La sezione è dedicata a progetti specifici: ogni espositore ha la possibilità di presentare le opere di massimo tre artisti, messe in relazione tra loro secondo un progetto coerente ideato dalla galleria.
Gli espositori delle trenta gallerie ospitate hanno interpretato la sezione Dialogue in modo abbastanza libero, infatti, è possibile vedere sia delle piccole esposizioni monografiche sia delle piccole collettive. ATPDiary ha selezionato nove gallerie italiane e straniere: 22,48m2, Paris; Operativa Arte Contemporanea, Roma; Ex Elettrofonica, Roma; The Gallery Apart, Roma; Laveronica, Modica; Antoine Levi, Paris; Federica Schiavo, Roma e Milano; Car Drde, Bologna; Studio SALES di Norberto Ruggeri, Roma. 

Thomas Tronel-Gauthier, Jean-Baptiste Caron,  22,48m2, Paris, Artissima 2016, Foto Costanza Sartoris

Thomas Tronel-Gauthier, Jean-Baptiste Caron, 22,48m2, Paris, Artissima 2016, Foto Costanza Sartoris

22,48m2, Paris

Jean-Baptiste Caron e Thomas Tronel-Gauthier sono messi in relazione reciproca nello stand della galleria 22,48m2, presentando entrambi, seppur con modalità differenti, una ricerca legata alla natura e al corpo. Le opere sono in assoluta armonia, infatti, le ricerche dei due artisti, per quanto diverse, condivido le stesse tematiche.
Jean-Baptiste Caron utilizza il suo soffio per plasmare diversi materiali, come il vetro, il marmo o la sabbia. Il soffio è qui utilizzato come un calco. Nell’opera Verre Souffle, ad esempio, è possibile vedere delle protuberanze sulla superficie perfetta del vetro, create dal soffio di Caron. Quest’opera, in relazione con il passato da prestigiatore dell’artista, è una riflessione sull’effimero e su ciò che è impalpabile. Lo stesso gallerista sostiene che nei lavori di Caron ci sia qualcosa di magico, perché sono lavori in grado di fissare e rendere immortale l’effimero.
Thomas Tronel-Gauthier affronta invece il discorso legato alla natura in modo differente. In stand è possibile vedere un’opera estremamente affascinate, The Last Piece of Wasteland #7, un grande calco in resina nera di una porzione di sabbia. Il calco ha fissato il rapido moto ondoso riportandone i solchi lasciati dall’acqua, dove è possibile osservare anche delle piccole conchiglie rimaste incollate alla resina.

Operativa Arte Contemporanea – Roma

Emiliano Maggi con l’opera Spettro Sound System, installazione appositamente concepita per Artissima, instaura un dialogo con il pubblico della fiera ponendosi come sfida quella di riuscire a catturare i suoni presenti nell’Oval. L’installazione è concepita come un sound sistem, una sorta di orchestra strutturata alla stregua di un grande organismo vivente. Sei sculture in ceramica smaltata racchiudono sei microfoni funzionanti: queste forme riprendono in modo molto stilizzato le fattezze degli elementi organici, che a loro volta rimandano a delle forme sensuali e sessuali. A fianco di queste sculture sono posizionate due grandi forme amorfe in ceramica smaltata dal colore opalescente, che contengono al loro interno degli speaker da 60w. I microfoni e le casse collegate a un mixer a otto canali, fanno risuonare i suoni ambientali della fiera, dando loro una nuova forma per mezzo di effetti distorsivi e ipnotici.

Ex Elettrofonica, Roma

Ex Elettrofonica mette in dialogo le ricerche di Cristian Chiaroni e Elena Mazzi. Le opere esposte riescono a restituire un discorso estremamente coerente. Entrambi gli artisti riflettono sull’architettura e sull’idea di costruzione utilizzando come filtro di ricerca un punto di vista antropologico e sociologico. In stand sono esposti due opere molto simili tra loro: My house is a le Corbusier (Unitè d’habitation_Marseille-South Facade) e Bricks serving the unpredictable, due mattoni da costruzione modificati in modo diverso. Il mattone di Chiaroni, così come quello della Mazzi, sono una proposta estetica, funzionale ed ecologica: entrambi gli artisti utilizzano degli elementi di recupero per la composizione di questi moduli.
Anche le altre opere sono molto coerenti tra loro. En route to the south di Elena Mazzi, è una serie di mappe costruite utilizzando cera d’api e intelaiate in altrettante arnie. Quest’opera riflette sulla questione dell’immigrazione, mostrando attraverso una sorta di grafico concettuale come il prodotto interno lordo di molte città aumenti proprio grazie all’arrivo di nuovi e diversi gruppi etnici. Crisitian Chiaroni riflette invece sull’aspetto urbanistico della città, portando come esempio le unità abitative disegnate da Le Corbusier dopo la seconda guerra mondiale, in un momento di grande crisi abitativa. Messe in relazione, queste serie svelano la poco rassicurante relazione tra il sistema dell’allevamento della api, chiuse in cellette, all’idea di città proposta da Le Corbusier.

