendiamo una mostra. Immaginiamoci l’artista al lavoro. Cosa succede se ci dimenticassimo per un attimo il risultato finale e ci focalizzassimo invece su tutte quelle narrazioni frammentarie, quei pensieri in via di formazione, quei bozzetti grezzi e tentennanti che riempiono pagine di appunti e che normalmente vengono superati dalla produzione del lavoro vero e proprio? Ci può essere qualcosa d’interessante nella loro precarietà, nella loro incompletezza e temporalità? Noi eravamo sicuri che la risposta fosse sì. Da qui è nato Spoken Sculptures, il primo libretto della serie Notebooks.

Il libro raccoglie testi e disegni relativi a sei delle mie “sculture parlate”, lavori in cui le installazioni sono accompagnate da un testo che ne scandisce il ritmo di montaggio (le sculture normalmente sono presentate con una performance live) e che finisce per far parte dell’opera stessa tanto quanto gli elementi scultorei veri e propri. L’idea era – ed è a tutt’oggi – quella di cercare di proporre  un’equivalenza tra oggetti, voce e scrittura, immaginandosi un possibile sovrapporsi tra la narrativa, la performance di una sceneggiatura e la materia scultorea restante.

Nel caso di Spoken Sculptures e data la natura del lavoro stesso, da semplice quaderno rubato, il libretto s’è trasformato anche e sopratutto in un manuale per la lettura delle diverse sculture… un oggetto che può avere una sua vita parallela all’interno dello spazio espositivo.