Artissima17  - Photo: Perottino – Alfero – Bottallo - Formica

Artissima17 – Photo: Perottino – Alfero – Bottallo – Formica

#ArtissimaLiveChat è la sezione di ArtissimaLive che ha ospitato una selezione di curatori emergenti italiani – invitati da Elena Bordignon e Mattia Solari – a cui è stato chiesto di esporre il proprio punto di vista sulla fiera e sulla offerta curatorale che questa ha proposto nelle giornate dal 3 al 5 novembre 2017.
Nelle interviste che seguono scopriremo cosa le giovani leve della curatela italiana pensano di questa edizione di Artissima. Emergono le loro impressioni e alcune notevoli osservazioni per poter migliorare alcuni aspetti della grande kermesse torinese da poco conclusa.
Iniziamo con

   Soriana Stagnitta

Soriana Stagnitta (Paternò, 1990) vive a Parigi. Si è laureata in Arti Visive, e ha seguito il Corso per curatori di arte contemporanea di Paratissima, attualmente lavora alla Galleria Nathalie Obadia. Stagnitta è curatrice indipendente, organizza principalmente mostre in gallerie; i suoi campi di ricerca sono la topografia e la presenza di elementi naturali nella pratica degli artisti.

Artissima è riconosciuta, nel panorama internazionale, come una delle fiere dove emerge un’attenzione particolare per l’aspetto curatoriale. Prima con Andrea Bellini, poi con Francesco Manacorda e Sara Cosulich, e ora con Ilaria Bonacossa, Artissima ha sviluppato molti progetti e mostre degne di nota. A tuo parere, è giustificata l’importanza della pratica curatoriale dentro a un sistema fieristico? Perché?
Sì, assolutamente. Ho notato molta più ricerca verso lo sperimentale, un ambiente dinamico, una scelta selezionata, proprio in questo è importante la pratica curatoriale, poiché senza c’è meno selezione e viene meno un dialogo coerente fra le varie gallerie partecipanti. La mia impressione è che dietro Artissima ci sia un’identità forte.
Entrando nel merito di questa edizione, quale sezione della fiera ti ha particolarmente colpito?
Quello che mi ha colpito maggiormente è la sezione Disegni, perché è una pratica artistica che ci riporta alle origini dell’arte.
Se dovessi fare una lista – anche se approssimativa – di gallerie che hanno dato prova di ottime proposte, chi citeresti?
Alcune delle gallerie che mi hanno colpito sono la Galerie Papillion di Parigi perché ha selezionato due artisti, uno storico e uno giovanissimo Elsa Sahal, creando un dialogo fra antico e contemporaneo che m’interessa molto. Citerei anche la galleria Riccardo Costantini di Torino, alla prima edizione di Artissima, che ha presentato Nicola Ponzio.
Se dovessi rilevare un aspetto della fiera che andrebbe potenziato, quale sarebbe? In particolare in questa edizione di Artissima, ma più in generale anche nel sistema fieristico dell’arte contemporanea.
La fiera ha il suo obiettivo, che è di vendere. Credo che in termini di collezionismo dovrebbe essere più internazionale, siamo ancora all’inizio perciò non so se questa edizione sarà diversa dalle precedenti.
Molti artisti pensano che è svilente partecipare con la propria opera ad una fiera. Sei concorde con quest’opinione? Oppure pensi che la fiera dia molta visibilità e una maggior esposizione commerciale?
Molti contatti anche istituzionali, si creano attraverso le fiere, l’artista per sopravvivere deve essere sul mercato, perciò potrebbe essere svilente nel senso di perdita del valore artistico di un’opera, per me comunque è molto importante che un artista sia presente in fiera.
Idealmente, cosa inseriresti – sezioni, temi, spazi ecc. – nelle attuali fiere d’arte contemporanea? In particolare ad Artissima?
Mi è molto piaciuta la mostra curata da Bonacossa e Martini, Deposito d’Arte Presente, io però inserirei una sezione che tratti della storia della fiera. Che parta dalla nascita, uno spazio in cui ci siano anche le grandi opere vendute che hanno fatto la storia della fiera. Una sorta di racconto storico di com’è nata e sviluppata, dare un’impronta storico culturale.

