Sabato 20 Dicembre al Carico Massimo di Livorno andrà in scena  Giacomo Dufur, prima mostra personale del poliedrico e polimorfico Giacomo Laser.

La pratica di Laser si basa su una ricerca di carattere ontologico, che formalizza attraverso la creazione e l’impersonificazione di una moltitudine di personaggi che raccontano se stessi e il loro punto di vista sulla realtà. Attraverso queste molteplici identità Giacomo Laser ha prodotto dischi (tra tutti, “C’è chi è morto sul Tagadà”, come Gioacchino Turù, per l’eporediese Stuprobrucio Records), fumetti (l’irrimediabilmente triste Sandro Croce), cortometraggi (impersonando la pop-star assillata da dubbi esistenziali Christian Parigi), film fittizi (diretti dal regista Sabrino Murru) e concerti di musica noise (come il temibile e nostalgico Vladimir Foschia).

“La mostra consiste in un corto spettacolo di Burattoni Misiliani, tipica forma di intrattenimento delle isole Poschist in Nevirvins Post Colenia inferiore”, racconta Laser. “La storia parla della fantastica vita di Giacomo Dufur, uno stanchissimo ragazzo fatto di poliuretano che combatte contro la sua famiglia interiore. Dufur, coinvolto con la tecnologia, si aprirà la strada verso la nuova vita da resiliente”.

“Giacomo Laser costruisce un mondo solitario interiore dove tutta la potenza della comunicazione dimentica l’uno interiore e costringe allo sdoppiamento, attraverso il quale si riesce a far parte di una rivoluzione. Una rivoluzione statica, fatta di mobili, scrivanie, sedie e schermi.” Erislia Marta Durrenet, Chicago 22.11.2014

ATPdiary ha chiesto all’artista di redigere un diario fotografico commentato per raccontare la realizzazione di “Giacomo Dufur”. Il diario è completato da un video.

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Era da un po’ di tempo che pensavo al fatto di cambiare.

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Mi sono immaginato banalmente nel momento stesso in cui una persona cambia, passa da una passione ad un’altra oppure da un’eccitazione sessuale ad un’altra.

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Mi sono immaginato che l’essere umano non possa ricordare i cambiamenti precedenti all’ultimo che ha avuto. Quindi ho pensato ad un personaggio che negasse l’esistenza di questa teoria.

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Ho pensato alla famiglia interiore come se tutti questi cambiamenti avessero una propria storia, come se questi continuassero la propria vita all’interno di una persona. Così mi è venuto in mente Dufur.

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Dufur è la realtà, il presente, il tempo, un amico, se stesso, gli altri. Dufur assomiglia in qualche modo a “Giuanin senza paura”, una fiaba regionale. La fiaba finisce con la morte di Giuanin che si spaventa della propria ombra.

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L’ombra di Dufur è interiore, visibile solo in sogno. Un’ombra che spinge per uscire alla luce. Il vecchio cambiamento nascosto nell’ombra cerca di uscire, di farsi strada e di guidare le scelte emotive dentro ai sogni. Come se le vecchie personalità cercassero di accoltellare il senso del reale del presente, tornando loro stesse al presente.

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Penso a Dufur come una intimità condivisa da tutti, anche dentro ai ruoli di tutti i giorni. Mi immagino un Manager mentre firma una carta pensare a quando falsificava la firma del padre per non andare a scuola, a chi legge questo mentre pensa a quando leggeva “Dove è Spotty”.

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Dufur è la semplificazione del senso del reale di tutte le personalità, un comandante che decide di guidare la sua imbarcazione con solo i migliori marinai ma tenendo i mozzi nascosti nelle scialuppe  di salvataggio, sperando che ci sia presto una tempesta.

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Dufur dorme, i suoi vecchi cercano di svegliarlo così come faccio io ogni giorno cercando di svegliare un nuovo Laser che mi faccia diventare qualcosa di nuovo.

Lasciarsi sorpassare da una vecchia personalità per scoprire le stesse cose più volte, questo è Dufur, un piccolo uomo svogliato che trova le risorse nei suoi ricordi.

(La rubrica Artist’s Diary è curata da Matteo Mottin)