A thing among things

Il turno di notte tra WAS IT A BAR OR A BAT I SAW? e Hazy Stories.

In questi mesi mi trovo a svolgere un incarico guarnito accidentalmente di poesia, inscritto nella lista dei lavori che, più di altri, schiudono immaginari  annidati nella mente di chi li pensa.

Dev’essere stato il film di Liliana Cavani del 1974 che ha irrimediabilmente legato un’aura di romanticismo al mestiere. Il portiere di notte ha molto a che fare con il cinema, con la fiction e con il fantastico.

Lavorare di notte vuol dire, almeno in prima istanza, reggere la notte. Ovvero sostenere l’abbassamento della lucidità e le pesantezze fisiche. 

Bisogna reggere il gioco del “far finta che sia giorno” ed è per questo che il turno di notte ha a che vedere con la finzione, una sorta di auto indotta illusione filmica in cui si crede senza credere, sostando nella terra di mezzo in cui contrastano le diverse alternanze temporali. Ha sicuramente a che vedere con il fantastico perché vivi come un vampiro, scambiando la notte con il giorno (per essere poi uno zombie nelle ore diurne). 

Reggere la notte è un tentativo viscerale d’imporsi al sonno, di sfuggire l’onirico, ancorandosi con tutte le proprie forze alla razionalità. 

L’alba esordisce sempre lenta, creando un ipnotico e piacevole stato confusionale nella mente di chi l’ha attesa. Il piacere nasce da un’impalpabile alterazione nella percezione delle cose, uno stato di veglia che fertilizza l’immaginazione preferendola all’aspetto del reale.

“Chissà quante ne vedi, no?… Immagino quante situazioni avrai visto…. ma le prostitute? Quelle ci sono? Le chiami te per i clienti o è solo una cosa che succede nei film?”

“Ah, cazzo bello però… quindi poi scrivi e leggi, no? 

- Ma non ti annoi mai?

- Ma quando dormi? 

In questi mesi ho preparato due mostre. La prima,  che è stata inaugurata Sabato 20 Febbraio, è una personale nello spazio VZL/contemporary art ad Amsterdam.

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WAS IT A BAR OR A BAT I SAW?, titolo della mostra, è un titolo palindromo. Lo si può leggere da sinistra a destra e vice versa. La frase, a prescindere dal gioco palindromo, mette in dubbio qualcosa che si è visto, un pipistrello o un bancone bar, due soggetti non facilmente fraintendibili nella loro forma.

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

La mostra si compone di due scansioni digitali di schermi di iphone non più funzionanti.

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

Una foto analogica, di cui è stampato direttamente il negativo, di un antico specchio romano ossidato.

Composition for ulexite (detail) from giovanni giaretta on Vimeo.

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

Alcune pietre di ulexite poste su un monitor disteso a terra. Il video che gira nello schermo è appositamente composto per reagire alle caratteristiche fisiche dei minerali che sono fibre ottiche naturali. Sparsi nello spazio, ci sono poi due posatoi per falchi, la cui forma è stata rifatta da un artigiano specializzato in mobili.

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

Il paesaggio della mostra  ha come punto di fuga la stampa del negativo dello specchio. Guardo a questa fotografia come il calco di una superficie che non riflette più nessuna immagine ma che ne conserva, forse, alcuni fantasmi.

Everything into something else è il titolo di una serie di fotografie di specchi di bronzo (del periodo egizio, greco o romano) la cui superficie ha perduto la capacità riflettente. La camera, può essere così posta, davanti ad uno specchio senza riflettersi e può così semplicemente osservare il lato ossidato.

Credo che tutti i lavori esposti, partendo proprio da Everything into something else, abbiano a che vedere con un dubbio legato allo slittamento fra la percezione e l’immaginazione. Una sorta di rincorsa tra questi due elementi. Come il palindromo WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, tutta la mostra può essere rovesciata e rimanere comunque identica a sé stessa malgrado, alla fine, non si riesca a distinguere la differenza tra un pipistrello ed un bancone bar.

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

WAS IT A BAR OR A BAT I SAW, installation view

Anche se il compito più difficile del lavoro consiste nel reggere la notte, c’è un paradosso finale conosciuto da tutti i lavoratori notturni: un’avvertenza data da medici e psicologi. Infatti, dopo aver accompagnato la notte alla sua fine, dopo non essersi addormentati e non essersi lasciati vincere dalla stanchezza, si consiglia vivamente di indossare gli occhiali da sole nel tragitto da compiere per andare a casa. Questa piccola bugia, imposta al proprio sguardo, aiuta ad illudere il cervello e a fingere che il giorno non sia mai arrivato. 