Artissima17 - Deposito d' Arte Italiana - Photo: Perottino – Alfero – Bottallo - Formica

Artissima17 – Deposito d’ Arte Italiana – Photo: Perottino – Alfero – Bottallo – Formica

   Andrea Lerda

Storico dell’arte e curatore freelance. Dopo la specializzazione in Storia dell’Arte presso l’Università di Bologna ha collaborato con il CeSAC – Centro Sperimentale per le Arti Contemporanee, con l’Associazione Culturale Marcovaldo e la Galleria Civica di Modena. È stato inoltre direttore di galleria presso Franco Soffiantino a Torino, Studio la Città a Verona e assistente di direzione presso la Galleria Lia Rumma di Milano. Nel 2015 e nel 2016 è stato responsabile organizzativo di PER4M, nell’ambito di Artissima – Fiera Internazionale d’arte contemporanea di Torino. A oggi ha curato numerose mostre personali e collettive in spazi pubblici e privati. Tra le principali pubblicazioni si citano: Il topos del sublime nella retorica pubblicitaria / Del Sublime, in “Retorica e pubblicità” di Annalisa Cattani, Lupetti Ed, 2009 e di prossima uscita Nature is Balance, in Landscapes, Natures, ecologies. Italy and the Environmental Humanities a cura di S. Iovino, E. Cesaretti, E. Past. Charlottesville, University of Virginia Press. Partecipa all’edizione 2017-2018 di CAMPO – Corso per curatori presso la Fondazione Sandretto Re Rebaudengo di Torino.

Artissima è riconosciuta, nel panorama internazionale, come una delle fiere dove emerge un’attenzione particolare per l’aspetto curatoriale. Prima con Andrea Bellini, poi con Francesco Manacorda e Sara Cosulich, e ora con Ilaria Bonacossa, Artissima ha sviluppato molti progetti e mostre degne di nota. A tuo parere, è giustificata l’importanza della pratica curatoriale dentro a un sistema fieristico? Perché?
Ho visitato la fiera nei suoi primi due giorni di apertura e ho cercato di capire che cosa fosse cambiato rispetto alle precedenti edizioni. Intanto devo dire che ho avuto la fortuna e il piacere di lavorare fino all’anno scorso con la precedente direttrice, Sara Cosulich Canarruto, nell’ambito di PER4M e di capire più da vicino che cosa vuol dire organizzare una fiera, quali sono le dinamiche che regolano e muovono questa macchina molto complessa. L’impatto con la linea proposta dalla nuova direttrice Ilaria Bonacossa penso sia percepibile in maniera abbastanza netta, soprattutto nella maggiore attenzione alla dimensione italiana dell’arte. Rispetto al discorso della curatela, più di una persona mi ha portato a riflettere su quest’aspetto: curatore alla direzione di una fiera si o no? Perché non affidare questo compito a un tecnico che si occupa in maniera specifica di mercato dell’arte? Rispondere non è semplice. Penso però che il timoniere di Artissima abbia una grande responsabilità, soprattutto per il fatto che questa è una fiera riconosciuta a livello internazionale per la sua dimensione sperimentale e il direttore è forse l’unico in grado di dare continuità a questo taglio, per fare in modo che venga mantenuta integra la sua identità. In definitiva, sono del parere che quella del curatore è probabilmente la figura più adatta per questa fiera in particolare, perché in grado di associare all’aspetto commerciale (linfa vitale per l’esistenza stessa della fiera e dell’arte oggi) quello più critico e storico artistico che connota proprio Artissima. Il che significa rendere quest’appuntamento annuale un’occasione per fare il punto sulla ricerca artistica internazionale oltre che un’occasione strettamente legata alla vendita.
Entrando nel merito di questa edizione, quale sezione della fiera ti ha particolarmente colpito?
Ho sempre amato il disegno, nelle sue varie espressioni e forme, dunque la sezione Disegni è quella che mi ha incuriosito maggiormente. Come suggerito dalla direttrice, ho iniziato la visita di Artissima 2017 proprio da lì. Come ogni anno, Artissima mi permette di conoscere il lavoro di molti artisti nuovi e interessanti. Questo è accaduto anche nel caso di questa sezione.
Se dovessi fare una lista – anche se approssimativa – di gallerie che hanno dato prova di ottime proposte, chi citeresti?
Ho trovato molto coraggiosa la scelta di Pinksummer, che ha presentato due solo show molto belli, uno dedicato a Invernomuto e l’altro a Marianna Castillo Debal, poi Aike Dellarco con uno stand molto essenziale che propone la ricerca di due artisti cinesi, Tang Dixin e Li Rang, sul tema dell’identità. Molto bello il lavoro di Salvatore Arancio da Federica Schiavo e di Miriam Laura Leonardi da Maria Bernheim, oltre a quello di Cally Spooner presentato da Zero…, un lavoro coraggioso che indaga le paure contemporanee in modo sperimentale e che ha meritatamente (a mio avviso) vinto il Premio Illy Present Future. Potrei poi citare il lavoro di Ferdinand Penker da Galerie nächst St. Stephan Rosemarie Schwarzwälder, lo stand di Luis Adelantado e quello di Massimo de Luca.
Se dovessi rilevare un aspetto della fiera che andrebbe potenziato, quale sarebbe? In particolare in questa edizione di Artissima, ma più in generale anche nel sistema fieristico dell’arte contemporanea.
È un peccato l’assenza della sezione PER4M introdotta da Sara Cosulich, penso che avesse seminato qualcosa di molto interessante e che abbia caratterizzato in maniera importante Artissima e la sua attenzione alla dimensione sperimentale.
Molti artisti pensano che è svilente partecipare con la propria opera ad una fiera. Sei concorde con quest’opinione? Oppure pensi che la fiera dia molta visibilità e una maggior esposizione commerciale?
Sto riscoprendo l’importanza di andare a vedere mostre nei musei, i veri contenitori (oltre alle gallerie e agli studi d’artista) all’interno dei quali è possibile comprendere il lavoro di un artista, cosa che la fiera non permette. Certo, per gli artisti essere rappresentati in una fiera come Artissima è una sorta di riconoscimento e in un certo senso un punto di arrivo, tuttavia la naturale casa dell’arte non è questa. Trovo addirittura che si stia diffondendo una bizzarra tendenza a seguire il lavoro degli artisti attraverso le immagini veicolate dei social network (Pinterest, Facebook ecc.). Questo permette a chiunque di essere presente e genera meccanismi nuovi attraverso i quali nascono spazi e contenitori virtuali infiniti, all’interno dei quali vengono presentate e proposte le opere d’arte. Non amo questa tendenza, preferisco continuare a vedere il museo e la galleria come il luogo dove recarmi fisicamente per sentire l’arte.
Idealmente, cosa inseriresti – sezioni, temi, spazi ecc. – nelle attuali fiere d’arte contemporanea? In particolare ad Artissima?
Inserirei uno spazio dedicato interamente all’arte video, in cui poter dare la possibilità al pubblico di vivere in maniera immersiva e sinestetica questo genere artistico. Ovviamente permettendo allo stesso collezionismo di avvicinarvisi ulteriormente. Nonostante la notoria difficoltà a vendere questo tipo di opere, credo sia una scelta che potrebbe contraddistinguere ulteriormente la natura sperimentale e la verve curatoriale di Artissima.