The Galllery Apart, Roma

Restando in tema di arte politica e impegnata socialmente, nello stand di The Galllery Apart sono esposte le opere di Oliver Ressle, Bertille Bak e Luana Perilli.
Tutti e tre gli artisti riflettono sul concetto di comunità, proponendo delle possibili proposte concrete orientate verso un’idea meno globalizzata ma più comunitarista di società. L’intera ricerca di Olivier Ressler è incentrata su temi legati alla resistenza al sistema capitalistico e ai rispettivi modelli denuncia, non a caso Ressler è stato il vincitore della prima edizione del “Premio Thun per l’Arte e l’Etica”. Bertille Bak lavora invece a stretto contatto con le piccole comunità, facendo della sua ricerca una proposta positiva e concreta su come generare nuove modalità di integrazione, insistendo sull’importanza della comunità, tematica avvertita dall’artista come urgente. Rayonnage della Bak, sono una serie di arazzi realizzati dall’artista insieme a un gruppo di persone appartenenti a una comunità di ex minatori del villaggio francese di Barilin, area abitativa adesso dismessa. L’intenzione dell’artista è quella di ricostruire l’identità di questa comunità riattivandola proprio nella sua più importante funzione, quella di collante sociale. Anche l’opera di Luana Perilli parla di comunità, mostrando però un altro tipo di “comunità” quelle degli Imenotteri, ovvero gli insetti sociali come ad esempio le formiche, in questo caso interpretate come metafore di comunità funzionanti e cooperative.

Adelina Husni-Bey, Marinella Senatore e Maryam Jafri, Laveronica, Modica, Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

Adelina Husni-Bey, Marinella Senatore e Maryam Jafri, Laveronica, Modica, Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

Laveronica, Modica

In una prospettiva simile a quelle delle opere appena descritte, si collocano i lavori dei tre artisti presentati dalla galleria Laveronica. Infatti, anche Adelina Husni-Bey, Marinella Senatore e Maryam Jafri affrontano tematiche sociali e politiche.
Adelina Husni-Bey sperimenta attraverso un workshop la costruzione di una possibile società, proponendo a un gruppo di studenti italiani una sorta di gioco di ruolo. Gli studenti, divisi in gruppi, hanno ricalcato e interpretato i ruoli presenti nella società, avendo come obbiettivo quello di raggiungere il potere. Il risultato di questo workshop è stato però sorprendente e poco rassicurante, poiché tutti i gruppi non hanno perseguito, come si poteva sperare, l’obiettivo proponendo delle modalità etiche e virtuose di stare in una comunità, ma, al contrario, hanno ricalcato i vizi e i difetti della nostra società, facendo dell’inganno e della corruzione il principale mezzo di conquista.
L’opera di Marinella Senatore, invece, è più positiva e vivace. L’artista riunisce un certo numero di gruppi di comunità diverse per mostrare il modo in cui, attraverso la musica, la danza, lo spettacolo o la protesta, è possibile generare un potenziale di cambiamento sociale. Per la Senatore, la danza è un mezzo per risvegliare il corpo, corpo interpretato come strumento di lotta e di protesta.

Antoine Levi, Paris

Francesco Gennari, Alina Chiderov e Piotr Makowiski sono gli artisti presentati dalla galleria Antoine Levi. Tutti e tre affrontano delle tematiche legate al corpo, all’autoritratto e all’autorappresentazione. Le opere di Francesco Gennari e di Alina Chiderov hanno molti punti di contatto: entrambi parlano del corpo in modo autobiografico e svincolato dalla tradizione rappresentativa. Ad esempio, con l’installazione site-specific Game, Alina Chiderov rappresenta se stessa e condivide il suo passato e la sua malattia. La piramide fatta di palline da tennis Wilson, infatti, rappresenta in modo simbolico e ironico lei stessa e la sua malattia: il morbo di Wilson. La poetica di Piotr Makowiski è invece maggiormente legata alla tradizione pittorica. Nello stand sono esposti una serie di autoritratti disegnati con la tecnica della punta d’argento. È infatti quasi impossibile riconoscere delle fattezze umane, ma è possibile ritrovare molti degli stilemi delle avanguardie artistiche: questi ritratti sono caratterizzati dalla sintesi estrema e dalla riduzione delle forme a elementi geometrici che sfiorano delle forme vegetali quasi antropomorfe.

