Hassan Khan

Hassan Khan

A Copenhagen, una delle capitali più vivaci d’Europa, l’ultima settimana di agosto è interamente dedicata all’arte contemporanea. Oltre alla Copenhagen Art Week (24 agosto – 3 settembre), dal 31 agosto al 2 settembre ritorna Code Art Fair che si pone come obiettivo quello di promuovere la scena culturale danese e nordica, e di creare sinergie tra istituzioni e artisti locali e operatori del settore provenienti da tutto il mondo.

Giunta quest’anno alla sua seconda edizione, Code conta la partecipazione di settanta gallerie internazionali, selezionate dal team curatoriale composto da Caroline Bøge e Saskia Draxler, e distribuite negli spazi del complesso fieristico Bella Center. Spazi established ma anche gallerie emergenti, e le nostrane A+B (Brescia), Continua (San Gimignano), Eduardo Secci (Firenze), Montoro12 (Roma), Nam Project (Milano) e Privateview (Torino).

Ad accompagnare la kermesse, da quest’anno è stato istituito anche un programma di proiezioni, talks e performance, presentato dalla curatrice e ricercatrice italiana Irene Campolmi, che in passato ha già organizzato conferenze in città presso il Louisiana Museum of Modern Art. ArtReActs, così si intitola la proposta, intende approfondire, attraverso dibattiti, screening video, live set e momenti performativi, le modalità con cui artisti e curatori stanno reagendo ai cambiamenti che avvengono nella società contemporanea, nonché avviare una discussione sul ruolo dell’arte nell’affrontare e raccontare le sfide globali attuali.
Altra novità di quest’anno è rappresentata dall’iniziativa Code on Sunday, un’appendice della fiera che si svolgerà domenica 3 settembre nel cuore di Copenhagen. La giornata prevederà visite guidate gratuite a musei e istituzioni culturali, e una serie di performance site specific (tra cui quella dell’artista italiana Marinella Senatore), in diverse zone della città.

Abbiamo chiesto a Irene Campolmi di raccontarci delle tematiche che saranno al centro di ArtReActs, degli ospiti invitati a prendere parte al programma e della tendenza, sempre più ricorrente, a includere nelle fiere forum di impronta accademica.

ATP. Dopo aver lavorato per il Louisiana Museum of Modern Art sei stata invitata a curare l’agenda di talk, performance e film della seconda edizione di Code Art Fair Copenhagen. Qual è il fil rouge che unisce gli appuntamenti in calendario e, in particolare, a cosa si riferisce il titolo della rassegna ArtReActs?

Irene Campolmi: Questo programma è il risultato delle conversazioni raccolte negli ultimi mesi con gli artisti e i curatori invitati al programma: nella mia pratica curatoriale il dialogo assume infatti una posizione fondamentale. Fin dall’inizio ho voluto coinvolgere quelle persone la cui pratica e le cui voci sono state particolarmente significative per il mio approccio curatoriale e di ricerca negli ultimi anni.

Per la mia tesi di dottorato mi sono occupata di etica curatoriale, ovvero di come le istituzioni d’arte, soprattutto moderna e contemporanea, abbiano avvicinato la curatela e il collezionismo di opere d’arte e il lavoro di artisti che andavano fuori dal cosiddetto ‘canone occidentale contemporaneo’.
L’obiettivo generale del programma è stato proprio quello di sollevare l’attenzione sulle pratiche artistiche e curatoriali che offrono un modo per parlare e guardare al mondo in cui viviamo da una prospettiva alternativa, impegnata e appassionata. Pratiche che sembrano essere una reazione istintiva a determinati cambiamenti che avvengono nella società contemporanea, urgenze su cui non si può tacere.

ATP. I panels in programma per questi giorni affrontano questioni rilevanti per il mondo dell’arte di oggi. Tra queste ‘Making Art Institutions, ‘Rethinking Museums Collecting & Displaying Strategies, o ancora ‘The Ecology Paradigm: Artistic and Curatorial Work in Times of Political Climate Change. Cosa ha influenzato la selezione degli argomenti di dibattito e la scelta degli ospiti invitati?

