• Installation View. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Stefano Arienti and Laura Pugno
  • Laura Pugno, Memorie Remote, 2016. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Laura Pugno
  • Laura Pugno, Memorie Remote, 2016. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Laura Pugno
  • Laura Pugno, Memorie Remote, 2016. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Laura Pugno
  • Stefano Arienti, Cucciolo san Bernardo, 2016. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Stefano Arienti

In questi anni di boom informatico, due artisti, in una piccola sala d’aspetto di uno studio medico in via Vincenzo Bellini 1, nel centro di Milano, lavorano con delle immagini di carta, che toccano con mano, trasformano, colorano, senza eliminare alcuna traccia del loro processo artistico, della loro fase di mutazione dell’oggetto originale. Siamo in Sala d’Aspetto — spazio espositivo curato e gestito da due anni da Anna Musini ed Elisa Ci Penagini — con Stefano Arienti e Laura Pugno, artisti molto interessati all’aspetto tattile, materico, epidermico dell’immagine cartacea con cui lavorano quasi con attenzione e meticolosità pittorica, essendo affascinati dall’atto oggettuale che accarezza l’immagine, alla sua materia o, meglio, alla sua sensibilità materica. Un peculiare aspetto comune ad entrambe le loro pratiche è l’attenzione rivolta al già esistente, al già dato con cui noi tutti entriamo indissolubilmente a contatto, senza grandi possibilità di fuga.

Il fatto è che Arienti opera con una sensibilità sottile e puntigliosa, che va a cercare nel mondo delle cose e degli oggetti una loro creatività intrinseca, già disponibile, che, come dire, deve essere presa per mano e portata, con estrema cautela, sul limine della sua considerazione in quanto materia d’arte, proiezione di un pensiero accorto che la rende personale ed autentica. L’originalità non consiste, allora, nel creare di volta in volta il nuovo, ma nel cercarlo, riconoscendo, tra le cose che ci stanno attorno, uno spirito a cui la pratica dell’artista è vicina e aderente. Si ricordino le muffe colorate con un gessetto, le lunghe alghe multicolori ricavate da sacchetti di plastica, le turbine fatte di libri trovati, …

Laura Pugno, invece, tra il già esistente, si focalizza sul paesaggio naturale, possibilmente incontaminato e privo, quindi, delle costruzioni fisiche, massicce che l’uomo fa su di esso: architetture, modificazioni ambientali, ecc. Questo viene comunemente e banalmente indicato e percepito come emblema di una visione pura dell’essere del mondo, senza il sostrato culturale che l’uomo ha impresso, sempre fisicamente, su di esso. Ma la Pugno coglie acutamente un aspetto da non sottovalutare: il paesaggio naturale e incontaminato, nella sua oggettività virginale, assurge a prototipo per studiare ed analizzare le stratificazioni culturali — quindi non fisiche, non materiche — che inquinano la visione. Sarebbe quasi una sorta di filtro tra le cui maglie fitte poter far emergere i condizionamenti che l’uomo, nell’osservare, porta con sé, per quel bagaglio di dati educativi — familiari e scolastici — e culturali — legati al contesto politico e sociale che plasma e guida l’impianto culturale di un luogo — che lo costituiscono in quanto soggetto sociale. Il lavoro che la Pugno propone, dunque, non circoscrive il paesaggio in sé, per analizzarlo criticamente, ma la visione, in quanto atto di osservazione di quest’ultimo, atto in questo caso inteso nel suo dispiegarsi mentale (da intendere qui come socio-culturale) anziché sensoriale. D’altra parte, non appena si tocca la parola “paesaggio”, ci tiriamo addosso una cascata di rimandi: letterari, artistici, filosofici. L’uomo che osserva il paesaggio — si pensi solo al povero Giacomo che guarda la siepe recanatina o al tormentato Friedrich davanti al mare di nebbia — non è da intendere, almeno in molti casi, in senso letterale: l’uomo che osserva il paesaggio è l’uomo che osserva se stesso dentro una società ed un sistema culturale inserito in un paesaggio. Laura Pugno sembra altresì dirci che l’occhio, nel suo guardare, tocchi l’immagine, ma la tocchi davvero, quasi che la vista avesse, paradossalmente, dentro di sé, un altro senso, il tatto. Certamente, si parla per metafore. Ma si badi bene che, in realtà, l’occhio che guarda è l’uomo che guarda, dunque la mente, la cultura…e ritorniamo ancora alla società, ecc. Il fatto è che, spesso, la visione è seguitata dal pensiero e dalla concretizzazione del pensiero, in atto: la visione è, infine, spesso finalizzata alla trasformazione fisica dell’ambiente. L’artista coglie questo aspetto e lo porta sull’immagine: vediamo esposti paesaggi con impresse, in alfabeto Braille, pagine tratte dalla Genesi, di una Bibbia per ciechi che lei ha recuperato al Cottolengo di Torino. Ma non si ferma qui. Se questo sembrerebbe dare un elemento in più — quello tattile, appunto — all’immagine, un’altra aggiunta toglie alla visione: queste immagini di paesaggi naturali incontaminati sono sporcate e cosparse, irregolarmente, con un pigmento colorato — giallo, ocra, grigio, rosso —, fermato poi dal vetro che ricopre l’immagine, che annebbia, offusca, contamina i monti, le vette innevate, le vallate. E’ il dispiegarsi del suo modo d’intendere la visione.

Stefano Arienti propone due diversi lavori. In un caso abbiamo un’immagine di un torrente divisa in due diverse fotografie incorniciate, sulle quali è intervenuto facendo dei tagli obliqui, come se da una fotografia, attraverso le due cornici, arrivassero all’altra. Nell’altro caso, invece, Arienti ha utilizzato un puzzle raffigurante un cucciolo di San Bernardo, per poi disegnarci sopra un fascio di linee oblique argentate, da sinistra a destra. Siamo ben dentro un procedimento topico della sua pratica: quella di prendere immagini trovate tra le cose del mondo per modificarle con un gesto minimo. Proprio quest’ultimo è ciò che gli consente di fare arte. E’ il tentativo di dare una seconda vita agli oggetti e alle immagini, riscattandoli quasi da uno stato d’imperfezione, spesso dovuta al loro uso continuo ed abituale, alla loro massificazione stereotipata. Il gesto minimo rompe la regolarità e la consuetudine, rivitalizzando l’immagine e inserendola in una dimensione altra, quella dell’arte, dove un uomo, partendo dal dato reale, va oltre, transumanandolo.

Installation View. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Stefano Arienti and Laura Pugno

Installation View. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Stefano Arienti and Laura Pugno

Stefano Arienti,   Cucciolo san Bernardo,   2016.  Photo Paolo Cagliero. Courtesy Stefano Arienti

Stefano Arienti, Cucciolo san Bernardo, 2016. Photo Paolo Cagliero. Courtesy Stefano Arienti