Haroon Mirza
Navid Nuur
Klara Liden
James Turrell
Urs Fischer
Elisabetta Benassi
Elad Lassry
Ryan Gander
Rosemarie Trockel
Giulia Piscitelli
Monica Bonvicini
Carol Bove
Trisha Donnelly
Gelitin
Frances Stark
Katharina Frisch
***
Proseguo il mio giro all’Arsenale tra luci e ombre. Se l’inizio, come dicevo, scorreva elegante e sobrio, esulando un pò dal tema di ILLUMInation, a metà strada si fanno più evidenti i nessi con il concetto della Biennale. Su tutte le opere di Harroon Mirza e James Turrell.
Tre le artiste italiane: Elisabetta Benassi, Giulia Piscitelli e Monica Bonvicini. La Benassi ci mostra, con 9 lettori di microfiche automatizzati, i retro di altrettante fotografie di giornali: la visita del presidente dell’ENI alla famiglia Moro dopo l’ultimo messaggio delle Brigate Rosse; Antonioni multato 100 sterline per il possesso di 250 grammi di cannabis; Gandhi che beve un succo di lime ecc. Dalle scritte dietro alle immagini, possiamo solo immaginare la foto pubblicata. Ottima riflessione sulla ‘fame’ di immagini contemporanea, sui piccoli e grandi atti del ‘900. La lettura che ne da la Benassi è delicata e intelligente. Anche la Bonvicini, che prende ispirazione direttamente da Tintoretto, sviluppa in un grande spazio alcuni installazioni che riprendono il tema della scala…Meno coinvolgente l’opera della Piscitelli, la cui opera è collocata davanti alla rarefatta installazione di Rosemarie Trockel “Trockel non chiede di decifrare, ma che la mente giochi tra vari stimoli: vita domestica, sesso, ansia, storia dell’arte, i titoli stessi. (..) Trockel sa bene che ciò che ricorderemo meglio, sarà quello che avremo scoperto da soli”.
Gran ressa e tante foto per le 3 sculture/candele di Urs Fischer che rappresentano Il Ratto delle Sabine del Giambologna (1583), Rudolf Stingel e un sedia da ufficio. Opere facili, descritte come memento mori o, peggio, come ‘un’occasione per venerare il potere e la magia dell’arte’. Preferivo l’artista quando si divertiva con la materia nelle sue folli sculture. Queste alla Biennale sono opere ‘pulitine’ e furbette. Preferisco il silezio dell’opera di Trisha Donnelly installato nella penombra di una stanza nel Giardino delle Vergini o la grande installazione di Carol Bove.
In una grande sala dell’Arsenale, Bove colloca in una alta pedana una serie di oggetti: reti da pesca, conchiglie, strutture in ferro, piume di pavone ecc. L’artista rievoca con questi elementi, figure e materiali dell’arte del passato, con un’alta dose di potere evocativo. Delicato Gander che fa scendere la ballerina di Degas dal piedistallo e, accucciata, guarda il suo doppio.
Quasi mi passa inosservata l’installazione di Klara Liden. L’artista prede dei bidoni dell’immondizia presi da alcune città occidentali e li mette alle pareti come fossero dei quadri.

Ebbene sì… sono entrata! Per 2 minuti non ho domato la mia curiosità e sono entrata nel padiglione italiano. Amareggiata mi dirigo verso le Tese e il Giardino delle Vergini per vedere i Gelitin denudati mentre ballano nudi sopra una catasta di legna attorno ad un palo tipo Lap-Dance. Davanti, una fornace per produrre del vetro. Gente che si muove, altri sdraiati che ascoltano una band che suona. Nei piccoli spazi, il divertente e bizzarro mix di video di Sturtevant, montati su 9 monitor in forma di piramide: bliz che riunisce spezzoni di attuliatà, Betty Boop e frammenti di suoi video precedenti. Altri video di Francis Stark, e Marinella Senatore.