Le lenti oscurate devono quindi favorire una volontaria sospensione dell’incredulità; il giorno si fa notte come prima, in albergo, la notte si fingeva giorno. Goffo tentativo di portarsi il buio addosso, fin dentro al letto.

L’inganno del giorno-che-diventa-notte, si trasforma infine in illusione ottica. Illusione appunto, e non involontaria allucinazione ma nemmeno la consapevolezza del non voler  dimenticarsi dell’ultima messa in scena, gli occhiali da sole appunto.

Portare la notte a casa è una condizione transitoria, calcolata tra abbandono e presenza di sé, ultima mossa del gioco “facciamo finta che…”

Hazy Stories, installation view

Hazy Stories, installation view

Hazy stories è una personale doppia o mostra in coppia, con belit sağ. Il progetto Corridor Project Space ha da poco trovato nuova casa negli spazi del Wilhelmina Pakhuis ad Amsterdam.

Una delle idee basilari per il progetto è la possibilità di mettere in dialogo due artisti che provengono da culture diverse e che condividono una sensibilità o un pensiero comune, malgrado poi i lavori, affrontino temi diversi e lontani. Per l’occasione, grazie al supporto di AFK, Amsterdams fonds voor kunst, abbiamo stampato anche una piccola pubblicazione con un mio testo, una poesia di Maria Barnas ed un saggio di Angela Jerardi.

Hazy Stories, installation view

Hazy Stories, installation view

Non avevo mai discusso molto con belit e dopo due incontri parliamo di fantasmi, immagini che si perdono o che si riflettono da un’altra parte acquistando nuovi significati. Parliamo di immaginari che mutano e che si legano intrinsecamente ai media che dominano la società. Avevo apprezzato, in due distinte occasioni, il suo video Sept. – Oct. 2015, Cizre, dato che i nostri video erano stati entrambi selezionati per la sezione dei corti dell’ultima edizione del International Rotterdam Film Festival.

La mia ricerca è lontana dalla sua. C’è però un dialogo intenso e spesso i nostri interessi si inseguono.

a thing among things

a thing among things

Dopo due incontri, decido che uno dei lavori in mostra sarà il mio video A thing among things. Sento forte la necessità di ripresentarlo con un allestimento diverso rispetto all’ultima volta che l’ho esposto.

Il video A thing among things unisce assieme un testo, che colleziona memorie visive di persone che hanno perso la vista, con svariati close-ups di minerali trasparenti.

Ho raccolto, attraverso alcuni dialoghi, una serie di memorie visive che diventano palesemente illusioni. Le immagini ricordate sono incerte ed imprecise quanto suggestive perché, essendo state coccolate nella mente per anni, si aprono più al fantastico che alla documentazione di un fatto. La visione registrata dallo sguardo è infatti sempre arricchita dall’immaginazione.

Se le situazioni, evocate dal testo, vivono delle incertezze della memoria, le immagini dei minerali diventano invece scenografie sulle quali proiettare differenti interpretazioni: come guardare a qualcosa supponendo sia qualcos’altro. Si ammirano delle forme naturali e guardandole, le si inventa allo stesso tempo o meglio ne proviamo a reinventare il loro significato.

Hazy Stories, installation view

Hazy Stories, installation view

A thing among things

(extract from the text)

“I can’t see it. Where is the chameleon”?

My face is pressed against the glass pane. Filled with wonder I observe the interior of small display case at the zoo. As a backdrop there is a faded print of an Amazonian jungle

“Look how beautiful the chameleon is and how well he blends with his surroundings”  

my brother says while pointing to the inside of the glass container.

 I couldn’t see anything not even the slightest movement. Beyond my nose was merely the artificial landscape home to an invisible resident.

Everybody around me was saying that the animal was right there yet I couldn’t see it.

After a few minutes I exclaimed proudly:

 “There it is. I can see it! It is so cute!” 

But it was not true, I told a lie.

I often think of the chameleon I did not see, and of the landscape in which I looked for it. 

A thing among things.

Hazy Stories, installation view

Hazy Stories, installation view

Ho fatto un training ad una nuova persona per la notte. Sarà un nuovo collega.

Nell’orario dei turni il suo nome scritto è solo “New2″. 

New2 ha fatto un paio di notti e poi ha chiesto di non farle più. Ha detto che non riusciva a stare sveglio e quando lo faceva perdeva completamente di lucidità. Il gioco del “far finta che sia giorno” non funzionava con lui e dopo la veglia, la mente risultava troppo confusa. 

New2 non lavora più di notte, non la reggeva proprio e non era in grado di reggerne la finzione necessaria per attraversarla.

Giovanni Giaretta

Amsterdam

04/03/2016