Q & A - Jonathan Monk e Gabriele De Santis -  photo Maria Zanchi

Q & A – Jonathan Monk e Gabriele De Santis – photo Maria Zanchi

“Ci sono domande?”

Questo l’incipit dell’incontro tra Jonathan Monk, Gabriele De Santis e il pubblico accorso per l’insolita conversazione, organizzato nell’ambito di ArtDate 2017, festival dedicato all’arte contemporanea, promosso dall’associazione The Blank.
Bypassando in toto il “noioso” scambio autoriale tipico di una qualsiasi conferenza, i due artisti chiedono al pubblico di essere interrogati. Per ciascuna domanda, viene offerto un disegno autografato dai due artisti, realizzato a quattro mani, con pennarelli e penne e un supporto non convenzionale, le pagine strappate casualmente dalla Guida alle Collezioni della GAMeC – Galleria d’Arte Moderna e Contemporanea di Bergamo, a sottoscrivere in maniera metaforica un indelebile legame con il territorio e il tessuto culturale cittadino.

A seguire, un estratto dell’insolita intervista del pubblico ai due artisti.

?: Che “c’azzecca” Gabriele De Santis con Jonathan Monk?

JM: …Niente in realtà. Ci siamo incontrati a Roma e questa è la seconda volta che realizziamo una conversazione di questo tipo insieme; la prima volta è stata a Parigi, al Centre Pompidou. Non c’è una specifica ragione per cui esiste questa collaborazione. Spero comunque che da questo possa nascere qualcosa di interessante per il pubblico.

?: Avrei voluto chiedere a Jonathan Monk – visto che viene da Leicester – come mai hanno cambiato l’allenatore. Invece, chiedo a entrambi quanto è importante il dialogo tra la vostra poetica artistica e gli altri linguaggi creativi, come per esempio con la letteratura.

JM + GDS: La nostra pratica non è direttamente correlata alla letteratura – Continua Monk – Leggo abitualmente. Può essere che quando affronto un libro qualcosa stimoli un’idea che poi si tradurrà in un’opera ma non è una trasposizione di informazioni automatica.

?: Sto leggendo un libro del fisico Carlo Rovelli sul tema del tempo. Leggendo, a un certo punto, chiede al lettore come mai siamo soliti ricordare solo le cose accadute nel passato e non quelle che accadranno nel futuro. Credo sia una domanda intrigante da rivolgere a degli artisti che in quanto tali dovrebbero essere profetici…

GDS : Un anno fa circa, mi sono inventato un artista, o collettivo di artisti, dal nome Gundam Air. Nato nel 2198, Gundam Air viaggia nel tempo per fare le mostre ai giorni nostri. Ogni volta che fa una mostra il suo curriculum è testimone di quanto è accaduto. Ho cercato di indovinare cosa succederà a quest’artista nel futuro facendolo vivere, però, nel passato. È abbastanza divertente questo aspetto. Ha anche una galleria portoghese che lo rappresenta e che ha creduto nel progetto – la galleria Hawaii-Lisbon. Sicuramente la storia può aiutarci a indovinare quello che sarà il futuro ma è molto divertente anche sapere che non sarà mai lo stesso ipotizzato.

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Q & A – Jonathan Monk e Gabriele De Santis – photo Maria Zanchi

?: Questa è una domanda che parte da un “progetto” di Jonathan Monk che su Instagram pubblica le foto dei disegni che realizza sulle ricevute di vari ristoranti. Quanto i social network influiscono nel vostro lavoro e quanto influenzano la percezione del vostro lavoro. E infine, quanto tempo passate al ristornate per lavorare?

