Matteo De Nando e Giulia Papetti – Flesh, 2019

Matteo De Nando e Giulia Papetti
Flesh, 2019
21 x 33 cm, 56 pagine, 20 copie numerate

Il progetto si è sviluppato a partire da un approccio quotidiano col medium, principalmente il telefono e qualche semplice compatta; io e Giulia raccoglievamo in quel periodo scatti analoghi del contesto urbano meneghino durante le passeggiate, di conseguenza il carattere prevalente di questa raccolta era proprio il suo essere percorso nella città.
Da questo continuo collezionare immagini, che finivano poi quotidianamente nella griglia social di instagram, abbiamo deciso di evolvere la ricerca dando vita a una pubblicazione. La vicinanza estetica con due ragazzi cileni (Bastian Arce e Joaquin Ortiz), che svolgono tutt’ora un’indagine analoga nel loro umwelt urbano, ci ha poi portato a una collaborazione nella creazione dell’installazione che avrebbe accompagnato la presentazione del libro d’artista.

Per tutti noi era forte l’esigenza di ascoltare ed essere colpiti dalle immagini esplorando in prima persona, e lavorarando sul territorio tramite una fotografia diretta e dal sapore amatoriale, tra il ‘garbagecore’ e il leftover tipico di ‘Making Do and Getting By’. Si era mossi talvolta dal puro incontro occasionale, e talvolta da una ricerca spasmodica ed eccitata, in cui le immagini pubblicitarie che presentavano corpi umani diventavano oggetti di un’attrazione vertiginosa-pornografica: sembravano interagire con noi ed il contesto, domandandoci un’attenzione privata come in un flirt, uno sguardo allettante raccolto per strada; un rapporto intimo di sguardi con il prodotto.

In Flesh questo feeling tra l’immagine seducente e l’osservatore è smorzato dalla fisicità del supporto in cui queste immagini vivono, sgualcito e rovinato dal tempo: ci comunicava un sentimento a metà, un piacere negativo, simile a una sorta di nostalgia o uno spleen, come un malessere per un futuro prossimo poco promettente nascosto tra le membra delle immagini pompose dell’industria pubblicitaria, dove cerca di sopravvivere. 
Ci interessava la carne, il corpo delle immagini commerciali, e come questi fossero inesorabilmente soggetti al declino; come la mancata cura, la sregolatezza, delineassero un paesaggio disarticolato fatto di merce, pornografia, crepe, detriti e spazzatura: un ‘junkspace’. E nonostante tutto fosse li a guardarci con occhi seducenti, come una vecchia prostituta sciatta, il trucco sempre più pesante, e la libidine impazzita; più è decadente e più diventa sfacciata e apprensiva.

Dario Bitto – BYE BYE LEA – Credit T Space

Dario Bitto
BYE BYE LEA

Rilegatura con Bulloni Metallici
Stampa laser su PVC Bianco e Grigio. Copertina Flessibile in PVC Trasparente. 64 pagine, 17 cm x 25 cm

Bye Bye Lea è una drammaturgia composta da disegni vettoriali e brevi testi. Il Libro di suddivi- de in tre capitoli principali, che indirizzano la sceneggiatura e il lettore in un percorso narrativo, creato per essere la partitura di una performance.

Bye Bye Lea è, così, una raccolta spontanea di immagini ed estratti testuali che analizzano il rapporto con l’altro – o l’esterno – narrando di un rapporto sentimentale nell’epoca Neoliberale, dove gli scarti di un immaginario totale diventano frammenti di un linguaggio fisico e cognitivo, che si appella a nuovi valori e desideri.

Bye Bye Lea è una pubblicazione che rientra nel ciclo di lavori prodotti per il progetto Three Tips Or Maybe Four e, sviluppato a Lisbona nella residenza Maumaus. 

