installation view at CO2 – photo©Giovanni De Angelis, courtesy CO2

Detail of The isle of the dead, 2012, iron and concrete – photo©Giovanni De Angelis, courtesy CO2

ATLANTIK WALL, 2012, iron, wood and concrete – photo©Giovanni De Angelis, courtesy CO2

STALKER, 2012, iron – photo©Giovanni De Angelis, courtesy CO2

View of UNI7697, 2012, iron, concrete and wire glass – photo©Giovanni De Angelis, courtesy CO2

View of The isle of the dead, 2012, iron and concrete – photo©Giovanni De Angelis, courtesy CO2

ATP: Partiamo da titolo, ‘The isle of the dead’. E’anche il titolo di un famoso quadro di Arnold Böcklin. Idealmente, a quale isola ti riferisci? 

AD: Il famoso quadro di Arnold Böcklin è stato inizialmente una semplice coincidenza prospettica con la mia “The Isle of the Dead”. L’incontro casuale è diventato poi un elemento guida nella ricerca sotterranea spesso necessaria a spiegarmi la direzione che il lavoro aveva ormai preso sfuggendomi fortunatamente dalle mani. Assunta una prima forma, le sculture hanno deciso dove e cosa essere, riconoscendosi tutte parte di una unica traduzione viva, organica. C’è un momento in cui il flusso prende una forma e un contenuto così forte da diventare una vera fuga, spessa e velocissima; in questo momento a volte diventa necessario fermarsi e impiegare le proprie notti a ricercare elementi, coincidenze e collegamenti per arrivare alla coscienza della propria intuizione. Lavorare in automatismo immersi nell’incoscienza, per riprendersi la coscienza di dove siamo e poi poter parlare del proprio lavoro, o meglio, di tutto ciò che viene prima e dopo di esso. Per il resto, una scultura è una visione risolta, autonoma e libera che non necessita di spiegazioni. Si tratta di essere selvaggi. I veri selvaggi nascono tali, non ci diventano.  Il centro prospettico dell’omonimo quadro di  Böcklin qui si perde nell’entrata di un rudere: un’isola scavata, bucata, disseminata di tunnel e stanze sotterranee, un dedalo di bunker nascosti in una giungla lussureggiante e minacciosa, oppure coperti e scoperti dalle maree rapide dell’oceano. Un’isola-scavo. Lo scavo nello spazio fisico della galleria, in questo caso; scavo che appartiene allo spettatore, un non luogo dove viene proiettato il proprio io in relazione alle stimolazioni ambientali. “The isle of the dead” è un ritratto, brutale e apparentemente disumano, una sintesi tra ambiente e psiche. Per questo l’immagine romantica dell’isola torna perfetta e non è stato un caso il riferimento diretto ai racconti di J. Ballard, in particolare “The Terminal Beach” e “The concrete island”, dove invece l’isola è brutale e cementificata. I riferimenti letterari non sono strutturali nel mio lavoro perché il tessuto che si viene creando nel processo di ricerca è assolutamente istintivo. I riferimenti, se esistono, sono eventi in cui si inciampa come radici scoperte di alberi tropicali. A volte illuminano, ma non sono mai necessari alla forma risolutiva. Un’isola un tempo utilizzata per la sperimentazione di armi nucleari o un’isola verde circondata da superstrade americane e resti archeologici dal ventesimo secolo dove la ricerca di un’armonia mentale con l’ambiente finisce per perdersi in un dedalo di bunker e rottami. L’isola di cui parlo è la proiezione e il ritratto profondo dell’uomo stesso. Questo è il non luogo al quale mi riferisco: un’isola-ritratto, un’isola-passaggio. Isola mentale, Spazio fisico e temporale, proiezione. Noi abbiamo paura della fine e chiamiamo “fine” ogni cosa  che è passaggio; per questo si muore solo alla fine della propria vita, si presuppone che ormai saremo abituati dalla vita che ogni cosa passa. Ma non è sempre così e non siamo mai pronti. 

