Francesco Manacorda

Superlativa nel nome, nelle novità e nelle chiacchere.
“Come ti sembra?” “Interessante, quest’edizione è veramente smart!”. Questa, su e giù, è l’impressione che hanno avuto in tanti. “Buone scelte, tante novità… fiera che si conferma essere la più attraente in Italia”. I personaggio dell’Italia contemporary art, c’erano più o meno tutti: artisti, curatori, collezionisti, giornalisti ecc. Ho lasciato Torino sabato notte e, l’umore generale dei venditori, non era proprio entusiasmante. Per lo più, ai galleristi a cui ho chiesto, le risposte sono state: “Sta andando così così…”, “Speravo meglio!” “Abbastanza bene, però…”
Nessuno mi ha detto “Vendite? Bhe, non c’è male” (come riporta, ottimista, il sito di Exibart). Ovvio nessuno mi ha detto che stava andando male, cerco che, quasi tutti speravano meglio. La crisi imperversa ancora, la certezza domina, il ‘ci devo pensare’ è una costante. A parte l’entusiasmo per questa ottima edizione colma di cose, appunto, interessanti, densa di proposte e tagli curatoriali, nuove gallerie giovanissime con ottimi lavori, per quanto riguarda le vendite non è andata bene. Non so se grandi affari si sono chiusi ieri, domenica 7 novembre. Si sa che la domenica è per lo più dedicata agli ultimi saluti, alle orde di visitatori passeggeri (nel senso che vanno in fiera per passeggiare), alle famiglie e agli studenti con zainetti e i cerca di gadget.
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Premesso che ero inchiodata per i primi 2 giorni ad un sedia, dunque ho assistito all’arrembaggio di gente di passaggio che si avviava al bar (autogrill ready made), devo dire che sono stata fortunata: dalla mia posizione avevo un’ottima visione prospettica della House of Contamination dei Raumlabor (Berlino). Il progetto consisteva in una grande elemento architettonico costruito mediante grandi cubi di materiale recuperato (legno, plastica, stoffa ecc.) Una montagna di abiti usati (pseudo installazione di Boltanski) è stata costruita con la speranza, forse, di servire da grande divano per gli affaticati dell’arte. A parte qualche fanciullo, l’enorme seduta, ha solo arricchito il paesaggio post-consumistico attorno alla Casa delle Contaminazione. Qui si sono svolte tutte le iniziative culturali della Fiera: The Dancers (ho assistito al The Bauhaus Dances, opera di quasi cent’anni fa, del coreografo tedesco Oskar Schlemmer: serie di lezioni di danze dove si fondeva arte e scienza, trasformando il corpo dei ballerini in una sorta di marionette) Typography, Urban Genome Project, Thinking throught cinema.








Novità. Quella più apprezzata è stata Back to the Future: la riscoperta di artisti degli anni ’60 e ’70 il cui lavoro era stato dimenticato o non abbastanza ricordato. Alcuni stand che mi sono piaciuti: Nanni Balestrini (Giacomo Guidi & MG Art), Paolo Icaro (Massimo Minini), Maria Lai (Isabella Bortolozzi), Birgit Jurgenssen (Galerie Hubert Winter), Adolf Luther (401 contemporary), Sylvia Sleigh (freymond-guth), Michel Journiac (Galerie Patricia Dorfmann).

Sylvia Sleigh (freymond-guth)
Nanni Balestrini (Giacomo Guidi & MG Art)
Adolf Luther (401 contemporary)
Paolo Icaro (Massimo Minini)
Birgit Jurgenssen (Galerie Hubert Winter)

Michel Journiac (Galerie Patricia Dorfmann)