Federica Schiavo, Milano, Roma

Federica Schiavo punta invece sul confronto generazionale, esponendo le opere di Luisa Gadini e Jay Heikes, artisti appartenenti a due generazioni molto diverse, accomunati però, come suggerisce la stessa gallerista: “dalla volontà di indagare il segno e il linguaggio con un approccio improntato sulla gestualità e sulla pura materialità”.
Spicca tra tutte la grande opera di Luisa Gardini, una tela di due metri per due dalle tonalità cupe e pesanti che ricordano il piombo. L’artista gioca con la contrapposizione del materiale utilizzato, infatti, sebbene all’apparenza l’opera sembra di pimbo, la stratificazione materica è in realtà fatta di cartone. L’artista riesce così a coniugare l’elemento pittorico e l’elemento scultoreo, stratificandoli l’uno nell’altro.
Jay Heikes espone invece delle opere inedite, dove la sovrapposizione e l’eterogeneità dei materiali utilizzati si presenta come l’elemento principale della sua ricerca. Federica Schiavo sottolinea come l’artista :“mette in scena la natura precaria di ogni allusione al reale” perché “le sue opere, sono la testimonianza dei mutamenti di stato legati all’uso dei materiali che interagiscono fra loro trasformandosi”.

CAR DRDE, Bologna

Nello stand della galleria Car Drde sono le opere stesso dell’artista Elia Cantori a dialogare tra loro. Troviamo esposta una delle sue opere più celebri Untitled (Double Hemisphere Room) in relazione a Untitled (1:1 map), una serie di opere inedite pensate appositamente per Artissima.
In linea con la poetica dell’artista, anche nei nuovi lavori appare centrale l’esibizione dei procedimenti di trasformazione e di registrazione della materia e dell’attimo attraverso un’azione. In questo caso, ciò che viene registrato, attraverso dei calchi in allumino, sono delle mappe geografiche. La bidimensionalità delle linee tracciate sulla carta vengono restituite in una forma tridimensione e assolutamente scultorea.
Una stanza, come nel caso di Untitled (Double Hemisphere Room) o un semplice foglio, come in Untitled (1:1 map) sono da intendersi come camere di registrazione, “spazi chiusi dove l’artista più intervenire per documentare il propagarsi di un fenomeno formalizzare la sua percezione”. 

Studio SALES, Roma

Studio Sales presenta in fiera le opere di Claudia Wieser, Davide Monaldi e Charles Avery, artisti con linguaggi, pratiche e poetiche tra loro differenti. I grandi wall paper della Wieser, incollati alle pareti dello stand, sono frutto di una coerente ricerca che parte dallo studio approfondito dei topoi centrali della Bauaus. Architettura e astrattismo si sovrappongo in questi collage digitali, che mettono in relazione elementi dell’architettura classica con degli elementi più strettamente legati alla poetica minimalista.
Più ironici e autobiografici sono le sculture inedite di Davide Monaldi, come ad esempio Banchetto. L’artista espone la sagoma del suo corpo in scala 1/1, fatta interamente di molliche di pane, quasi a ricordare il famoso lavoro di Alighieri Boetti Io che prendo il sole a Torino il 24-2-1969. Tutti intorno alla sagoma, una moltitudine di piccioni in terracotta sono rappresentati nell’atto di nutrirsi delle molliche, metafora del corpo e della vita dell’artista, che dona in pasto se stesso. Charles Avery espone una serie di disegni tratti dalla sua monumentale opera Onomatopoeia iniziata nel 2004. Onomatopea è una realtà immaginaria e bizzarra, ambientata in un arcipelago di un’isola della fantasia. Il nuovo mondo disegnato da Avery è costituito da creature fantastiche, idee filosofiche personificate e paradossi. Charles Avery costruisce il suo mondo da un punto di vista visivo e letterario. I disegni a china, a matita e carboncino illustrano le scene di vita quotidiana degli abitanti di questa strana isola.

 Bertille Bak, Luana Perilli e Oliver Ressle, The Galllery Apart, Roma, Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

Bertille Bak, Luana Perilli e Oliver Ressle, The Galllery Apart, Roma, Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

 Bertille Bak, particolare dell’opera Rayonnage,  The Galllery Apart, Roma, Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

Bertille Bak, particolare dell’opera Rayonnage, The Galllery Apart, Roma, Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

Davide Monaldi, Charles Avery e Claudia Wieser,  Studio SALES, Roma,  Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

Davide Monaldi, Charles Avery e Claudia Wieser, Studio SALES, Roma, Artissima 2016, foto Costanza Sartoris

Emiliano Maggi, Operativa Arte Contemporanea, Roma, Artissima 2016, Foto Costanza Sartoris

Emiliano Maggi, Operativa Arte Contemporanea, Roma, Artissima 2016, Foto Costanza Sartoris