JM: I social network nel mio fare artistico e nella mia vita privata non trovano un grande impiego. Non conosco Facebook per niente e quando frequentavo la scuola d’arte non avevo nemmeno un computer, quindi sono elementi che non fanno parte della mia formazione… non mi piace comunicare o connettermi in questo modo, anche se internet è sicuramente utile per guardare i risultati delle partite di calcio. Non mangio fuori molto spesso, due o tre volte a settimana. I disegni a cui ti riferisci, però, non li realizzo nell’immediato mentre sono al ristorante, magari anche il giorno dopo. Uso Instagram molto semplicemente, non perché abbia un ruolo particolare per la mia poetica. Piuttosto che Facebook e le tecnologie digitali, sono più interessato e attratto da certi oggetti obsoleti come le pellicole super8 e 16mm, lettori dvd, stereo, o come i cd supporti rimasti nelle nostre vite per una decina d’anni e che, per esempio, le persone con meno di 25 anni non conoscono affatto.

GDS: Io, se possibile, nel rispondere, mi concentrerei più sulla questione mangiare fuori. Alcuni cuochi sono come artisti, realizzano cose pazzesche. Ho cominciato a pensare che andare al ristornante sia come andare a una mostra. E a parte il fatto che mi fa sentire meglio con la coscienza, nel senso che penso di aver fatto qualcosa di culturalmente utile, è abbastanza carino condividere sui social network quello che mangi, è qualcosa di molto più intimo e rivelatore di ciò che sta accadendo rispetto al dichiarare con chi mangi.

?: È più importante la traccia del disegno che state lasciando sul foglio o la firma apposta a conclusione del processo? E se dunque la firma è azione artistica essa stessa?

JM: Tutti questi tre elementi, il contesto, la firma il disegno hanno per me lo steso peso, non sono separate. La firma non è così importante nella mia arte. …Non so perché le persone firmino le cose. Ora stiamo realizzando i nostri disegni sopra altri oggetti – riproduzioni di opere d’arte a loro volta autografate e che probabilmente anche per questo hanno acquisito un’importanza storica.

GDS: Aggiungo che faremo anche un altro interevento simile, durante la sagra disegneremo su banconote da 10 euro; il disegno può essere comprato per altri 10 euro.

?: Ma quanto saranno disegnate? Se sono troppo disegnate perde valore la moneta… [risata]

GDS: È proprio questo il punto. La provocazione consiste nel capire quanto è importante per te il disegno e “l’autorialità”, se dunque il disegno vale almeno 10 euro o no.

?: Al contempo credo che la questione sia anche quanto è importante per te, perché sei tu che stai disegnando le banconote…

GDS: Sì, ma poi tu me le compri, io ricevo altri 10 euro e sto bene… sei tu che rimani con le 10 euro disegnate… [risata]

?: Quanto è importante la serialità nel vostro lavoro?

GDS: La serialità si esaurisce quando sei sazio di quel lavoro. A volte ti piace e pensi sia un progetto importante per cui lo porti avanti molto tempo. Credo che la cosa più interessante sia analizzare come un lavoro si collega ad altri e come, a distanza di tempo, una successione di opere più o meno omogenea possa essere letta come serie.

JM: È importante. Nel caso specifico del progetto della ricevuta dei ristoranti citato prima, farne uno non avrebbe avuto molto senso. Come continuo a mangiare continuo a produrne… In generale, per me è importante fare qualcosa di simile in modi differenti. Quando inizio un lavoro non mi prefiggo mai una sua durata nel tempo. Ci sono lavori che ho iniziato a fare vent’anni fa e che trovo ancora apprezzabili e che potrei continuare a rielaborare.

?: Esistono opere senza artisti e/o viceversa?

GDS: Rispondo dicendo che a casa ho un libro che raccoglie opere d’arte create da persone che non si definiscono artisti, per cui sì, assolutamente… Pensando alla questione anche certi reperti, manufatti, oggetti d’uso quotidiano di antiche civiltà, visibili nei musei, possono esser definiti in questi termini come opere senza artista, o forse come “oggetti di design” senza designer…

JM: Sì [risata]

Testimonianza raccolta da Valentina Gervasoni

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