Quando la paura mangia l’anima, Artur Zmijewski al PAC di Milano – Intervista con il curatore Diego Sileo

“Nel progetto espositivo del PAC, la paura è anche quella della malattia, dei disturbi mentali e della disabilità, quella paura di non essere accettati, capiti, la paura del diverso da noi, la paura di ciò che non sappiamo e che ci spaventa.” Diego Sileo
5 Aprile 2022
Artur Żmijewski Realism, 2017 Still video Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo
Quando la paura mangia l’anima, Artur Zmijewski al PAC di Milano – Foto Elena Bordignon

Tra le più coinvolgenti ed estreme proposte espositive di questa entusiasmante stagione espositiva milanese, la mostra di Artur Zmijewski al PAC di Milano (in mostra fino al 12 giugno), ci racconta una delle sensazione più recondite dell’animo umano: la paura. Fin dalle prime righe dell’intervista che pubblichiamo del curatore della mostra Diego Sileo, scopriamo che la selezione di opere in mostra, raccontano della “paura della malattia, dei disturbi mentali e della disabilità, quella paura di non essere accettati, capiti, la paura del diverso da noi, la paura di ciò che non sappiamo e che ci spaventa.”
Artista a tutto tondo, Artur Zmijewski ha rappresentato nel 2005 la Polonia alla 51a Biennale di Venezia e tra le sue tante partecipazioni a mostre ed eventi internazionali si ricordano documenta 12 (2007), Manifesta 4 (2002) e documenta 14 (2017). Nel 2012 è stato curatore della 7a Biennale di Berlino, citata da Sileo per una importante dichiarazione dell’artista. La mostra ospitata al PAC raccoglie una selezione di lavori storici e recenti, incluse tre nuove opere pensate appositamente per lo spazio milanese come il nuovo film ispirato al cinema scientifico
del neurologo Vincenzo Neri e la serie fotografica Persons, un lungo murale fotografico in bianco e nero dal quale emergono figure umane che hanno l’aspetto di profughi, uomini e donne circondati dall’oscurità e dalla desolazione. 

Segue l’intervista al curatore 

Elena Bordignon: Sono una grande appassionata della cinematografia di Rainer Werner Fassbinder. Mi interessa sapere le motivazioni che hanno portato Artur Zmijewski a scegliere, per la sua mostra al PAC, proprio un film del noto regista tedesco, La paura mangia l’anima.

Diego Sileo: Ho suggerito io ad Artur di usare questo titolo per due ragioni: ricorrendo alla simbolizzazione Zmijewski stabilisce nella sua opera un intricato sistema di rappresentazione in cui la paura si dispiega in termini di controllo sociale. Quando la paura diventa padrona della nostra vita, si può essere tentati da meccanismi travolgenti o si può accettare masochisticamente il giogo della sottomissione; oppure si possono interpretare i due ruoli contemporaneamente. O semplicemente si può provare a capire quando la paura divora la nostra anima. Come ci spiega Rainer Werner Fassbinder nel suo film del 1974 – cui il titolo della mostra vuole rendere omaggio – “la paura mangia l’anima” è un’espressione usata da arabi e nordafricani per descrivere la loro condizione di immigrati. Una vita piena di paura, una paura esistenziale di tutto e di tutti. Paura di un ambiente straniero e ostile, paura di non poter rivedere i propri cari, paura della solitudine, paura della morte, paura della povertà, paura di essere dimenticati, paura che nessuno ti amerà, paura di un razzismo di Stato. Nel progetto espositivo del PAC, la paura è anche quella della malattia, dei disturbi mentali e della disabilità, quella paura di non essere accettati, capiti, la paura del diverso da noi, la paura di ciò che non sappiamo e che ci spaventa.

In secondo luogo è anche un riferimento preciso alla sua attività di curatore per la 7a Biennale di Berlino nel 2012 intitolata Forget Fear. All’epoca Artur dichiarava: “ci interessa cercare risposte, non porre domande. Ci interessano quelle situazioni in cui l’arte agisce nella realtà ed è capace di proporre e sviluppare soluzioni con responsabilità. Non ci interessa preservare l’immunità dell’arte né prendere le distanze dalla nostra società. Consideriamo la politica come una delle più complesse e difficili tra le attività umane. Abbiamo trovato persone – artisti, attivisti, politici – che si impegnano nei processi concreti della politica attraverso l’arte”. In questi dieci ultimi anni siamo stati quindi capaci di “dimenticare le nostre paure” o ne siamo stati divorati? Ah, e poi quest’anno ricorrono i quarant’anni dalla morte di Fassbinder e mi piaceva ricordare il regista che forse più di tutti ha saputo raccontare con estrema sincerità, e anche con una certa violenza,  l’animo umano con un approccio lucido e impietoso che a me ricorda molto da vicino quello di Zmijewski.