 ATP: La mostre sembra partire dagli spazi suggestivi e allucinati di un ipotetico bunker. Perchè hai scelto uno spazio così estremo?

 AD: The Isle of the Dead si sviluppa nelll’entrata, con l’entrata e intorno all’entrata di un bunker; un brandello archeologico di un passato troppo recente, drammatico e adesso recettore di inquietudine per un futuro vicino.  Il bunker non è “riproduzione-di-un-bunker”, ma scultura. La scultura è altro da ogni cosa. Non avevo nessuna intenzione di  imitare e riprodurre un rifugio antiatomico in abbandono e ho lavorato fisicamente come uno scultore per arrivare alla forma che soddisfacesse l’intuizione che portavo in me da tempo. Un peso rivelatorio sedimentato. Il risultato finale è diverso da ciò che mi ero programmato a livello di studio e progetto, il bunker, anzi, la scultura, si è rivelato da sé e da sé ha scelto di essere, anzi, di non essere; stiamo parlando di un non luogo e per questo possiamo parlare di uno spazio estremo. Qualsiasi spazio in questa nostra breve vita è estremo, l’estremità è solo l’inevitabile conseguenza visiva di un atto percettivo reale, sincero e diretto. Alcuni luoghi-non luoghi e forme però tendono ad aiutare anche un occhio poco cosciente e così facendo “portano”; Una fatica in meno per accedere al proprio inconscio. Visualizzo l’inconscio come un cono rovesciato appena sotto i piedi della nostra coscienza, una voragine nella terra e allo stesso tempo un buco nero oltre i quaranta km sopra la nostra testa; un immenso e incredibile potenziale di essenza visibile. Non ho voluto ri-creare nulla, semplicemente mi ritrovavo in un ambiente estremo e volevo a tutti costi riuscire a tradurre al meglio questa mia tensione. Viviamo in un ambiente estremo. 

ATP: L’Isola dei morti di Arnold Böcklin – uno dei quadri romantici per eccellenza – è stato descritto dallo stesso pittore come ” un’immagine onirica: essa deve produrre un tale silenzio che il bussare alla porta dovrebbe fare paura.” La tua mostra, per molti versi, tenta di avvicinarsi ad un silenzio di questo tipo?

AD: Mi sono spesso ritrovato a lavorare sulla “paura”. Inizialmente quasi per caso, poi con coscienza, guardandomi intorno allo spazio tempo che avevo dapprima trovato e poi clonato per espandere e farne la mia vita. Ho sempre lavorato con la luce per poter coprire e poi rivelare la paura. La luce che intendo è sorda. Immagina di essere in un modulo spaziale in orbita intorno alla terra o al pianeta Solaris… quali suoni puoi sentire? Al massimo quelli delle spie luminose sul piano di controllo o i disturbati messaggi da terra, ma ciò che vedi dallo schermo-vetro, l’immagine vera e prima è luminosa, urlante e sorda. Anche “the isle of the dead” è un lavoro in piena luce, luce elettrica, bianca, senza nessun tipo di intento teatrale. Una naturale artificiosità. Il nero all’interno del cunicolo non è accentuato in nessun modo, è solo il risultato restituito dalla copertura parziale dello scavo. L’ambiente è luminosamente silenzioso e in costante tensione. Non ho bisogno di invenzioni per far uscire in superficie la paura più profonda di un sistema; direi che la parte più difficile nel processo di un artista è quella di capire quando non si deve intendere. Rimanere nell’ignoranza dell’intuizione è fondamentale per non incorrere in errori rovinosi. Esempio: “… ho trovato la paura nel mio lavoro, adesso la esalto…”; rovinoso errore. Invece ho lasciato che tutto fosse in luce e così ho visto le sculture emergere a tratti dal bianco del muro e del soffitto per poi sfaldarsi nuovamente nel bianco e nella luce, come in una pulsar, mentre il bunker-fulcro acquistava sempre più potenza facendosi buco nero e ingerendo luce. Allora ho portato via il corrimano corroso che vedevo in quel buio e l’ho messo in luce, all’aria le ossidazioni cambiavano con il passare delle ore e il bianco intorno aveva definito una forma potente e risolta. Ho salvato la scultura “STALKER” dal buco nero che avevo creato in galleria. In tutto questo ho voluto conservare un solo ricordo lontanissimo, l’immagine di una vita umana è diventata forma, il vetro armato di un luogo un tempo abitato è diventata forma integrante nella scultura “UNI 7697″. “Atlantik Wall” serve invece a difendersi e ad allenarsi, è una macchina da palestra per una spiaggia in Normandia, Utah Beach. A volte mi affaccio in galleria per controllare che il bunker non si sia inghiottito sculture, luce, spazio, assistenti, gallerista e la stessa galleria. Quando non ci sarà più niente mi verrà meno dell’energia… le mostre sono e dovrebbero sempre essere sistemi che creano energia. Non sono “esposizioni”. “The isle of the dead” mangia, risucchia energia, lavora con l’energia e lo fa senza sosta, in un silenzio assordante. E’ giusto che finisca, come ogni cosa, in natura. The isle of the dead è un insieme sistematico che segue le leggi dell’universo come per ogni cosa. Il pauroso silenzio di cui parlo è la conseguenza di una tensione luminosa e buia allo stesso tempo. La tensione nasce anche dal fatto di essere in uno spazio a dimensione umana senza alcuna presenza umana. “The Isle of the Dead” potrebbe essere descritta come un ritratto, il ritratto di un uomo e forse per questo proviamo paura.