Artissima17 - ArtissimaLive Artissima17  - Photo: Perottino – Alfero – Bottallo - Formica

Artissima17 – ArtissimaLive – Photo: Perottino – Alfero – Bottallo – Formica

   Guido Santandrea

Guido Santandrea vive a Londra. Studia al dipartimento di Visual Cultures della Goldsmiths University e cura il programma di ALMANAC, London/Turin.

Artissima è riconosciuta, nel panorama internazionale, come una delle fiere dove emerge un’attenzione particolare per l’aspetto curatoriale. Prima con Andrea Bellini, poi con Francesco Manacorda e Sara Cosulich, e ora con Ilaria Bonacossa, Artissima ha sviluppato molti progetti e mostre degne di nota. A tuo parere, è giustificata l’importanza della pratica curatoriale dentro a un sistema fieristico? Perché?
E’ sicuramente importante il taglio curatoriale di una fiera altrimenti si ridurrebbe a un mero display di lavori disponibili che rispondono alle domande del mercato.
Entrando nel merito di questa edizione, quale sezione della fiera ti ha particolarmente colpito?
Present Future è l’unica sezione che m’interessava vedere. Il Deposito d’Arte Italiana Presente mi ha colpito in negativo: un progetto che di certo non ha saputo valorizzare i lavori presentati, molti dei quali molto significativi.
Se dovessi fare una lista – anche se approssimativa – di gallerie che hanno dato prova di ottime proposte, chi citeresti?
Si va sempre sul sicuro con Cabinet, Bortolozzi e Guido Costa. In Present Future Chantal Crousel e Pantaleone. Di giovani Clima e Ermes-Ermes.
Se dovessi rilevare un aspetto della fiera che andrebbe potenziato, quale sarebbe? In particolare in questa edizione di Artissima, ma più in generale anche nel sistema fieristico dell’arte contemporanea.
Il legame con il territorio e il lasciare spazio alla sperimentazione dei giovani sono aspetti importanti che sarebbe stato bello vedere. Ricordo alcuni progetti in passato che hanno davvero funzionato da questo punto di vista come Artissima Lido che sviluppandosi in diverse location cittadine riconnettevano arte contemporanea e città, non limitandosi alla sterilità ed elitismo dell’Oval Lingotto.
Molti artisti pensano che è svilente partecipare con la propria opera ad una fiera. Sei concorde con quest’opinione? Oppure pensi che la fiera dia molta visibilità e una maggior esposizione commerciale?
L’aspetto commerciale dell’arte è sempre esistito, basta pensare a commissioni, dealer, botteghe. Fa parte del gioco. E implica il valore economico di un’opera che va sempre distinto dal valore della ricerca – che come si vede in qualsiasi fiera del mondo non sempre corrispondo.
Idealmente, cosa inseriresti – sezioni, temi, spazi ecc. – nelle attuali fiere d’arte contemporanea? In particolare ad Artissima?
Penso sia importante dare visibilità anche a figure che non sono necessariamente in superficie o parte delle gerarchie dell’arte rispetto a genere e geografie. Mi riferisco ad ampliare lo sguardo di un pubblico che vede sempre le stesse cose di fiera in fiera. Inoltre penso sia importante lavorare ad un programma che si rivolga ad un pubblico composto non solo da addetti ai lavori e che dialoghi con il contesto e il pubblico della città.

