• Anna-Sophie Berger, new words, 2017, Installation view, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa
  • Anna-Sophie Berger, The Nest Is Served, 2017, wood, cotton, styrofoam, dimensions variable, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa
  • Anna-Sophie Berger, I am late / I love / I buy, 2017, ink jet on paper (framed), 45 x 62 cm, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa
  • Anna-Sophie Berger, Grace, 2017, steel, coals, 40 x 40 x 40 cm, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa

Il titolo della mostra di  alla Galerie Emanuel Layr di Roma è un indice piuttosto esplicativo dell’intero processo dell’esposizione stessa: new words. Il comunicato stampa è costituito da una lista di parole che l’artista ha appreso e annotato a partire da dicembre 2016 fino ad aprile 2017: si passa da parole inglesi affiancate dal loro significato tedesco ad una serie di vocaboli italiani uditi a Roma durante l’allestimento della mostra. Ed è la stessa Berger a dire che questo elenco può essere inteso, insieme, sia come un processo di traslazione tra tre sistemi di linguaggio diversi oppure come un testo con una propria narratività da ritrovare tra le diverse parole scritte.

In mostra viene esposto incorniciato un foglio dove una serie di espressioni in inglese è affiancata dalle loro parafrasi; questo è stato ritrovato dall’artista per le strade di New York ed è stato aggiunto come ulteriore pezzo di quella storia che le sue parole annotate vogliono tracciare. O forse è un cenno ulteriore per dirci che questa mostra parla di commistione di culture, del fluidificarsi del confine esterno-interno, privato-pubblico, di scoperta e di vaghezza… Le due “entità scultoree” preminenti della mostra sono, a detta dell’artista, una sorta di gabbia in legno costruita nell’angolo della galleria (The Nest Is Served, 2017), il cui interno è coperto da un materasso foderato con un tessuto blu a stelle gialle, e una scatola metallica contenente carbone (Grace, 2017) legata con una catena ad una parete della galleria, che viene spostata giornalmente dall’interno all’esterno. Entrambe le sculture operano un connubio tra spazio interno e spazio esterno: la gabbia miscela le due spazialità grazie all’ampia distanza che separa le sbarre che la recingono, e la scatola viene costantemente fatta dialogare con la strada di Trastevere o con l’ambiente neutro della galleria. Ma sono presenti anche opere come hunch, costituito da un contenitore in tessuto sintetico contenente vari barattoli di passata italiana; oppure due collanine girocollo di plastica colorata messe a parete (things are tight) che rimandano sia ad una dimensione familiare per l’artista (la famiglia ne produce industrialmente) sia a un aspetto di legame e costrizione, come fossero collari, che poi riprendono la catena dell’opera Grace, e richiamano una condizione di soggiogamento tradotta nell’ingrandimento frammentato in tre immagini di una folla anonima, vibrante e pixelata trasognata di fronte alla figura di un leader che noi non vediamo (zelo, 2017).

La sensazione finale, in sostanza, è che Anna-Sophie Berger stia come facendo freneticamente zapping tra le diverse immagini che la cultura le sta dando, forse alla ricerca tachicardica di un significato in più, di un passo in avanti o di una forma nuova. Anzi, il problema della forma si pone: c’è come un costante e continuo cambiamento di punto di vista (pensiamo anche al rimbalzo interno-esterno, dentro-fuori, parola nuova e parola conosciuta) che si esplica o in opere che guardano e riprendono, forse inconsciamente, Warhol, Pascali (le opere precedenti come Medium lo dimostrano bene), Kounellis, ecc. o nell’elenco senza significato semantico di una serie di parole nuove, sconosciute e di lingue diverse… La ricerca di questi vocaboli potrebbe forse essere sinonimo della ricerca di una forma scultorea, di un approccio dell’arte. Ogni parola potrebbe essere anche un sintomo di una possibile opera e noi spettatori i ricettori di questo dettato dell’arte. Bisogna solo vedere se questo fugace pendolio si ripieghi alla fine su se stesso, in una ricerca spiraliforme, se sia disperato stare in una precareità di forme che collassano le une sulle altre, o sia un passo verso un discorso coerente e in continua crescita.

Fino al 22 luglio.

Anna-Sophie Berger, zelo, 2017, C-print on foamcore, each 75 x 140 cm, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa

Anna-Sophie Berger, zelo, 2017, C-print on foamcore, each 75 x 140 cm, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa

Anna-Sophie Berger, hunch, 2017, polyester, thread, cans, dimensions variable, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa

Anna-Sophie Berger, hunch, 2017, polyester, thread, cans, dimensions variable, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa

Anna-Sophie Berger, Grace, 2017, steel, coals, 40 x 40 x 40 cm, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa

Anna-Sophie Berger, Grace, 2017, steel, coals, 40 x 40 x 40 cm, Galerie Emanuel Layr Rome. Courtesy of the artist and Galerie Emanuel Layr, Rome. Photo: Roberto Apa