Testo di Elvira Vannini

Quando Cézanne nel colloquio con Gasquet affermava: “A volte ho dubitato che la gente di campagna sappia cosa sia un paesaggio” perché ignora “che gli alberi sono verdi e che questo verde è un albero, che questa terra è rossa, e questo detrito rosso sono colline”, dichiarava allo stesso tempo la distanza che il paradigma della modernità ha imposto sull’ambiente naturale riducendolo a una pura volumetria cromatica. Come fuoriuscire da questa idea modernista di paesaggio in quanto esclusivo prodotto dello sguardo? L’albero verde di Cézanne, suggerisce Marco Scotini – curatore del progetto internazionale Archiving Irpinia, di durata quinquennale e che è stato presentato il 13 Febbraio a Prata (Av) – non è semplicemente un oggetto dello sguardo, come emergeva nella solitaria meditazione sulla logica del visibile dell’artista francese e dalla restituzione fenomenica della natura, emblema stesso di un privilegio che la modernità ha accordato al regime visivo rispetto ad ogni altra forma conoscitiva. Se l’artista vede solo il colore verde, per il contadino invece l’albero è un oggetto connotato da una pluralità di saperi: produce frutta, ripara all’ombra, è parte di un ciclo naturale e di un ambiente sociale, non cresce solo con la disposizione di essere osservato. Da queste premesse Archiving Irpinia, dislocato lungo i territori della valle del fiume Sabato e coordinato da Luigi D’Oro, si svilupperà attraverso un programma di residenze e attività artistiche ed espositive, playground e forme di teatro popolare, performance e piattaforme temporanee. Archiving Irpinia ha avviato una prima fase di investigazione a partire dalle preesistenze ecologiche, agroalimentari e produttive del territorio, attraverso un processo di archiviazione dei sistemi agricoli e urbani e soprattutto di documenti, materiali e immateriali, della sua memoria storica e culturale, invitando un nucleo di artisti a lavorare su progetti comunitari e in collaborazione con le associazioni locali ma riconsiderando i modi in cui l’arte è prodotta, consumata e discussa al di fuori delle retoriche partecipative e di inclusione sociale di tanta arte pubblica.

Fernando Garcia-Dory, già coinvolto insieme a Bert Theis e Ugo La Pietra in questo primo appuntamento laboratoriale, è una figura atipica nel sistema dell’arte, partecipa a mostre di rilievo internazionale come dOCUMENTA (2013), la Biennale di Istanbul (2015) e la prossima Biennale di Gwangju (2016) ma si definisce un artista agroecologista, così indirizza la sua ricerca verso la costituzione di organizzazioni sociali sostenibili, dalle agenzie di estensione della campagna agricola spagnola in unità produttive in network nel paesaggio rurale europeo attraverso il progetto INLAND – Campo Adentro, o la scuola di pastori, o l’idea di un’arte capace, non solo, di immaginare nuovi modi di guardare al paesaggio contemporaneo ma di attivare pratiche che sono state assolutamente declassificate dalla modernità, in grado oggi di implementare micro-forze economiche e cooperative, essere strumenti di capitalizzazione della ruralità in un ripensamento etico-estetico, in cui convivono soggettività, eccedenze, linguaggi.

Se la Land Art dominava la natura come uno spazio vuoto e non socializzato, questi artisti rintracciano una differente genealogia: dal Joseph Beuys delle 7000 Querce, col processo di arborizzazione e rimboscamento della città di Kassel e il piantare che diventa istanza ecologico-politica collettiva dentro una struttura sociale, ma anche a progetti quali “Difesa della Natura” concepito a Bolognano, nell’appennino abruzzese a partire dal ’73 o come suggerisce Garcia-Dory, la presenza dell’artista fluxus Won Wostell nel piccolo villaggio di Malpartida, dentro una storia distopica dell’incontro tra arte, natura e territorio (nell’intervento realizzato da Mario Garcia Torres dentro la rete di INLAND). E in questa direzione non potrebbe apparire concettualmente più distante il testo di Walter De Maria del ’69 intitolato “I terremoti scolpiscono la terra”, in un’area come l’Irpinia in cui riattivare la memoria significa anche toccare temporalità e condizioni storicamente determinate che hanno a che fare col dramma del sisma dell’80 e le sue rimozioni. Scotini inizia il suo discorso sostenendo che proprio senza il trauma della perdita di memoria, Beuys non sarebbe mai diventato un artista, dedicando il resto della vita all’arte dentro la natura e il mondo minerale e vegetale, aprendo nuove possibilità alle funzioni creative e sociali, alle micro-politiche dal basso e le narrazioni di una umanità in quanto tale, e non una delle sue componenti subalterne – operai, contadini, colonizzati, donne – come “soggetto” di una storia che non ha nessun tratto nostalgico ma si rivela ancora “riserva di potenzialità”.

Fernando Garcia-Dory, Inland.  Campo Adentro, 2015

Fernando Garcia-Dory, Inland. Campo Adentro, 2015

Ugo La Pietra, ricerca sulle architetture spontanee della spiaggia del Poetto, Cagliari, 1970. courtesy Archivio Ugo La Pietra, Milano

Ugo La Pietra, ricerca sulle architetture spontanee della spiaggia del Poetto, Cagliari, 1970. courtesy Archivio Ugo La Pietra, Milano