ATP: Non pensi che la realtà contemporanea sia, per molti versi, un universo psicologico potente e fluido?

AD: La realtà contemporanea è un universo potente e fluido. Assolutamente si. La realtà contemporanea è la vita come dovrebbe essere sempre vissuta: al presente e in contemporanea. “Al presente” perché passato e futuro sono concetti astratti (e interessanti). “In contemporanea” perché dovremmo riuscire sempre a vivere con la coscienza di essere (o non essere) su due piani esistenziali paralleli, contemporanei, appunto: Il vivere che noi chiamiamo quotidiano e quello che sono solito definire  il “vero reale”, ovvero l’essenza universale di cui molto spesso non siamo coscienti. Non è cosa semplice essere coscienti un non-luogo che poco ha a che vedere con la coscienza. E’ come fare action painting della propria vita. Si tratta di essere coscienti della propria incoscienza, recuperando tutte le attitudini pre-logiche di quando eravamo giovani umani ma con tutta la coscienza di adesso; allora si, la realtà contemporanea si mostra in tutta la sua fluida potenza. Per questo si parla di “arte contemporanea”, perché l’arte è strettamente legata alla realtà e la realtà è solo contemporanea. Ma La realtà non è solo ciò che vediamo, In gran parte è qualcosa che davvero noi non vediamo. Un artista ha semplicemente l’esigenza fuori controllo di essere vuoto e fare delle “gite” profonde per tornare pieno da questa realtà essenziale e invisibile a molti, per poi svuotarsi nuovamente traducendo il sensibile riportato a galla. Impulsi elettrici, particelle, processi chimici in un ambiente sottoposto alle leggi della fisica. Ecco cosa siamo, esseri che si commuovono, pur stando alle leggi fisiche dell’universo (le stelle si commuovono?). Essere vuoti, questo è fondamentale, per ritrovarsi davvero recettivi e godere di un’emozione, anche se personalmente ho sostituito da tempo l’emozione con la vuotezza. Contraddicendomi direi che la vera “emozione” è proprio l’essere completamente vuoti; è’ un processo in fondo molto simile alla meditazione. Emozione e vuotezza, dove il vuoto è la condizione necessaria per la comprensione universale; e non venitemi a dire che oggi l’arte è altro da questo, vedo tanta confusione in giro, invece qui abbiamo bisogno di selvaggi con le idee chiare. 

Andrea Dojmi | The isle of the dead

Galleria CO2 Roma

fino al 24 novembre 2012