IC: Pensando al tema ArtReActs ho individuato artisti, curatori o direttori di musei che avessero impostato la propria pratica sulla necessità che il loro lavoro risultasse essere una reazione, più che un commentario, allo stato delle cose.
La prima tematica che mi interessava approfondire riguardava “How to make an art institution?” e per questo argomento ero già in contatto con Patrizia Sandretto Re Rebaudengo e Arturo Galansino. Altro tema che volevo toccare era proprio “Artistic and curatorial reactions”: in questo caso ho subito pensato di coinvolgere l’artista Ahmet Öğüt la cui pratica comprende anche l’occupazione di spazi istituzionali e che in generale interviene sull’idea di sovvertire il concetto di istituzione, sia dal punto di vista spaziale che concettuale. A questo panel saranno presenti anche Krist Gruijthuijsen, direttore del KW di Berlino, che si interessa di tematiche queer e di black art, e Pedro Gadanho del Maat, il cui motto è “Curating is also criticism”, una tematica che sposo molto nella mia pratica curatoriale e di ricercatrice, cercando di trovare sempre un approccio pratico a ogni ricerca che viene messa in atto.
Un altro topic che mi premeva affrontare riguarda l’”Ecology paradigm”. Negli ultimi anni il sistema artistico – in particolare i musei e le istituzioni d’arte – è stato spesso metaforicamente equiparato a un ecosistema ambientale. In natura, gli organismi di un ecosistema si adattano ai cambiamenti esterni. Allo stesso modo, se si considera il mondo dell’arte come un ecosistema, i curatori e gli artisti sono tenuti a far fronte a un ambiente in continua evoluzione politica, culturale, sociale ed ecologica, e attraverso la loro pratica devono decidere se reagire o resistere a tali cambiamenti. Servendomi di questo parallelismo, ho voluto quindi affrontare le reazioni culturali in tempi di cambiamenti climatici, invitando sia curatori come Jacob Lillemose e Jason Waite che si sono occupati di come i cambiamenti ecologici abbiano influenzato il lavoro degli artisti e il mondo dell’arte, sia personalità come Antonia Alampi o Natasha Ginwala, che tramite la loro pratica guardano all’influenza politica che il mondo esterno ha sul sistema dell’arte e su come questo si ripercuota nella pratica degli artisti.
Collecting and displaying” tratterà invece di come istituzioni quali il MoMA si servano di curatori e consulenti esterni per creare una mappa della situazione artistica in diverse regioni del mondo. Tra i presenti a questo tavolo di discussione ci saranno Sarah Lookofsky, coordinatrice del progetto C-MAP (Contemporary and Modern Art Perspectives in a Global Age), un programma realizzato dal museo newyorkese e che prevede la collaborazione di curatori esterni, due dei quali sono stati Sam Bardaouil e Till Fellrath di Art Reoriented. A loro è stato chiesto di mappare lo stato del contemporaneo in Medio Oriente. Nello stesso panel ci sarà anche Jérôme Sans, fondatore del UCCA di Beijing e del Palais de Tokyo a Parigi, e Stine Høholt, chief curator dell’Arken Museum in Danimarca. Con questo dibattito vorrei individuare quali sono le ultime tendenze in fatto di collezionismo, ed esplorare quelle future.
Un ulteriore focus, che quest’anno verrà solo accennato ma che mi interesserebbe approfondire in futuro, riguarda la performance art, linguaggio che spesso musei e istituzioni non sanno come collezionare o classificare.

Peter Voss-Knude / Peter & The Danish Defence

Peter Voss-Knude / Peter & The Danish Defence

ATP. A proposito di performance, accanto al programma di talks ci sono anche numerosi appuntamenti live. Ci puoi dare qualche anticipazione sui contributi performativi che animeranno il festival?

IC: La performance di apertura è affidata all’artista e musicista danese Peter Voss-Knude che da alcuni anni porta avanti un progetto musicale in collaborazione con il Danish Army, attraverso il quale cerca di ritrovare un punto d’unione coi suoi amici che hanno deciso di arruolarsi nell’esercito e prendere parte alle missioni militari in Afghanistan e in Iraq.
Sono inoltre molto curiosa di vedere quali saranno le reazioni al live di Hassan Khan: l’artista ha una pratica molto sperimentale che unisce la musica tradizionale egiziana all’elettronica, creando un corto circuito caotico al quale qui non sono abituati.
Marinella Senatore proporrà invece una processione intitolata “Copenhagen Symphony“ che coinvolgerà rifugiati della Trampoline House, drag queens, esponenti del LGBT movement, scuole di danza della città, compresa la Kompanie B del Royal Ballet e i cantanti della Copenhagen International School of Performing Arts. Ancora una volta, spero nelle positive reazioni dei partecipanti. La tradizione nordica infatti, è estranea al concetto di processione religiosa (che in Italia è invece radicata grazie alla tradizione cattolica cristiana), inteso come momento di aggregazione comunitaria: riflessione che sta alla base della ricerca di Marinella.
Mi auguro che la gente si unisca a marciare, ballare e cantare, che prenda parte a una sfilata secolare che celebra la diversità, l’amore e l’integrazione attraverso talenti individuali e collettivi. Mi piace molto l’idea di poter scuotere un po’ la situazione e coinvolgere persone dal background eterogeneo.

ATP. Il programma di screening affianca lavori di artisti affermati come Barbara Hammer, Basim Magdy e Jesper Just, a opere di artisti danesi emergenti. Come hai composto il cartellone delle proiezioni?