Artur Żmijewski An Eye for an Eye, 1998 Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo
Quando la paura mangia l’anima, Artur Zmijewski al PAC di Milano – Foto Elena Bordignon

EB: In merito alla selezione dei lavori storici presenti in mostra, quale criterio avete seguito nella loro scelta? 
DS: Come sempre nelle mostre che realizziamo al PAC cerchiamo di costruire percorsi specifici, con una visione molto ben delineata che possa raccontare al nostro pubblico la produzione dell’artista invitato, ma che sia anche in costante relazione con quella che è la scelta curatoriale e scientifica del programma espositivo del PAC, che credo proprio che ormai sia ben definito e molto riconoscibile. Con Artur, nel caso specifico, abbiamo lavorato soprattutto sulla componente politica e su quella sociale, selezionando lavori del passato che potessero essere ancora estremamente attuali. Per ogni mostra, inoltre, produciamo sempre un paio di nuove opere pensate appositamente per i nostri spazi e per il progetto espositivo che vogliamo realizzare, dando quindi all’artista la possibilità e l’opportunità di dialogare con la nostra architettura e di connotare anche parte della sua produzione con la nostra collaborazione. 

EB: Per la mostra sono state selezionate anche alcune sculture realizzate dall’artista agli esordi della sua carriera, in collaborazione con Pawel Althamer. In cosa consistono? Quali tematiche affronta in queste prime opere?

DS: Żmijewski inizia la sua formazione artistica a metà degli anni ’90, presso il corso di scultura del professor Grzegorz Kowalski all’Accademia d’Arte di Varsavia, dove nasce il suo interesse per la rappresentazione del corpo umano. In questo contesto conosce anche lo scultore polacco Pawel Althamer con cui ha collaborato in moltissime occasioni sin dagli anni Novanta nell’ambito della classe di Kowalski e successivamente. Le sculture selezionate per la mostra sono tutte piuttosto recenti e sono nate da un rinnovato dialogo con Althamer sulla figura umana; un incontro totalmente libero da qualsiasi impedimento logico e razionale, nel quale i due artisti reinventano una fisicità corporea attraverso materiali metallici, in particolare il ferro, arrivando a realizzare anche un loro doppio autoritratto. Le linee, perlopiù geometriche, creano uno slancio dinamico che, unito all’alternanza di pieni e vuoti, dona un certo vigore alla materia.
Quella con Pawel Althamer non è l’unica collaborazione presentata in mostra. Risale agli anni Novanta e al periodo dell’Accademia l’opera TEMPERANCE AND WORK, un lavoro performativo in collaborazione con l’artista Katarzyna Kozyra, anche lei studentessa della classe di scultura del professor Kowalski.

EB: Mai come ora – visto il conflitto in corso di cui siamo tristi testimoni – le tematiche affrontate dal Zmijewski sono attuali e predittive. La sua opera, da sempre, riflette sui meccanismi di potere e dell’oppressione all’interno dell’ordine sociale. Tutto parte da quella che da sempre è la nostra ‘unità di misura’, il corpo umano. Quali visioni del ‘corpo umano’ emergano dalle sue opere? 

DS: Il corpo è per Zmijewski un sistema estremamente complicato retto da delicatissimi equilibri, che nella sua opera passa attraverso diversi e complessi sistemi di rappresentazione alla ricerca della giusta resa estetica. La fotografia, il video, la scultura, la performance, il coinvolgimento di attori e attrici, così come di personaggi che realmente affrontano disabilità e malattie mentali, sono tutti tentativi per analizzare una moltitudine di segni che lasciano trapelare il mondo interiore e il suo relazionarsi con l’esterno. Il corpo è prima di tutto il mezzo per esternare la psiche che è al contempo una terra del tutto ignota e proprio per questo su di esso si attivano meccanismi di controllo e oppressione ed è qui che si concentra la ricerca di Zmijewski. 
In COMPASSION il corpo è quello colpito dalla malattia, analizzato attraverso un omaggio al neurologo bolognese Vincenzo Neri che nel XX secolo ha dedicato gran parte dei suoi studi al linguaggio del corpo in presenza di patologie psichiche. Nei primi anni del Novecento Neri si reca all’ospedale La Salpêtrière famoso per essere stato la sede, durante il secolo precedente, degli studi e delle lezioni sull’isteria – seguite anche da Freud – tenute dal neurologo Jean Martin Charcot. Proprio durante quegli anni presso la Salpêtrière, Neri inizia a filmare i pazienti per studiarne i movimenti – volontari o meno – stimolati dalla loro malattia. Una volta tornato in Italia, continua la sua attività di registrazione visiva, diventando così un pioniere del cinema scientifico e lasciando un importante archivio. In COMPASSION Żmijewski rielabora il lavoro di Vincenzo Neri che interpreta come “un’immagine complessa della miseria della condizione umana”. Attraverso l’azione performativa di attori e attrici, l’artista tenta di ricreare quella stessa empatia che Neri aveva con i suoi pazienti, mostrando immagini di una fisicità alterata, disordinata e attrattiva allo stesso tempo.
In mostra il corpo è anche l’imponente immagine dei migranti che avanzano, ritratti dall’artista sul confine polacco – bielorusso nell’opera REFUGEES/CARDBOARDS. La monumentalità conferita a questi personaggi dagli abiti e atteggiamenti semplici ricordano l’urgenza della protezione. Il corpo è poi quello mutilato dei soldati reduci dal primo conflitto russo-ucraino, coinvolti nei video di REALISM, la cui rinnovata fisicità impone una nuova forma di quotidiano. 