Pietro Ballero – Crolli, 2018

Pietro Ballero
Crolli, 2018
Fogli e borsa di plastica
dimensioni variabili, 96 pagine

A metà fra un’edizione d’artista e a metà fra un’installazione, “Crolli” è un viaggio virtuale attraverso 6 località siriane indicate dall’UNESCO come “Patrimonio dell’umanità”, ma che attualmente risultano essere gravemente danneggiate a causa del conflitto armato che dal 2011 incombe pesantemente su questa regione.

Nel contesto di una simulata gita turistica, più di 90 immagini sono state recuperate attraverso Google Street View, tramite fotografie a 360° caricate online dagli utenti del web prima che gli orrori della guerra danneggiassero irrimediabilmente le vite e i luoghi di questa regione.
Attraverso piccoli dettagli, le immagini raccolte cercano di indagare la presenza umana e le testimonianze di civiltà destinate a scomparire a causa dei conflitti armati. Stampate in b/n su carta usomano, tali immagini sono appallottolate e gettate all’interno di un comune sacchetto di plastica, con l’intento di invocare l’immaginario di un sacco della spazzatura contenente detriti e calcinacci.

Chi usufruisce dell’opera è invitato a consultare tali pagine aprendole e appallottolandole nuovamente. Così, ogni volta che vengono consultate, le immagini si rovinano irrimediabilmente e progressivamente saranno sempre meno leggibili. Esattamente come le rovine dei patrimoni culturali siriani o, peggio ancora, come tutte le vite sconvolte e devastate dagli orrori di questo terribile conflitto.  

Susanna Baumgartner
Resto, 2018

Realizzato con il supporto della Fondazione Lac o Le Mon
volume stampato in 70 copie

Mi sento apolide e mi piace immergermi, idealmente, nel mondo circolare della natura. Insieme all’agronomo del paesaggio Massimiliano Cecchetto ho creato il blog eterotopia, con l’intento di recuperare un rapporto con la natura e le sue metamorfosi che comprenda macro e micro cosmo.
Esiste una forte relazione con l’invisibile nel mio lavoro. Seguo un certo tipo di pensiero che posso riassumere in due parole: polarità e opposti. Come legge e natura, caos e cosmo, creando un punto grigio e cruciale tra divenire e svanire. Attraverso l’ascolto le forme nascono per caso, dalla profondità dei miei organi interni che “guidano” la mia mano.
Non indago il tratto, mi lascio guidare dai segni con meraviglia e stupore.

Prima di iniziare un lavoro, mi creo una sorta di piccolo rito iniziale, come una buona e sana abitudine che mi permette di mantenere una grande lucidità e nello stesso tempo di lasciarmi sorprendere.
Le forme provengono dal sapere che ho accumulato e nello stesso tempo sono altro.
Inizio da un testo letterario o filosofico e da alcuni punti fermi come una misura ben precisa, per esempio quella delle mie mani, e creo una o più forme che restino all’interno di queste piccole o grandi certezze. Ascoltando i vuoti come i pieni, cercando sempre un ritmo interno, una certa musicalità. Mi piace che il lavoro abbia una valenza installativa, oltre alla sua origine molto intima e profonda, che si generi un forte rapporto con lo spazio. Uno spazio sia interiore che esteriore, come un respiro.
Un libro d’artista mi permette di immaginare uno spazio installativo in una sequenza temporale che può diventare atemporale. Una serie di intervalli e frammenti che diventano un ritmo.

In Resto, ogni frammento e collage nasce da ciò che era stato scartato e dimenticato. Compreso il quaderno rilegato a mano che è diventato un libro d’artista unico. Potrà essere visto solo grazie alle fotografie di Fabio Mantegna, quindi solo secondo il suo punto di vista.
Quello che non ho amato può essere amato come frammento che diventa altro dalla sua origine. Un incontro mancato che riaffiora e assume un’altra forma, un altro inizio.
Traccia di un resto che può significare anche rimango, non me ne vado, sarò memoria di un resto/scarto.