Mostra temporanea concepita da Pierre Bal-Blanc che si è realizzata con una serie di performance
 Bookstore – Libreria di associazioni libere di Bureau of Loose Associations, Warsaw
Auditorium con proiezione di film prodotti recentemente dalla Chisenhale Gallery di Londra.
Questo spazio ha ospitato conferenze, dibattiti e proiezioni sulla distribuzione della conoscenza e non solo, organizzati da Bétonsalon, Triple Canopy e Salon Populaire.
  Anja Kirschner e David Panos – The Last Days of Jack Sheppard, 2009
Chisenhale Gallery, London e Centre for Contemporary Arts (CCA), Glasgow
 Dipartimento delle pubblicazioni che ha presentato in tempo reale dati sulla fiera e
sul progetto curatoriale, ideato dallo studio grafico di Artissima 18, Sara de Bondt studio.
France Fiction ha scelto di non produrre contenuti d’informazioni, ma una sostanza – l’inchiostro – che contiene potenzialmente tutte le informazioni e
le conoscenze che il linguaggio può articolare. L’inchiostro prodotto è confezionato in cartucce che sono distribuite al pubblico in occasione delle visite guidate alla fabbrica.
 Collazine Permanente – Ispirata alla Eat Art, la collezione è formata da una raccolta completa di 80 opere d’arte riprodotte come torte.
Esposte in quattro gruppi di 20 al giorno, le opere sono integre all’inizio della giornata e a disposizione per la consumazione gratuita del
pubblico che diventa complice nell’organizzarne la scomparsa. Ogni mattina sono sostituite da altrettante torte rappresentanti nuove opere.
In tal modo la permanenza viene dispersa come esperienza gastronomica e culturale nei corpi e nelle memorie dei visitatori che decidono di partecipare al rito.
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Un commento di Andrea Balestrero sull’ ‘involucro’ del progetto curatoriale di Lara Favaretto e Francesco Manacorda ‘Approssimazioni razionali semplici’.
Una cosa che mi ha lasciato un po’ perplesso di Artissima è “approssimazioni razionali semplici”.Sarà che la mia visita è stata breve, solo la sera dell’inaugurazione, quindi mi sono perso il succo del programma che sembrava sulla carta abbastanza denso, però il “contenitore” e le poche tracce di “contenuto” che ho potuto vedere, non mi hanno convinto.

Dalle tracce delle “azioni” che abitavano una struttura desolatamente deserta ho ricevuto l’impressione che il “re-immaginare metodi operativi e programmatici” dell’istituzione museo si traducesse nell’esasperare la museificazione dei contenuti, anche delle stesse azioni che coinvolgono il pubblico. Paradossalmente all’opera d’arte che si trasforma in torta corrisponde la torta trasformata in opera d’arte. Poi uno se la può anche mangiare, ma tant’è…

Anche l’architettura non aiutava, il gruppo di “padiglioni” che ospitavano il museo immaginario, realizzati in materiali diversi, tutti ugualmente poveri e usati in maniera palesemente decorativa, non riusciva a dare il senso di “densità” e “complessità” che si intravedeva nelle intenzioni. Un’installazione che scimmiotta l’architettura dei musei contemporanei (o meglio anni ’90/’00) senza riuscire ad ottenerne l’unico risultato degno di nota, ovvero l’attrattività. Per portare la metafora museo alle estreme conseguenze bisognava scritturare Koolhaas o Gehry (o per essere un po’ più alla moda, Rehberger…). Un’alternativa poteva essere l’ironia, che qui mancava del tutto…

Forse tutto dipende dal limite di un programma che si esaurisce in pochi giorni e non riesce a proporsi come alternativa credibile, ma al massimo come provocazione.
Aggiungiamo che il tutto era posto al centro del brulichio di una fiera che quest’anno mi è sembrata densa di proposte e interessante (densità inversamente proporzionale al business, pare…), e il senso di vuoto aumenta.

Trattandosi di una fiera, mi domando se un’alternativa sensata (e a costo zero) non poteva essere di condensare qui, nel cuore della fiera, un po’ delle energie fresche che quest’anno sono sparse nel centro di Torino… e vedere come reagiscono rispetto al mercato.

Diego Perrone e Lara Favaretto