Artur Żmijewski Compassion, 2022 Still video Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo
Artur Żmijewski Compassion, 2022 Still video Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo

EB: Tornando al titolo, molta parte delle riflessioni di Zmijewski ruotano attorno al concetto di paura. Come viene affrontato e coniugato questo concetto dall’artista con il suo lavoro?

DS: Egli non si propone di riprodurre, riferire o recuperare modelli di rappresentazione che rispondono a tradizioni culturali determinate, bensì – a partire dalle semplici qualità di narrazione – di liberare i registri pulsionali di sentimenti quali la paura. Egli esaspera il suo linguaggio per generare zone di tensione che non possono essere circoscritte a sistemi di rappresentazione semantica, ma a sensazioni che vanno oltre ciò che è rappresentato. Le relazioni sintagmatiche che le sue opere pianificano tra diversi generi – da quello biografico a quello sociologico, da quello psicologico a quello politico – danno come risultato una sintassi che dispone di ambiti di percezione e di trama in grado di generare una costante sensazione di timore, che dissemina e disperde il funzionamento dei significanti, portando con sé una pura forza dinamica dell’immagine e della narrazione. Nell’immagine corporale che ci propone nei suoi lavori noi non ci riconosciamo (o abbiamo paura di riconoscerci): assistiamo alla fusione dell’animale e dell’umano, all’ambivalenza delle frontiere e alla debolezza dell’esistenza. I suoi “mostri” non giungono dall’esterno, non sono prodotti della magia, ma al contrario sono dentro di noi, sono i nostri stessi corpi. Zmijewski porta all’estremo le forme del dolore, fisico e mentale, mettendo in circolazione l’idea di una “nuova carne”, una sorta di superamento del limite corporale e psicologico dell’individuo. Bisognerebbe quindi leggere il registro fenomenologico dell’opera di Zmijewski nell’orizzonte del corpo come identità politica, dove il collasso dell’interno e dell’esterno è inteso in termini di potere, una metafora a partire dalla quale l’artista dà luogo alla rappresentazione del dolore e della sofferenza, che passano ad occupare quel luogo fenomenologico dove la violenza è intesa come esercizio politico di denuncia e la paura ne è la sua espressione. 

EB: L’ultima domanda la dedicherei alle più recenti produzioni dell’artista presenti in mostra. Mi introduci questi nuovi lavori e i temi che trattano?

DS: Ho lavorato con Artur tre lunghi anni a questa mostra e le nuove produzioni a lui commissionate si sono sviluppate e aggiornate costantemente attraverso il dialogo, il confronto e attraverso, inevitabilmente, il mondo che cambiava sotto i nostri occhi. REFUGEES /CARDBOARDS è un progetto fotografico declinato come una grande installazione a parete, un unico wallpaper ispirato alla crisi dei rifugiati scatenatasi al principio del 2021 al confine tra la Bielorussia e la Polonia, ma che per forza di cose oggi è il simbolo di un’altra obbligata migrazione di massa sofferta e devastante; COMPASSION, che menzionavo sopra, si ispira al lavoro di Vincenzo Neri, neurologo bolognese che nel XX secolo ha dedicato gran parte dei suoi studi al linguaggio del corpo in presenza di malattie psichiche. L’Archivio Neri è a Bologna e insieme con Artur lo abbiamo consultato e analizzato in ogni suo materiale di documentazione. E devo dire che è stata una scoperta anche per me. In ultimo, l’opera POLITICAL GESTURES che dispiega esteticamente la gestualità specifica e per nulla casuale del potere politico dittatoriale. Questo lavoro si pone quasi all’antitesi di REFUGEES/CARDBOARDS, ispirandosi all’iconografia pubblica di Hitler, in particolare a quella definita dal suo fotografo ufficiale Heinrich Hoffman: un insieme di gesti, atteggiamenti ed espressioni facciali attentamente codificate con l’obiettivo di trasmettere un’immagine minacciosa. Per questo progetto abbiamo coinvolto il discusso attore polacco Jerzy Nasierowksi. 

Artur Żmijewski Temperance and Work, 1995 Still video Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo
Artur Żmijewski Me and Aids, 1996 Still video Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo
Artur Żmijewski Gestures, 2019 Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo
Artur Żmijewski Game of Tag, 1999 Still video Courtesy Foksal Gallery Foundation, Varsavia e Galerie Peter Kilchmann, Zurigo
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