Artissima17  -  Oval, esterno - Photo: Perottino – Alfero – Bottallo - Formica

Artissima17 – Oval, esterno – Photo: Perottino – Alfero – Bottallo – Formica

   Francesco Urbano Ragazzi

Francesco Urbano Ragazzi è un duo curatoriale nato dalla volontà di sperimentare formati di produzione, esposizione, scrittura e ricerca. Le sue principali linee di ricerca sono gli studi di genere, le estetiche digitali e i territori emergenti. Tra le collaborazioni con istituzioni pubbliche e private si ricordano: CERN (Ginevra), Ikon Gallery (Birmingham), Emirates Foundation (Abu Dhabi), Futura – Centre for contemporary art (Praga), Frise Künstlerhaus (Amburgo), Bevilacqua La Masa Foundation (Venezia), Istituto Svizzero (Roma – Milano). Francesco Urbano Ragazzi ha tenuto lecture e performance in spazi accademici e museali. Nel 2015, sempre in occasione della Biennale, dà inizio a The Internet Saga con Jonas Mekas.
Hanno da poco inaugurato la mostra Blue, Yellow, Red, Purple, una mostra del poeta e filmmaker Jonas Mekas (Birzaj, Lituania, 1922) all’interno del progetto Surface Conversion, la piattaforma artistica all’interno della Boutique Missoni in Madison Avenue a New York.

A tuo parere, è giustificata l’importanza che si da alla pratica curatoriale dentro ad un sistema fiera?
Se per pratica curatoriale s’intende organizzazione e costruzione di network, il curatore in fiera è assolutamente centrale. A maggior ragione se il direttore viene da una storia di curatela come nel caso di Ilaria Bonacossa ad Artissima.
Se invece guardiamo all’aspetto autoriale delle mostre, non lo so: è difficile riconoscere la curatela di qualcuno in una fiera. Ma forse è anche giusto così.
Molti artisti pensano che è svilente partecipare con la propria opera ad una fiera. Sei concorde con questa opinione? Perché?
Sarà una posa di alcuni. Io personalmente ho visto più artisti infuriati per essere stati esclusi, o in crisi per essere stati messi in posizione defilata. Non c’è niente di più svilente per gli artisti di non essere in mostra e non essere venduti. Bisogna dirselo chiaramente.
D’altro canto, l’obbiettivo fondamentale – e io direi unico – di una fiera è vendere. Non sarebbe bene, sbarazzarci di tutto l’aspetto prettamente intellettuale e concentrarci sul mercato?
Il mercato dell’arte, nel bene o nel male, si regge su un desiderio di elevazione. Elevazione che da un piano economico si sposta completamente sul piano culturale e spirituale. Se togli il contorno intellettuale alla fiera allora rischi di trovarti negli antri più desolati del libero mercato. Perfino le aste online oggi corredano i propri siti di sezioni “magazine” e supportano progetti collaterali. Allora meglio tenere un profilo intellettuale, anche se non sempre questo ha una ricaduta positiva sulle vendite effettive.
Cosa manca – sezioni, temi, spazi ecc. – nelle attuali fiere d’contemporanea che vorreste sia approfondito?
Alle fiere non aggiungerei molto: sono già piuttosto cariche. Anzi, prima di tutto eliminerei le performance, proprio come in questa edizione di Artissima. Si ricade troppo spesso nell’intrattenimento e in una visione degradante per scarsità di attenzione.
Parallelamente, al di fuori delle fiere, credo invece sia importante guardare ai progetti più spiccatamente curatoriali che possono incidere nella vita della città e in un dibattito culturale più esteso. È importante il coordinamento dell’intero territorio.