IC: Nel compilare l’elenco dei partecipanti di Code Film, ho voluto proporre una prospettiva che fosse in linea con la reazione artistica ai cambiamenti della nostra società.
Ogni giorno verrà presentata una selezione di artisti il cui lavoro esplora diversi piani che possono avere a che fare col desiderio sessuale, l’amore, l’integrazione, la discriminazione, la comprensione del mondo, le culture e la tecnologia.
La giornata di giovedì 31 agosto è dedicata alla centralità femminile e alle tematiche LGBT. Il programma presenta figure importanti come Barbara Hammer e Keren Cytter, così come artisti emergenti come Danielle Kwaaitaal, Sofie Thorsen e Larissa Sansour. Il loro lavoro esamina il desiderio, l’ansia e il conflitto verso le norme sociali, in una modalità che cerca di liberarsi da modelli di rappresentazione o di sessualità standardizzata.
Venerdì 1 settembre sarà la volta di progetti cinematografici socialmente e politicamente impegnati, con particolare attenzione alle ricerche di Hiwa K, Stine Marie Jacobsen, Rainer Ganahl, Moataz Nasr, Raúl Ortega Ayala e Søren Thilo Funder. L’ultimo giorno è invece dedicato al tema “Sound & Vision”, esplorato anche dalla Copenhagen Art Week di quest’anno. Includerà artisti come Basim Magdy, Jesper Just e Ra di Martino, le cui opere combinano, su livelli diversi, suono, musica e arti visive.

The Queens Museum hosts solo show by Marinella Senatore, Piazza Universale/ Social Stages with public performance on April 9, 2017

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ATP. Che valenza hanno gli spazi in cui si svolgono le attività di ArtReActs?

IC: Il programma di talks e quello di proiezioni si svolgeranno all’interno del Bella Center, rispettivamente in un piccolo anfiteatro che verrà allestito proprio all’ingresso del complesso fieristico e in un cinema. Entrambe le occasioni saranno ad accesso libero.
Al Bella Center si svolgerà anche la performance d’apertura dedicata al suono, il concerto di Peter Voss-Knude. Volevo che il primo live avvenisse proprio in questo luogo, a inaugurare lo spazio della fiera.
Per le altre performance abbiamo invece collaborato con la Copenhagen Art Week e il CC Copenhagen Contemporary, uno spazio culturale inaugurato nel 2015 dove si terranno i concerti di Hassan Khan e di Jacob Kierkegaard. Mi piace l’idea di connettere diverse realtà e cercare anche di attirare un pubblico che solitamente non frequenterebbe determinati spazi.
La parata di Marinella Senatore avverrà invece in centro città e, a partire dalla piazza principale, passando per il centro commerciale Illum, arriverà al King’s Garden.

ATP. Sempre più di frequente le fiere – templi del mercato dell’arte – ospitano forum di dibattito culturale. A seguito del tuo incarico di curatrice della prima edizione dei talks e performance di Code, mi interesserebbe una tua riflessione sul ruolo della fiera come momento di discussione di temi urgenti nella società attuale, così come nell’arte.

IC: Negli ultimi anni le fiere sono diventate una sorta di nuovo approdo culturale occupandosi, tramite un programma artistico parallelo, di affrontare tematiche socialmente e politicamente impegnate.
Benché lo svolgersi di questi argomenti all’interno delle fiere possa denotare una mancanza da parte delle istituzioni preposte, ritengo che sia sano cogliere l’occasione di un evento temporaneo, che raggruppa insieme un gran numero di professionisti del settore, per affrontare dei temi un po’ più scottanti: il bisogno di creare nuovi forum è anche dovuto al fatto che tante comunicazioni e tante relazioni avvengono spesso online e che sempre più di frequente manchi un terreno di confronto in cui persone provenienti da parti diverse del mondo, che lavorando su pratiche o tematiche concettualmente allineate, possano dialogare.
Una fiera, un po’ come le biennali, ha il privilegio di essere transitoria e di poter gettare delle idee o delle prospettive che avranno, nel tempo, una risonanza.
Quando crei un evento, una mostra o un programma artistico, crei un dispositivo audiovisivo che interagisce col mondo esterno, crei spazio, crei opportunità di attivare connessioni.
Personalmente, vedo l’opportunità di curare il programma artistico di Code Art Fair come un’occasione per portare in città curatori, artisti e spettacoli che potrebbero creare sinergie con le istituzioni artistiche locali. Sarà interessante vedere cosa porterà l’aprirsi senza paura a tante nuove dimensioni e input esterni.

Copenhagen Art Week
Il programma di Code Art Fair
Il calendario completo di ArtReacts

Hassan Khan

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The Queens Museum hosts solo show by Marinella Senatore, Piazza Universale/ Social Stages with public performance on April 9, 2017

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